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Di Tiziano Grottolo

Da almeno due mesi e quasi ogni giorno per le strade del Venezuela si alternano manifestazioni pro e contro il governo presieduto da Nicolás Maduro. Maduro eletto presidente per una manciata di voti nel 2013 dopo la morte di Hugo Chávez, ha visto crollare la sua popolarità giorno dopo giorno.

Se nel 2013, alla morte di Chávez, il Venezuela era il più grande esportatore di petrolio del continente sudamericano e rientrava nei primi quindici a livello mondiale, con l’avvento della crisi petrolifera le sue esportazioni sono state drasticamente ridimensionate facendo venire meno la principale fonte di entrate per il paese. Grazie alle entrate del petrolio Chávez aveva potuto sostenere grandi investimenti nei campi dell’istruzione, della sanità e dell’edilizia pubblica, ma al contempo il debito pubblico era aumentato e con il drastico abbassamento dei prezzi del petrolio, coinciso con la morte di Chávez avvenuta per cancro, questi programmi sono diventati insostenibili. Da qui è iniziata una spirale di eventi tutti collegati tra loro che ha portato all’attuale situazione di instabilità. Alcune infelici scelte in campo economico hanno minato la già precaria popolarità di Maduro che si trova a dover gestire il paese con il più alto tasso di inflazione al mondo, quasi il 700 per cento, una cronica penuria di generi alimentari e medicinali ed ora anche le proteste di una parte della popolazione.

Infine l’instabile situazione economica del paese pare abbia attirato alcuni grandi speculatori finanziari interessati a mettere le mani sui titoli di stato venezuelani che hanno un tasso d’interesse che si aggira intorno al 40 per cento e che con un rapporto debito/Pil attorno al 17 per cento fanno gola a molti.

La crisi istituzionale

Come se non bastasse da alcuni mesi è in atto anche uno scontro istituzionale tra parlamento, in mano all’opposizione, e il governo presieduto da Maduro. Infatti nel dicembre 2015 l’opposizione, riunita nella coalizione Mesa de la Unidad Democrática e guidata da Henrique Capriles, ha conquistato 112 seggi su 167, mentre il Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv) guidato da Maduro si è fermato a 55. Da quel momento è iniziata una guerra istituzionale fatta di colpi bassi e ostruzionismo da ambo le parti. Da un lato l’opposizione ha annunciato un referendum per destituire Maduro che dal canto suo, per via della crisi economica, ha proclamato lo stato d’emergenza che gli consente di evitare l’approvazione del parlamento per quanto concerne alcuni provvedimenti in materia economica. Poi a fine marzo il Tribunale Supremo della Giustizia venezuelano aveva, in un primo momento, esautorato il parlamento dei suoi poteri salvo poi tornare sui suoi passi, temendo che la situazione gli sfuggisse di mano anche lo stesso Maduro chiese al tribunale di revocare la sentenza. Questa fu la scintilla, ampiamente cavalcata dall’opposizione, che ha portato migliaia di persone per le strade e da quel momento le proteste non si sono più fermate.

Le proteste

Già prima che la situazione arrivasse al limite la popolazione era stata messa a dura prova, basti pensare che le code per accaparrarsi generi di prima necessità possono durare delle ore e non è scontato ottenere ciò di cui si ha bisogno, pertanto molte persone sono costrette a rivolgersi al mercato nero, talvolta incentivato dagli stessi commercianti. Quindi, nonostante la revoca della sentenza di marzo, ampi strati della popolazione non hanno esitato a scendere in strada. Queste proteste talvolta, vengono usate come pretesto per il saccheggio delle attività commerciali altre volte sfociano in scontri tra oppositori e collectivos armati (formazioni nate con la Rivoluzione bolivariana). In tutto questo disordine si inseriscono anche i grandi ceti industriali del Venezuela, in particolare quelli petroliferi, pronti a prendersi una rivincita nei confronti del governo socialista che ne ha nazionalizzato l’industria.

Durante gli scontri tra manifestanti e polizia sono rimaste uccise una quarantine di persone e la polizia è ritenuta responsabile di alcune di queste morti. Dal canto loro i manifestanti hanno dato vita a vere e proprie azioni di guerriglia urbana e durante queste scontri sono stati lanciate non solo bottiglie molotov  ma anche vasetti di vetro contenenti escrementi.

Per evitare di cadere in una narrazione a senso unico va sottolineato come in questi giorni, oltre alle proteste organizzate dall’opposizione, vi siano state le altrettanto partecipate manifestazioni pro governative, queste godono dell’appoggio dei ceti popolari e più poveri del paese che temono il venir meno dei progressi fatti sotto la guida del governo socialista.

L’ultimo guizzo

L’ultima trovata di Maduro è il tentativo di far approvare una nuova costituzione, il presidente in carica vorrebbe convocare una nuova assemblea costituente, ma arrivati a questo punto pare quanto mai improbabile che si possa arrivare ad una convocazione vera e propria. Pare invece un ultimo disperato tentativo di rimandare le elezioni presidenziali previste per il 2018, dalle quali con ogni probabilità l’attuale presidente uscirebbe sconfitto. Maduro non sembra più in grado di tenere le redini del paese e ben presto potrebbe perdere l’appoggio anche di alcune persone a lui vicine. Arrivati a questo punto l’unica cosa che rimane da fare, per evitare il peggio, è che entrambe le parti si attivino e trovino un terreno di confronto comune, in modo da evitare una sanguinosa guerra civile in cui l’unico grande sconfitto sarebbe il popolo venezuelano.

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