Dietro il 41 bis un ribaltamento continuo della realtà

di Francesco Bertelli

A volte certi argomenti tornano alla ribalta delle cronache nazionali, soprattutto se siamo in campagna elettorale. Esiste una costante sulla scena politica italiana e tale costante ha un nome ben preciso: il regime carcerario del 41 bis. Osannato da pochi e odiato da molti o viceversa, il 41 bis riesce sempre ad avere presa nei  dibattiti politici che si susseguono. Il problema è sempre lo stesso, tra chi chiede di abolirlo e chi invece sostiene di volerlo mantenere si sorvola su un punto: il regime del 41 bis ha un’utilità oppure no?  Rispondere a questa domanda comporta per tutti i soggetti che si impegnano costantemente su questo terreno di fare un passo indietro con la memoria storica ed essere nel modo più assoluto obiettivi.

Occorre allora tornare a quel terribile 1992: subito dopo la strage di Capaci che costò la vita a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta, il Governo decise di introdurre il decreto-legge 8 giugno 1992 n.306, il cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti. Tale decreto venne poi convertito in legge l’8 di agosto del 1992, quasi un mese dopo l’assassinio di Paolo Borsellino e di cinque agenti della sua scorta.

Cosa prevedeva questo decreto in estrema sintesi? Consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell’ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa. Tale regime si applicava (e continua ad essere applicato tutt’ora) a singoli detenuti ed è volto a ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all’interno del carcere e i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l’ordine pubblico anche fuori dalle carceri.  Fu così che moltissimi mafiosi tenuti in carcere vennero trasferiti a Pianosa e all’Asinara sotto il regime del nuovo 41 bis.

Fin qui tutto normale, nell’apparenza. Il problema sta nel fatto di comprendere dove nasce l’idea di abolirlo o alleggerirlo. E’ qui che dobbiamo renderci conto di un argomento che va a braccetto con il 41 bis: la Trattativa fra Stato e mafia. Non presunta, come molti continuano a farci credere. Ma reale, sancita da sentenze passate in giudicato. Occorre ricordarsi quali erano i punti del famoso papello di Totò Riina consegnato a Vito Ciancimino nel periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio. Tra le richieste che il Capo dei Capi scrisse all’ex sindaco di Palermo e uomo di allaccio tra la mafia e gli apparati dello Stato, vi era proprio l’abolizione del 41 bis.

E’ da qui che poi sono iniziate le varie pressioni istituzionali che nel 1993 portarono alla nomina di Conso come Ministro della giustizia al posto di Scotti: il primo fautore di una linea più morbida con i boss mafiosi rispetto al secondo. Fu in questo periodo che per oltre trecento mafiosi fu revocato il 41 bis. E in quest’ottica dopo che lo Stato si era fatto sotto, nel senso di andare in contro alle richieste di Cosa Nostra, ci fu l’esigenza di entrare in un nuovo periodo di terrore: le stragi del 1993 al patrimonio artistico italiano.

La fine degli anni 90 fu caratterizzata dalla discussione in quota centrosinistra di abolire il 41 bis e l’ergastolo (riforme poi rientrate, ma l’ergastolo, per ragioni politiche molto in linea con la politica di centrodestra degli anni precedenti, venne abolito per alcuni mesi all’insaputa di molti italiani).

Da qui arriviamo ad oggi: operazioni sistematiche per riabilitare figure come Bruno Contrada (ex numero 2 dei Servizi Segreti, dieci anni in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa) e Marcello Dell’Utri (“anello di congiunzione tra la politica e Cosa Nostra” e condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa): tutte azioni mirate per screditare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa  in un’ottica negazionista sul fronte dell’ammissione dell’esistenza di una trattativa tra pezzi dello Stato a criminalità organizzata.

Lo stesso discorso vale per il 41 bis. Abolizione ed amnistia. Dopo la destra e il centrosinistra, adesso a invocare l’abolizione di questo istituto è Potere al Popolo. Si sostiene che per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri sia opportuno fare a meno dell’ergastolo  e del 41 bis. Bisognerebbe soffermarsi un attimo su questo argomento e analizzare quanti oggi scontano effettivamente l’ergastolo e non confonderlo con il regime del 41 bis.

Paventare un’amnistia invocando il diritto della persona va in contrasto con la finalità del regime del carcere duro. Serve abolirlo? Assolutamente no. E’ grazie al 41 bis se molti personaggi di spicco di Cosa Nostra hanno contribuito a risolvere indagini e a dare un contributo nella ricerca della verità. E’ un sistema che ha funzionato. Semmai ci si potrebbe concentrare sulle modalità di accesso e di esecuzione del 41 bis, magari non estendendolo a quelle categorie di soggetti le cui condotte non rientrano nella fattispecie mafiosa.

Oppure si potrebbe discutere del combinato disposto tra 41 bis e regime di protezione per i mafiosi. Quest’ultimo è il famigerato programma di protezione per i pentiti che una volta iniziata la loro collaborazione con la giustizia entrano in un programma di protezione garantito dallo Stato. Una soluzione fortemente voluta e lodata all’epoca da Giovanni Falcone.

E’ ovvio che un pentito quando decide di parlare impiega mesi se non anni per raccontare certi aspetti scottanti, così come era avvenuto con Buscetta. Ma vivendo in Italia siamo soliti ribaltare l’ovvietà trasformandola in follia. Fu così che sotto l’ultimo governo Berlusconi il programma di protezione venne riformato riducendo il periodo disponibile per entrare nel programma a soli tre mesi.

Perché non si discute di questo ma solo dell’abolizione del 41 bis? Perché non si parla della costruzione di nuove carceri? Sarebbe una buona opportunità per creare posti di lavoro e far riprendere il giro dell’economia del nostro Paese. Perché non si parla di come estirpare definitivamente i legami tra mafia e politica ma solo dell’abolizione del 41 bis?

Prima era stato Berlusconi , poi il centrosinistra con il Pd, poi Renzi e adesso Potere al Popolo. Se questo accade è per un semplice motivo: si ribalta la realtà. Tutto dovuto a quello scellerato patto avvenuto 25 anni fa i cui effetti risuonano tutt’oggi e che hanno visto al tavolo diverse forze politiche, prima che Tangentopoli le disintegrasse, per poi lasciar spazio a Forza Italia e all’istituzionalizzazione della mafia al potere.

Ma tutto parte da 25 anni fa. Dalle richieste continue di Cosa Nostra in una posizione di forza e da uno Stato volutamente debole. Il tentativo di alzare il titolo fu il decreto Martelli-Scotti. Un decreto convertito in legge solo dopo la morte di Paolo Borsellino, come se ci fossero state delle resistenze affinchè non avvenisse questa conversione normativa. E le resistenze avvennero subito dopo con l’arrivo di Conso al Ministero della Giustizia e all’inizio dell’atteggiamento blando e morbido contro i mafiosi.

Un gioco di potere che è convenuto a molti, forse a troppi. Equilibri che dovevano essere ristabiliti con nuove figure e con nuovi partiti dando però la possibilità a chi c’era prima di autoriciclarsi negli anni successivi. Una sorta di Seconda Repubblica che non si è mai completamente staccata dalla Prima e che non è mai diventata una Terza Repubblica. Il Gattopardo: cambiare tutto per fare in modo che nulla cambi. Perciò se qualcuno in ogni campagna elettorale decide di mettere in dubbio la legittimità del 41 bis è tutto normale. Fa niente se a dirlo è la destra o la sinistra o una lista che nasce dal basso. Fa niente se si confonde la tortura con un regime carcerario duro previsto per soggetti che non devono comunicare con l’esterno visto che riescono benissimo anche a farlo dall’interno (vedi Riina che nel 2014 lanciò la condanna a morte a Nino Di Matteo) senza porre alternative credibili. E’ tutto normale e la realtà dei fatti è solo un’opinione.

Resta un fatto però: la mafia così non si combatte. Bensì viene favorita quella dai colletti bianchi. Come purtroppo accade da sempre, salvo in quell’agosto del 1992 quando lo Stato (uno Stato in parte colluso sia ben chiaro; uno Stato una cui parte stava trattando con Cosa Nostra) dette la prima, più dura e concreta risposta alle azioni stragiste di Cosa Nostra con la creazione del nemico un po’ di tutti: il regime del 41 bis.