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ESTERI

Di Tiziano Grottolo

Oggi in Germania si vota per il Bundestag ovvero il parlamento federale tedesco eletto su base nazionale. I nuovi 630 deputati saranno eletti con un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento fissata al 5%. Per la vittoria finale non dovrebbero esserci grandi sorprese, la cancelliera uscente Angela Merkel dovrebbe essere riconfermata, dal momento che l’alleanza di centro-destra formata da CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands) e CSU (Christlich-Soziale Union in Bayern) dovrebbe accaparrarsi senza difficoltà la maggioranza relativa. Più interessante sarà il dato che riguarderà le percentuali che raggiungerà l’alleanza di centro-destra, infatti se la vittoria pare scontata, a fare la differenza sarà il margine con il quale essa verrà conseguita. È abbastanza improbabile che CDU e CSU riusciranno a costruire un governo monocolore, pertanto dovranno formare una coalizione con gli altri partiti. Alla porta ci sono proprio i socialdemocratici dell’SPD che candidano alla cancelleria Martin Schulz, ex presidente del Parlamento Europeo. L’SPD, secondo i sondaggi, dovrebbe attestarsi attorno al 20% e confermarsi come seconda forza del parlamento tedesco. Se ciò dovesse accadere potrebbe riproporsi la cosiddetta “Große Koalition” che ha visto proprio socialdemocratici e i cristiano-democratici governare assieme nella passata legislatura.

La vera sfida delle elezioni tedesche sarà quella che vedrà Die Linke (sinistra radicale), FDP (liberali di centro) e AFD (estrema destra) contendersi il terzo posto. Lo storico partito dei verdi, formatosi dall’unione dei due movimenti ambientalisti delle due Germanie “Bündnis 90” per l’Est e “Die Grünen” per l’Ovest, viene dato leggermente sfavorito per la corsa al terzo posto, ma comunque ben al di sopra della soglia di sbarramento.

Come si diceva molto dipenderà da chi arriverà terzo, se a farlo sarà l’FDP (Freie Demokratische Partei) potrebbe nascerne una coalizione con i partiti che sostengono la corsa di Merkel e tagliare fuori i socialdemocratici di Schulz che diventerebbero il principale partito di opposizione.

Al contrario, se sarà la sinistra radicale a confermarsi come terza forza del Bundestag, e se al contempo verdi e socialdemocratici ottenessero un risultato al di sopra delle aspettative, potrebbe formarsi una coalizione “rosso-verde”. Questo scenario è da considerarsi però altamente improbabile dal momento che sia socialdemocratici che i verdi sono dati in calo nei sondaggi.

Infine tutt’altro scenario potrebbe aprirsi se ad affermarsi come terza forza del parlamento fosse l’estrema destra di Alternative für Deutschland, il partito al centro di numerose polemiche non ha mai fatto mistero delle simpatie di alcuni suoi militanti (anche di spicco) per la Germania nazista. È molto improbabile che questo partito scelga di entrare in una coalizione, d’altra parte anche Merkel ha fatto sapere che non intende trattare con l’AFD. Comunque vada, con ogni probabilità, per la prima volta dalla caduta del nazismo un partito di estrema destra entrerà nel parlamento tedesco. All’improvviso un paese che credeva di aver fatto i conti con il suo passato potrebbe scoprire che alcuni fantasmi non sono ancora stati eliminati. Solo a tarda notte si conosceranno i risultati finali di queste elezioni, certo è che la Germania domani potrebbe risvegliarsi molto più a destra di quanto avesse mai immaginato.

 

 

 di Tiziano Grottolo

Da settimane il governo venezuelano presieduto da Nicolás Maduro è vittima del bombardamento mediatico messo in atto da gran parte dei mass-media internazionali e nazionali. Eccetto poche eccezioni, le notizie sulla crisi venezuelana seguono tutte la stessa trama di fondo che vuole "l'opposizione democratica e pacifica attaccata dalla repressiva dittatura di Maduro”. Questa vera e propria operazione di disinformazione mira a delegittimare il governo venezuelano agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Il governo di Caracas ha sicuramente le sue responsabilità (ne abbiamo ampiamente parlato qui http://lagiustizia.info/index.php/component/content/article?id=394:venezuela-un-paese-spaccato-a-meta e qui http://lagiustizia.info/index.php/i-pianeti/prima-pagina/451-il-venezuela-sull-orlo-della-guerra-civile), ma la realtà è ben lontana dalla narrazione unilaterale riportata dalla stampa nazionale. La versione, ripetuta praticamente identica su quasi tutte le testate, vuole un’ opposizione immacolata, quasi santificata, battersi contro un regime opprimente e violento, retto da pochi  funzionari di partito succubi del tiranno Maduro. Le immagini delle manifestazioni promosse dall’opposizione vengono trasmesse in loop e  i numeri forniti dagli stessi organizzatori vengono presi sempre per buoni. I comunicati scritti dai vari leader antichavisti sono riportati in maniera acritica, talvolta raggiungendo il grottesco: assistiamo infatti a conferenze stampa in cui l’opposizione denuncia la censura di regime di fronte a folte schiere di giornalisti venuti da mezzo mondo. Inoltre quasi tutte le emittenti televisive private del Venezuela  sono schierate in favore dell’opposizione. Al contrario, le posizioni e le dichiarazioni provenienti dal fronte chavista vengono sistematicamente ignorate e le manifestazioni sono censurate. In maniera più o meno inconsapevole sembrerebbe che buona parte dei mass-media internazionali, con la complicità delle testate nazionali, stiano preparando il terreno per la guerra civile. Già diversi analisti e commentatori politici hanno individuato nel  Venezuela il prossimo paese in cui si combatterà una guerra civile, paragonando i recenti avvenimenti con quelli accaduti in Siria pochi anni fa.

Coincidenze
Forse però non serve andare dall’altra parte dell’emisfero per trovare strumenti di paragone, infatti nel 2002 il Venezuela subì un precedente tentativo di colpo di stato che aveva l’obbiettivo di deporre l’allora presidente Hugo Chávez. Il golpe non si concretizzò dal momento che milioni di venezuelani si riversarono in strada una volta appresa la notizia che Chávez si era consegnato ai golpisti per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Gli elementi in comune tra il tentato golpe del 2002 e i recenti avvenimenti che stanno sconvolgendo il paese sudamericano sono molti. In particolare le forze sociali che organizzarono il golpe contro Chávez sono le stesse che stanno cavalcando le proteste di oggi. Nel 2002, l’ormai ex oligarchia petrolifera che controllava la compagnia nazionale (PDVSA) ebbe un ruolo centrale nell’organizzazione del golpe, oggi intrattiene legami con i più importanti esponenti delle opposizioni. Durante il precedente colpo di stato i dirigenti della PDVSA con l’appoggio degli industriali venezuelani organizzarono uno sciopero, arrivando perfino a chiudere le porte delle fabbriche pur di impedire agli operai d’entrare. Allo sciopero parteciparono circa 100.000 persone, il corteo che ne scaturì fu poi dirottato verso il palazzo del governo. Grazie all’appoggio di una minoranza dell’esercito i golpisti presero il potere. Chàvez a quel punto decise di consegnarsi per evitare la guerra civile. Grazie ad una straordinaria mobilitazione popolare,  oltre al fatto che gran parte dell’esercito rimase fedele al governo legittimo, Pedro Carmona leader golpista fu costretto ad arrendersi e Chàvez tornò al suo posto. Carmona era riuscito ad ottenere il supporto delle emittenti televisive private e perfino quello delle gerarchie ecclesiastiche. Questi due elementi potrebbero rappresentare delle ulteriori analogie con gli accadimenti che stanno sconvolgendo il Venezuela. Infatti non è corretto affermare che l’opposizione venezuelana non abbia accesso ai mezzi di comunicazione, tant’è che molte delle emittenti televisive private sostengono le manifestazioni antichaviste talvolta manipolando le informazioni. Esempio emblematico è il caso del manifestante dato alle fiamme: in un primo momento si diffuse la notizia, ripresa anche dalle nostre testate nazionali, che la vittima fosse un manifestante antichavista, solo successivamente si scoprì che l’uomo era in realtà un sostenitore di Maduro dato alle fiamme dai sostenitori delle opposizioni. Infine anche il Vaticano sembra aver rotto gli indugi, se fino a pochi giorni fa non erano state espresse condanne nei confronti del governo di Caracas in un recente comunicato è stata chiesta  la sospensione dell’insediamento della Costituente. Il Vaticano è solo l’ultimo di una lunga serie di stati che si sono schierati contro l’assemblea costituente, va sottolineato come molti di questi stati furono anche tra i primi a riconoscere il governo golpista di Carmona, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti solo per citarne alcuni.

Il coinvolgimento di Washington non si è limitato alle sanzioni economiche: secondo il Guardian, le opposizioni venezuelane avrebbero beneficiato di alcune corpose sovvenzioni per un ammontare di 5 milioni di dollari, il dato ancora più eclatante sarebbe che tutta questa generosità sia stata elargita solamente nell’ultimo anno. Il quotidiano inglese afferma inoltre che queste sovvenzioni vengono elargite regolarmente da molti anni a questa parte. In più, secondo le indiscrezioni fatte trapelare dallo stesso direttore della CIA Mike Pompeo, gli Stati Uniti starebbero studiando un piano per sostenere direttamene le opposizioni in caso di uno scontro armato, avvalendosi anche del supporto di Messico e Colombia. Quest’ultimi però si sono affrettati a negare un loro eventuale coinvolgimento. A conferma di queste affermazioni sono arrivate anche le parole di Trump che ha ribadito di non escludere la possibilità di un intervento militare.

Gli scheletri nell’armadio dell’opposizione
Centoventiquattro è il numero delle vittime delle proteste. Un numero che viene ripetuto in continuazione quando si parla delle “violenze del regime”, ciò che però non viene mai specificato è che non tutte queste vittime erano oppositori del regime. Secondo i dati forniti dall’Unhcr, contestati però dal governo venezuelano, le vittime riconducibili ad azioni condotte dalla polizia o dai “colectivos” (gruppi armati autorganizzati leali al chavismo) sarebbero 73. Un dato impressionante ma che racconta anche un’ altra verità, le vittime degli oppositori antichavisti sarebbero almeno 51. Questo smentirebbe la vulgata per la quale le manifestazione dell’opposizione hanno carattere esclusivamente pacifico. Inoltre, durante le manifestazioni pro-governative, alcuni uomini armati sarebbero stati visti sparare sulla folla, nel chiaro tentativo di disperdere i manifestanti chavisti. I lati oscuri di quella che alcuni mass-media iniziano a chiamare “primavera venezuelana” non si esauriscono con le violenze in strada. Esistono infatti stretti legami che uniscono membri di spicco dell’opposizione all’oligarchia industriale e ai mass-media privati, senza dimenticare i costanti rapporti intrattenuti con Washington. Prendiamo per esempio il caso del quotidiano venezuelano “El Nacional” il suo attuale proprietario Miguel Henrique Otero è anche il fondatore del partito di opposizione “Movimiento 2D” che supporta la coalizione antichavista “Mesa de la Unidad Democrática”, la stessa di cui fanno parte i principali leader dell’opposizione.

Molti dei leader della coalizione antichavista sono legati a doppio filo anche con il tentato golpe del 2002, è il caso di Henrique Capriles Radonski, sconfitto alle presidenziali sia da Chàvez che da Maduro. Capriles venne accusato di aver sostenuto i golpisti, in particolare secondo le accuse a lui rivolte non fece nulla per impedire che l’ambasciata cubana che si trovava nella città di Miranda, da lui governata, venisse posta sotto assedio dai golpisti. Alla fine del 2006 venne prosciolto dalle accuse per insufficienza di prove ma restano molti dubbi in merito al suo coinvolgimento. Capriles non è l’unico esponente di spicco dell’opposizione ad aver avuto problemi con la giustizia, Leopoldo López, fondatore del partito “Voluntad Popular" nel 2015 è stato condannato a quasi 14 anni per  incitamento alla violenza. López è stato nuovamente incarcerato dopo che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. Anche Antonio Ledezma fondatore del partito “Alianza Bravo Pueblo” è stato arrestato con l’accusa di aver cospirato con agenti stranieri per sovvertire il governo bolivariano.

Il rischio di vedere il Venezuela ridotto come la Siria non è fantapolitica ma un pericolo concreto, un pericolo per i milioni di venezuelani che lo abitano, già provati da una dura crisi economica. È sorprendente l’entusiasmo con il quale i governi occidentali sostengono le manifestazioni contro Maduro. Questo atteggiamento ricorda quanto avvenne con le primavere arabe e con la crisi in Ucraina, segno che l’esperienza non ha insegnato nulla. In entrambi i casi i governi occidentali dimostrarono un'eccessiva fiducia nelle “opposizioni democratiche” che solo in seguito mostrarono tutti i loro limiti. Infine non va dimenticato come la maggior parte dei paesi coinvolti,siano tutt’ora dilaniati da terribili guerre civili che cancellano le prospettive di futuro di milioni di persone.

Di Tiziano Grottolo

La crisi venezuelana non accenna ad attenuarsi, anzi, rischia di degenerare in guerra civile. Contro ogni previsione l’elezione dell’assemblea costituente si è tenuta ma l’opposizione denuncia irregolarità nel voto. All’orizzonte si profila uno scenario simile a quello del tentato golpe che nel 2002 destituì Chávez per una manciata di giorni.

Quando si parla di ciò che sta accadendo in Venezuela si devono evitare le narrazioni "monocolore" che vogliono tutte le ragioni da una parte piuttosto che da un' altra. Dietro ai disordini non si nasconde un grande complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti, i problemi strutturali del Venezuela esistono e il malcontento di una parte della popolazione è reale. Ciò non significa però che gli Stati Uniti non abbiano un ruolo in tutto questo e che non decidano di approfittare delle crepe che si sono aperte nel paese sudamericano. Tanto per cominciare sono ben documentati i legami tra gli esponenti dell’opposizione e governo americano, inoltre il governo di Caracas ha denunciato come Washington avrebbe messo in atto un piano per colpire esponenti del partito di governo e altri obbiettivi, tra cui civili e poliziotti. In un articolo comparso sul Guardian si afferma che il governo nordamericano avrebbe stanziato 5 milioni di dollari per finanziare attività dell’opposizione a Maduro. Infine, come lascerebbero supporre le parole del direttore della CIA Michael Pompero, nell’imminente futuro non è da escludersi un intervento diretto del governo USA.

Al netto di questi condizionamenti esterni il  governo di Caracas deve fare i conti con problemi che vengono da lontano (ne parlavamo più nel dettaglio qui) e che affondano le loro radici nella discutibile gestione economica e nella drastica riduzione del prezzo del petrolio. Attraverso le sue esportazioni di petrolio, principale fonte di entrate per l’economia venezuelana, il governo poteva sostenere corposi investimenti nei campi dell’istruzione, della sanità e dell’edilizia pubblica. Venute meno le entrate derivanti dalla vendita del petrolio l’apparato governativo ha iniziato a scricchiolare ed una serie di scelte sbagliate in campo economico hanno fatto il resto. La crisi ha colpito in particolare le classi medie e medio-alte che hanno visto il loro potere d’acquisto ridursi drasticamente. Non è un caso che siano proprio queste classi sociali ad ingrossare le fila dell’opposizione. Quindi il malcontento di una parte della popolazione venezuelana è reale. Questo disagio fa da sfondo alla battaglia istituzionale che si sta combattendo tra il parlamento, controllato dalle opposizioni, e il governo presieduto da Nicolás Maduro. Ultimo atto di questa battaglia è stata l’elezione e il successivo insediamento dell’assemblea costituente che dovrà riscrivere la costituzione. Secondo i dati del governo si sono recati alle urne più di 8 milioni di venezuelani, che sarebbero circa il 40% degli aventi diritto. I numeri forniti dal governo sono stati parzialmente ridimensionati dalla SmartMatic, la società che ha gestito le operazioni di voto, che ha affermato che i votanti sono stati poco più di 7 milioni. Dal canto loro le opposizioni, che hanno boicottato le elezioni denunciandone i brogli, rivendicano i risultati del loro “controreferendum” con il quale intendevano bloccare l’elezione della nuova assemblea costituente. A questo referendum avrebbero partecipato, ma i dati sono forniti esclusivamente dalle opposizioni che non si sono avvalse di una società terza per la gestione del voto, circa 7 milioni di persone. Anche qui i dubbi sull’effettiva regolarità delle operazioni di voto sono molti, in alcuni filmati diffusi in rete viene dimostrato come fosse possibile per una persona votare più di una volta. Le opposizioni venezuelane però non sono state le uniche a non riconoscere il voto, infatti si sono espresse contro l’assemblea costituente anche Unione Europea e Stati Uniti a cui si sono aggiunti, Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costarica, Guatemala, Honduras, Giamaica, Messico, Panama, Paraguay e Perù. A queste prese di posizione hanno fatto eco quelle a sostegno di Maduro arrivate da Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, El Salvador, Suriname e altri piccoli stati dei Caraibi oltre che da Russia, Iran e Siria. Anche alcuni intellettuali hanno espresso solidarietà nei confronti di Maduro tra questi spiccano il premio nobel per la pace Adolfo Pèrez Esquivel e il teologo e attivista politico Frei Betto. Recentemente anche Diego Armando Maradona, tramite un post su facebook, ha dichiarato il suo sostegno al governo venezuelano.

Come c’era da aspettarsi queste elezioni non hanno cambiato la situazione e il paese resta ancora spaccato a metà, diviso lungo una faglia di classe, da un lato i ceti popolari che temono di perdere gli importanti progressi economici e sociali fatti sotto il governo di Chávez, dall’altro le classi agiate che hanno visto la loro ricchezza scemare. In particolare, con l’avvento del chavismo, sono stati intaccati gli interessi  delle multinazionali petrolifere e dei grandi proprietari terrieri che ora vorrebbero sfruttare l’occasione per rivalersi sul regime.

Nei giorni scorsi il livello dello scontro, che ha causato fino ad ora 124 vittime tra manifestanti e forze dell’ordine, si è ulteriormente alzato, una base militare che si trova nella città di Valencia è stata presa d’assalto. Non è chiaro se gli assalitori fossero dei militari ribelli o un commando paramilitare venuto da fuori, persino l’esito dello scontro è incerto. Da un lato il governo di Caracas afferma di aver catturato, o ucciso, gran parte degli assalitori, mentre l’ex sergente Giomar Flores, disertore rifugiatosi in Colombia, afferma che l’attacco è andato a buon fine e che i ribelli sono riusciti ad impadronirsi di un gran numero di armi. Se ciò fosse vero significherebbe che l’opposizione si sta preparando ad alzare il livello dello scontro per organizzare una vera e propria insurrezione armata sullo stile del tentato colpo di stato del 2002.

Lo spettro della guerra civile aleggia prepotentemente sul Venezuela che potrebbe trasformarsi nella Siria del Sudamerica. La pace però è ancora possibile, per arrivarci sarà necessario che governo e opposizioni facciano un passo indietro e trovino un terreno comune dove confrontarsi. In questo momento l’iniziativa è in mano alle opposizioni che dovranno decidere se partecipare alle prossime elezioni regionali, oppure, cercare lo scontro diretto portando la violenza nelle strade. È difficile fare una previsione sul futuro tant’è che al momento anche le opposizione sono divise sulla linea da seguire. Se a prevalere saranno i sostenitori dello scontro armato le potenze del mondo occidentale, Stati Uniti in primis, non sarebbero esenti da responsabilità. Per l’ennesima volta interessi economici e geopolitici sarebbero anteposti alla costruzione di un processo pace, cambiando in peggio la vita di milioni di venezuelani.

 

 

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