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Di Angelo Fontanella

Emmanuel Macron è il nuovo presidente francese, eletto il 7 maggio 2017. Al ballottaggio, ha ottenuto 20.703.631 voti, vale a dire il 66,06% dei voti validi. La sua, è la seconda vittoria per margine di voti dal dopoguerra, dopo quella di Jacques Chirac contro Jean Marie Le Pen, che vinse con l'82,21% dei voti. L'astensione si è attestata intorno al 35%, percentuale di non poco conto, ma più bassa rispetto a quella di altri paesi europei. Il neo presidente succede ad Hollande, del quale è stato ministro delle finanze, dell'industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls. Ex funzionario della grande banca d'affari Rothschild, nella quale secondo chi sa qualcosa di lui, "eccelleva nella capacità di sedurre i clienti”, ha poi fatto parte dell' Ispettorato generale delle finanze, prima di diventare il più classico ministro “riformista” pro liberalizzazioni. Passando in rassegna il suo curriculum, emerge come alla fine del 2010, sia stato promosso ad associato all'interno della banca Rothschild e in quello stesso anno gli viene affidata la responsabilità di una delle più importanti negoziazioni dell'anno. Quella transazione, valutata più di 11,9 miliardi di euro, gli ha permesso di diventare milionario. E' stato inoltre membro della Commissione Attali voluta da Sarkozy, ed ha anche avuto un ruolo tecnico come consigliere di François Hollande. In un continuo peregrinare tra think tank francesi, Macron ha incontrato banchieri, economisti liberisti, direttori di giornali (ha condotto trattative dall’ufficio Rothschild per la vendita di Le Parisien e ha orientato gli investimenti di Le Monde), esperti della rete e della comunicazione, eminenze della Troika come Juncker e Schauble. Nell’estate del 2015 Macron, ha richiamato amici e colleghi di vecchia data come Ismaël Emelien e Guillaume Liegey, dando vita ad En Marche, il partito per il quale si è candidato. Liegey è il titolare della prima start up di strategia elettorale europea: la Liegey-Muller-Pons. En Marche non a caso è stato il partito ad aver ricevuto il maggior numero di finanziamenti privati, i quali sono pervenuti principalmente da Goldman Sachs e da banca Rothschild. En Marche quindi si è sviluppato in maniera rapidissima, soprattutto economicamente e strategicamente. Il verbo macronista è riassumibile nella frase che creò scandalo quando ancora il capo di En Marche era ministro: “Il liberismo è di sinistra”. Lo stesso verbo usato da Matteo Renzi, che si è dichiarato amico del neo presidente francese, verso il quale il partito democratico mostra parecchia venerazione, al pari dei media europei. Definito per le sue aperture al mercato “l’uberista della politica”, nonostante la generica retorica di un’assenza ideologica, Macron rappresenta la definitiva svolta liberista del centro sinistra, rifacendosi a molti dettami della dottrina neoliberista, emulando l’impalcatura macroeconomica repubblicana statunitense. Il tutto coronato da un bonus cultura da 500 euro per i neo diciottenni, inserito nel programma di En Marche, proprio come fatto dal governo di Renzi. L'enfant prodige della politica francese si è quindi posto in una posizione molto comoda, proponendo un rafforzamento e rilancio delle "istituzioni europee" e della Zona euro, attraverso un processo di "rifondazione" da attuarsi con riforme graduali. Il solito programma qualunquista buono per tutte le stagioni, in grado di vendere illusioni agli elettori e allo stesso tempo di rassicurare euroburocrati e grandi banchieri che stanno dietro la costruzione della moneta unica e dell'Unione europea.

Come era prevedibile, Macron ha subito ottenuto l'appoggio dei vari Merkel, Obama, oltre che di tutti gli alti funzionari di Bruxelles, come il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, il presidente del consiglio europeo Donald Tusk, il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani e della rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini.

 

Quello di Macron è stato sicuramente un successo per se stesso e per le elites che lo hanno supportato, sicuramente non lo è per il popolo francese visto che il nuovo presidente rappresenta la perfetta continuità rispetto agli anni bui di Sarkozy ed Hollande. E se questi 2 storici partiti per la prima volta non sono riusciti ad arrivare al ballottaggio, (col partito socialista ormai praticamente scomparso nonostante la candidatura di Hamon che fa capo all'ala più di sinistra del partito) il neo presidente è riuscito furbescamente a salvarsi dalla loro disfatta, con un'operazione rinnovamento ma che in realtà riproporrà le peggiori tendenze viste nei 2 ex partiti maggiori in questi anni. Il suo successo è però dovuto soprattutto al grande sostegno ricevuto dall'apparato mediatico francese ed europeo, (con grandi elogi ricevuti anche oltreoceano) e al forte ostracismo che lo stesso ha riservato a Marine Le Pen, fatta passare per coacervo di tutti i mali. La Le Pen nel complesso ha ottenuto un buon risultato, anche se ha perso una ghiotta occasione per portare un ormai sdoganato Front National alla presidenza. Sicuramente i toni così duri contro l'immigrazione, in un paese che ha ancora colonie, è stato fuori luogo. Il resto lo hanno fatto media ed elites, inventandosi un personaggio buono per tutte le stagioni (che nuovo non è) e lanciarlo alla conquista dell'Eliseo. Ottimo invece il risultato di France Insoumise, l'alleanza di sinistra che ha sostenuto Jean Luc Mélenchon, con un 19,5% al primo turno. Ciò è stato possibile grazie alla realizzazione di un programma socialmente avanzato e fondato sul ripristino della sovranità da parte del paese transalpino, quindi della rottura dei trattati di Maastricht e di Lisbona. Programma inverso quindi rispetto a quello di en Marche, che continuerà a mantenere il paese e l'intera eurozona sotto il giogo dei mercati e dell'austerità. Tant'è che a pochissimi giorni dall'insediamento, Macron si è recato a Berlino per incontrare la cancelliera Merkel e rinsaldare l'asse franco-tedesco quale colonna portante della moneta unica e delle sue istituzioni.

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