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Di Angelo Fontanella

Lo hanno chiamato “disposizioni urgenti per la tutela del settore creditizio”. Così il Parlamento ha dato il via nelle settimane scorse al sistema di garanzia pubblica a sostegno delle banche, attraverso un fondo da 20 miliardi (finanziato come sempre grazie alle esorbitanti tasse pagate dagli italiani), messo a punto per fronteggiare in primis la crisi di Mps. Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, commentando l’approvazione, ha avuto il coraggio di affermare che il decreto costituisce “un passo avanti per garantire più sicurezza economica a famiglie e imprese".

Entrando nel merito, il decreto prevede la riapertura dei termini per aver accesso ai rimborsi dell'80% dovuti per gli obbligazionisti subordinati delle quattro banche poste in risoluzione: Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti. Un indennizzo che potrà essere sollecitato anche dal coniuge, dal convivente e dai parenti entro il secondo grado, estendendo la scadenza per la presentazione della domanda, fino al 31 maggio 2017.

Viene garantita la gratuità del servizio di assistenza agli investitori per la compilazione e la presentazione delle istanze. Il provvedimento disciplina inoltre la concessione della garanzia dello Stato sulle passività delle banche aventi sede legale in Italia e sui finanziamenti erogati discrezionalmente dalla Banca d'Italia alle banche italiane per fronteggiare gravi crisi di liquidità. Dispone inoltre, interventi per il rafforzamento patrimoniale degli istituti di credito. Sono state introdotte disposizioni volte anche ad incentivare l'educazione finanziaria dei cittadini e modificata la disciplina che consente di trasformare in crediti d'imposta, le imposte differite attive - DTA.

La lista dei debitori degli istituti bancari che chiedono aiuto allo Stato, dovrà essere anonima, ma il decreto prevede altresì, che l’elenco dei soggetti debitori che abbiano crediti classificati in sofferenza per un ammontare pari o superiore all'1% del patrimonio netto nei confronti della banca che chiede aiuto allo Stato, dovrà essere inserita nella relazione che il governo dovrà inviare al Parlamento ogni quattro mesi.

Come al solito, i vari governi trovano a fatica i soldi per la spesa sociale corrente, non li trovano praticamente mai per porre rimedio ai danni seguiti alle calamità naturali, per la manutenzione e la costruzione di nuove scuole, ospedali e carceri, non fanno investimenti pubblici, spostano sempre più avanti l'età pensionabile, ma quando c'è da dare soldi alle banche (per far fronte alle loro speculazioni) e creare fondi ad hoc, arrivano miliardi a pioggia. Non bastavano i fiumi di miliardi già riversati alle banche italiane e i fondi salva-banche europei, adesso ci vogliono anche quelli nazionali, sfruttando il pretesto che non si possono far fallire le banche perché ci andrebbero di mezzo impiegati, direttori di filiali, risparmiatori (come se questi ultimi non fossero già stati fregati in molti casi). Il meccanismo di salvataggio scelto da questo "governo" (al pari del predecessore suo alter ego), ricalca da una parte quello deciso dalla commissione europea, ovvero il bail in, che scarica una parte delle perdite bancarie su azionisti e obbligazionisti, oltre che sui correntisti che abbiano sul conto corrente più di 100.000 euro e per la parte eccedente questa soglia (c’è o ci dovrebbe essere la garanzia da parte dello Stato fino a quella cifra). Ma il bail in (salvataggio interno) non esclude assolutamente che debbano intervenire anche gli Stati a sostegno delle banche, generando una commistione a svantaggio dei cittadini, costretti a pagare il conto ben due volte. D'altronde questo è il prezzo da pagare per stare nell'euro e nell'Unione Europea. 

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