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ESTERI

Di Tiziano Grottolo

Sembra essersi riaperta la battaglia che vede contrapposte le tribù Sioux di Iowa e North Dakota, affiancate da varie associazioni ambientaliste, e la compagnia petrolifera Energy Transfer Partners, sostenuta dall’amministrazione Trump.

Dopo che nel dicembre dello scorso anno sembrava che i Sioux di Standing Rock fossero riusciti a bloccare la costruzione dell’oleodotto “Dakota Access”, che avrebbe attraversato le terre sacre della tribù e messo in pericolo importanti falde acquifere, il neoeletto presidente Trump intervenne in prima persona firmando due ordini esecutivi  che autorizzavano l’ETP a riprendere i lavori di costruzione.

Ebbene pochi giorni fa il giudice federale James Boasberg ha emesso una sentenza che potrebbe riaccendere le speranze del fronte dei contrari all’oleodotto. Nella sentenza, formata da ben novantuno pagine, il giudice Boasberg afferma che non sono state fatte sufficienti valutazioni in merito alla possibilità che agenti inquinanti vengano dispersi nell’ambiente. In particolare preoccupa la vicinanza dell’oleodotto al  fiume Missouri. Sversamenti nocivi – si legge ancora nella sentenza – avrebbero sicuramente un impatto negativo sulle attività di caccia e pesca, esercitate per diritto dalla tribù di Standing Rock. Inoltre la sentenza prescrive al corpo ingegneri dell’esercito americano, che si sta occupando della costruzione dell’oleodotto, di eseguire ulteriori analisi sull’impatto ambientale che lo stesso avrà su quei territori.

L’oleodotto “Dakota Access” della lunghezza complessiva di quasi 2000 chilometri, molti dei quali già costruiti, è costato alla ETP un investimento che sfiora i 4 miliardi di dollari.  È facile capire come, arrivati a questo punto, la compagnia petrolifera ETP cercherà di esercitare forti pressioni sull’amministrazione Trump per tentare di concludere il progetto senza ulteriori rallentamenti.

Dopo la sentenza del giudice Boasberg  si riaccendono quindi le speranze di coloro che vorrebbero bloccare l’oleodotto, David Archambault II, uno dei leder delle proteste e guida della tribù Sioux, si è detto molto soddisfatto della sentenza e ha affermato che chiederà alla corte di sospendere la costruzione dell’oleodotto.  

 

Nel frattempo la causa della tribù di Standing Rock sta acquistando sempre maggior visibilità, sta inoltre raccogliendo il sostegno da parte svariate organizzazioni internazionali che si battono per la difesa dell’ambiente. Una delegazione proveniente da Standing Rock è stato in Italia per partecipare ad un dibattito che allo Sherwood Festival, a Padova.

di Tiziano Grottolo

Molte cose potrebbero cambiare per gli assetti geopolitici del Medio Oriente dopo il 25 settembre, quando la Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) sarà chiamata a votare per decidere se rimanere una regione autonoma all’interno dell’Iraq o se affrancarsi definitivamente da Baghdad e diventare uno Stato indipendente. L’annuncio è stato fatto nei giorni scorsi da Masoud Barzani l’attuale presidente della Regione Autonoma del Kurdistan. Il governo iracheno, che in un primo momento non si era espresso in merito, si è recentemente detto contrario a questa iniziativa, pertanto non è dato sapere se l’esito del referendum sarà riconosciuto dal governo di Baghdad e se avrà valore legale.

Di certo, in caso di vittoria Barzani ne uscirebbe ulteriormente rafforzato ma potrebbe perdere un vecchio amico, il presidente turco Erdoğan, che durante un’ intervista per la tv turca si è dichiarato contrario affermando che questa iniziativa mina l’integrità territoriale dell’Iraq. Erdoğan ha poi concluso dicendo che lo svolgimento di questo referendum non è nell’interesse di nessuno. Anche in Iran pare che questa notizia non abbia raccolto adesioni entusiastiche. Infatti se il referendum fosse confermato costituirebbe un precedente pericoloso per Iran e Turchia dal momento che anche all’interno dei loro territori vivono milioni di curdi. In Turchia sono tra i 15 e 20 milioni e rappresentano il 20% della popolazione, mentre in Iran i curdi sono tra i 6 e gli 8 milioni, pari ll’8%.

Come spesso accade quando si parla di Medio Oriente, il quadro geopolitico, formato da una fitta trama di alleanze ed inimicizie incrociate, è estremamente complesso. La Regione Autonoma del Kurdistan attualmente è governata da una coalizione formata dai due principali partiti, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK). Quest’ultimo però è stato superato nelle elezioni del 2013 dal Movimento per il Cambiamento (Gorran) che si propone ora come principale forza di opposizione. I tre principali partititi della KRG perseguono obiettivi diversi e nel tempo hanno stretto alleanze diverse, tanto che, sebbene governino assieme, KDP e PUK adottano approcci diversi nei confronti della Turchia e di conseguenza nei confronti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e della sua emanazione siriana Partito dell’Unione Democratica (PYD). Il partito di Barzani ha stretto importanti relazioni, anche commerciali, con la Turchia di Erdoğan e ha più volte contrastato l’azione del PKK, che controlla delle basi sulle montagne della KRG spesso bombardate dall’aviazione turca. Al contrario, il PUK guidato dall’attuale primo ministro della KRG, Barham Ahmed Salih, tiene contatti più stretti con PKK e PYD oltre che con l’Iran di Rohani. Va detto poi come il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) sia un partito strettamente legato al clan della famiglia Barzani, si potrebbe dire a conduzione famigliare: l’attuale presidente della KRG, Masoud Barzani, vero leader del suo partito, ne ha ereditato la guida dal padre Mustafa, mentre il nipote Nechervan Idris Barzani ha ricoperto la carica di primo ministro nella precedente legislatura e attualmente guida il gruppo parlamentare del KDP. Il Movimento Gorran invece ha preferito non aderire all’invito di Barzani per partecipare ad una riunione aperta alle altre forze politiche in vista del referendum.

Le prossime elezioni per il governo regionale della KRG dovrebbero tenersi nel 2017 e questa potrebbe essere una delle chiavi di lettura della situazione: la mossa di Barzani potrebbe rappresentare un tentativo di rafforzarsi in vista di queste elezioni e cercare di svincolarsi dalla scomoda alleanza con il PUK di Salih. Tra i due partiti non scorre buon sangue e negli anni Novanta combatterono anche una sanguinosa guerra civile. Se il KDP conquistasse la maggioranza assoluta, Barzani potrebbe farsi rieleggere presidente: il suo mandato è scaduto nel 2015 ma, dal momento che il parlamento non ha trovato un accordo, Barzani ha potuto mantenere la carica. Inoltre Barzani ha spiegato che anche nelle amministrazioni di Kirkuk, Maxmur, Xaneqin e Shengal si voterà per il referendum, queste zone però dipenderebbero dal governo iracheno anche se di fatto sono amministrate dai curdi che le hanno strappate all’ISIS. Questo potrebbe essere uno stratagemma per legittimare l’annessione di queste aree alla Regione Autonoma del Kurdistan.

Resta poi aperta la questione con Baghdad. Pur dicendosi contrario a questo referendum, infatti, il governo iracheno non ha messo in atto nessun tipo di boicottaggio nei confronti della KRG, sapendo di non poter far a meno della forza militare dei peshmerga curdi, che furono i primi a bloccare l’avanzata dell’ISIS in Iraq, evitando di fatto la capitolazione del Paese, e che  ora, assieme all’esercito regolare iracheno e alle milizie sciite sostenute dall’Iran, stanno cingendo d’assedio la capitale dell’ISIS in Iraq, Mosul, che potrebbe capitolare a breve.

Un vecchio adagio recita “il nemico del mio nemico è mio amico” ciò si adatta particolarmente bene ai rapporti che intercorrono tra le varie realtà mediorientali. Quelli che oggi sono amici dopo il 25 settembre potrebbero diventare i nuovi nemici. Non è dato sapere se quello di Barzani sia solo un tentativo di prendere tempo per studiare un piano per farsi riconfermare alla presidenza, oppure al contrario, se intenda davvero andare fino in fondo e lavorare per ottenere l’indipendenza della KRG. Al momento le certezze non sono molte ma quel che è certo è che nel momento in cui il referendum dovesse tenersi regolarmente, i favorevoli all’indipendenza sarebbero la stragrande maggioranza, inoltre molti dei rapporti diplomatici tra i vari paesi cambieranno con risultati del tutto imprevedibili.

Di Angelo Fontanella

Emmanuel Macron è il nuovo presidente francese, eletto il 7 maggio 2017. Al ballottaggio, ha ottenuto 20.703.631 voti, vale a dire il 66,06% dei voti validi. La sua, è la seconda vittoria per margine di voti dal dopoguerra, dopo quella di Jacques Chirac contro Jean Marie Le Pen, che vinse con l'82,21% dei voti. L'astensione si è attestata intorno al 35%, percentuale di non poco conto, ma più bassa rispetto a quella di altri paesi europei. Il neo presidente succede ad Hollande, del quale è stato ministro delle finanze, dell'industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls. Ex funzionario della grande banca d'affari Rothschild, nella quale secondo chi sa qualcosa di lui, "eccelleva nella capacità di sedurre i clienti”, ha poi fatto parte dell' Ispettorato generale delle finanze, prima di diventare il più classico ministro “riformista” pro liberalizzazioni. Passando in rassegna il suo curriculum, emerge come alla fine del 2010, sia stato promosso ad associato all'interno della banca Rothschild e in quello stesso anno gli viene affidata la responsabilità di una delle più importanti negoziazioni dell'anno. Quella transazione, valutata più di 11,9 miliardi di euro, gli ha permesso di diventare milionario. E' stato inoltre membro della Commissione Attali voluta da Sarkozy, ed ha anche avuto un ruolo tecnico come consigliere di François Hollande. In un continuo peregrinare tra think tank francesi, Macron ha incontrato banchieri, economisti liberisti, direttori di giornali (ha condotto trattative dall’ufficio Rothschild per la vendita di Le Parisien e ha orientato gli investimenti di Le Monde), esperti della rete e della comunicazione, eminenze della Troika come Juncker e Schauble. Nell’estate del 2015 Macron, ha richiamato amici e colleghi di vecchia data come Ismaël Emelien e Guillaume Liegey, dando vita ad En Marche, il partito per il quale si è candidato. Liegey è il titolare della prima start up di strategia elettorale europea: la Liegey-Muller-Pons. En Marche non a caso è stato il partito ad aver ricevuto il maggior numero di finanziamenti privati, i quali sono pervenuti principalmente da Goldman Sachs e da banca Rothschild. En Marche quindi si è sviluppato in maniera rapidissima, soprattutto economicamente e strategicamente. Il verbo macronista è riassumibile nella frase che creò scandalo quando ancora il capo di En Marche era ministro: “Il liberismo è di sinistra”. Lo stesso verbo usato da Matteo Renzi, che si è dichiarato amico del neo presidente francese, verso il quale il partito democratico mostra parecchia venerazione, al pari dei media europei. Definito per le sue aperture al mercato “l’uberista della politica”, nonostante la generica retorica di un’assenza ideologica, Macron rappresenta la definitiva svolta liberista del centro sinistra, rifacendosi a molti dettami della dottrina neoliberista, emulando l’impalcatura macroeconomica repubblicana statunitense. Il tutto coronato da un bonus cultura da 500 euro per i neo diciottenni, inserito nel programma di En Marche, proprio come fatto dal governo di Renzi. L'enfant prodige della politica francese si è quindi posto in una posizione molto comoda, proponendo un rafforzamento e rilancio delle "istituzioni europee" e della Zona euro, attraverso un processo di "rifondazione" da attuarsi con riforme graduali. Il solito programma qualunquista buono per tutte le stagioni, in grado di vendere illusioni agli elettori e allo stesso tempo di rassicurare euroburocrati e grandi banchieri che stanno dietro la costruzione della moneta unica e dell'Unione europea.

Come era prevedibile, Macron ha subito ottenuto l'appoggio dei vari Merkel, Obama, oltre che di tutti gli alti funzionari di Bruxelles, come il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, il presidente del consiglio europeo Donald Tusk, il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani e della rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini.

 

Quello di Macron è stato sicuramente un successo per se stesso e per le elites che lo hanno supportato, sicuramente non lo è per il popolo francese visto che il nuovo presidente rappresenta la perfetta continuità rispetto agli anni bui di Sarkozy ed Hollande. E se questi 2 storici partiti per la prima volta non sono riusciti ad arrivare al ballottaggio, (col partito socialista ormai praticamente scomparso nonostante la candidatura di Hamon che fa capo all'ala più di sinistra del partito) il neo presidente è riuscito furbescamente a salvarsi dalla loro disfatta, con un'operazione rinnovamento ma che in realtà riproporrà le peggiori tendenze viste nei 2 ex partiti maggiori in questi anni. Il suo successo è però dovuto soprattutto al grande sostegno ricevuto dall'apparato mediatico francese ed europeo, (con grandi elogi ricevuti anche oltreoceano) e al forte ostracismo che lo stesso ha riservato a Marine Le Pen, fatta passare per coacervo di tutti i mali. La Le Pen nel complesso ha ottenuto un buon risultato, anche se ha perso una ghiotta occasione per portare un ormai sdoganato Front National alla presidenza. Sicuramente i toni così duri contro l'immigrazione, in un paese che ha ancora colonie, è stato fuori luogo. Il resto lo hanno fatto media ed elites, inventandosi un personaggio buono per tutte le stagioni (che nuovo non è) e lanciarlo alla conquista dell'Eliseo. Ottimo invece il risultato di France Insoumise, l'alleanza di sinistra che ha sostenuto Jean Luc Mélenchon, con un 19,5% al primo turno. Ciò è stato possibile grazie alla realizzazione di un programma socialmente avanzato e fondato sul ripristino della sovranità da parte del paese transalpino, quindi della rottura dei trattati di Maastricht e di Lisbona. Programma inverso quindi rispetto a quello di en Marche, che continuerà a mantenere il paese e l'intera eurozona sotto il giogo dei mercati e dell'austerità. Tant'è che a pochissimi giorni dall'insediamento, Macron si è recato a Berlino per incontrare la cancelliera Merkel e rinsaldare l'asse franco-tedesco quale colonna portante della moneta unica e delle sue istituzioni.

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