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Di Alessio Di Florio

Il bisogno di verità tuttavia non può fermarsi dove sono presenti ancora zone d'ombra, e pone traguardi verso i quali tendere” ha dichiarato il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in occasione dell’anniversario della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un bisogno di verità reale, sentito, straziante per i familiari delle vittime. E di tutti gli italiani e le italiane che quotidianamente credono nella giustizia, nella legalità democratica e in tutti i più alti ideali civili e umani. Ma quel bisogno non è ostacolato da entità lontane e misteriose. Trame, depistaggi, insabbiamenti hanno precise centrali di responsabilità. Le sfere responsabili della mancata giustizia – e la protesta dell’associazione familiari delle vittime ne è viva e vibrante denuncia – possono essere ricondotte a precisi indirizzi. E quegli indirizzi sono di Stato, sono parte integrante di apparati, più o meno deviati, di questo Stato. Apparati che hanno fiancheggiato, alimentato, guidato e accompagnato trame eversive neofasciste e criminali.

Dal 1980 un’altra strage (incredibilmente unite da una telefonata riconducibile a esponenti dei servizi segreti italiani) attende giustizia. Finora soffocata da depistaggi, false verità. E omertà di tanti, troppi protagonisti. E’ la strage di Ustica. L’anno scorso, nell’anniversario, Mattarella dichiarò che si devono “rimuovere le opacità persistenti”. Di opacità i 37 anni che ci separano da quel 27 giugno ne hanno tantissime. La compagnia Itavia (proprietaria dell’aereo abbattuto) fu colpita da un processo mediatico che la stritolò: l’accusa di scarsa manutenzione dei propri mezzi e di mancato rispetto delle regole di sicurezza (con la conseguenza di un “cedimento strutturale”) portò alla fine delle attività pochi mesi dopo la strage di Ustica. Il DC-9, fu l’accusa nell’immediato, avrebbe avuto un cedimento strutturale cadendo in mare. 37 anni dopo sappiamo che quello fu solo il primo depistaggio. E, anche su questa vicenda, se c’è un ostacolo a rimuoverlo, se c’è chi non sta contribuendo a renderle ancora persistenti, è qualcuno che vive nelle alte sfere di Stato. Una vicenda su tutte lo certifica e denuncia: l’esperienza di Mario Ciancarella, capitano pilota dell’Aeronautica Militare al momento della strage. Negli anni era diventato punto di riferimento del Movimento Democratico dei Militari. Ricevuto dal Presidente della Repubblica Pertini nel 1979 “insieme a Sandro Marcucci e Lino Totaro, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobiltà che si compivano nel mondo militare”.

Dopo la strage di Ustica, il maresciallo Mario Alberto Dettori confidò a Ciancarella “Capitano siamo stati noi …” “Capitano dopo questa puttanata del mig libico”. Questo suo ruolo, denuncia l’Associazione Antimafie Rita Atria (che dalla sua fondazione 22 anni fa si è schierata al suo fianco e ne sostiene la battaglia), “divenne talmente scomodo da indurre qualcuno molto in alto a falsificare, nell’ottobre 1983, la firma del Presidente Pertini nel Decreto Presidenziale di radiazione”. Un decreto che gli è stato consegnato solo 9 anni più tardi, dopo la morte di Pertini. Il Tribunale Civile di Firenze ha confermato i “dubbi” di Mario Ciancarella e dell’Associazione Antimafie Rita Atria: la firma del Presidente Pertini che compare sul quel decreto è un volgare falso. Tanto e’ stato accertato sulla base di due perizie – una di parte ed una disposta dal Magistrato – che hanno potuto rilevare come il falso sia tanto evidente quanto eseguito con assoluta approssimazione”.  In un servizio della trasmissione televisiva Le Iene, il 2 maggio di quest’anno, Gaetano Pecoraro denuncia che anche la firma dell’allora ministro della Difesa Spadolini è falsa.

Il 10 novembre 2016 i deputati Claudio Fava e Davide Mattiello in una conferenza annunciarono la presentazione di un’interrogazione al Ministro della Difesa Pinotti. Nelle ore successive il Ministero della Difesa in un’email certificata scrisse a Mario Ciancarella che “gli atti pervenuti e afferenti alla pratica del suo assistito sono stati inoltrati per i successivi adempimenti di competenza, alla direzione generale per il personale militare, alla quale potrà rivolgersi per qualsiasi informazione/chiarimento si rendesse necessario”. Logica e speranza avrebbero fatto ipotizzare che gli “adempimenti di competenza” avrebbero portato alla sacrosanta reintegra. Ma invece non è stato così: per il Ministero della Difesa la sentenza di Firenze stabilisce solo il risarcimento delle spese legali.  

La battaglia di Mario Ciancarella per la strage di Ustica ha avuto come primi “alleati” altri due “ufficiali democratici”: Sandro Marcucci e Alberto Dettori. Dettori fu trovato impiccato nel 1987 e Sandro Marcucci morì in un incidente aereo (avvenuto in circostanze a dir poco controverse in un incidente che tanto accidentale non è mai apparso) sulle Alpi Apuane nel 1992. Un incidente “controverso” che da subito fu denunciato come non essere stato “tanto accidentale”. Anche la tesi del “suicidio” di Alberto Dettori suscitò dubbi e perplessità sin dall’inizio, una tesi alla quale la famiglia e l’Associazione Antimafie Rita Atria non diedero mai credito. Il 16 dicembre 2016 Goffredo D’Antona, avvocato dell’Associazione, ha presentato un esposto alla Procura di Grosseto a nome della figlia di Dettori, Barbara. Sulla base di “nuovi elementi” che “fanno presumere non si sia trattato di suicidio”, l’esposto, “è frutto delle testimonianze e dei nuovi elementi raccolti in questi anni, correlate anche all’incidente sospetto del Tenente Colonnello Sandro Marcucci (per il quale è in corso una nuova indagine presso la procura di Massa) e al caso emblematico della firma falsa (accertata dal tribunale di Firenze) del Presidente Pertini sulla radiazione del Capitano Ciancarella. Tre storie indubbiamente legate tra loro”. L’esposto ha portato alla riapertura delle indagini ed è stato riesumato il corpo.

La notte della strage Dettori era radarista a Poggio Ballone. A Mario Ciancarella confidò le due frasi, tralasciate dalle indagini ufficiali sulla strage e riprese nel 1999 solo dal quotidiano Liberazione, “Capitano siamo stati noi…” “Capitano dopo questa puttanata del mig libico”. “Siamo stati noi capitano, siamo stati noi a tiralo giù” rivelò Alberto Dettori al solo Mario Ciancarella. Frasi di cui “non esiste una qualche prova audio” ma – ha dichiarato l’avvocato D’Antona - che rimangono “nella memoria” di Ciancarella. Il capitano “non è il solo ad affermare che quella notte il radarista aveva visto qualcosa di spaventoso. Lo dicono soprattutto i suoi familiari. Era sconvolto e proprio a loro più volte disse che non poteva raccontargli quello che aveva visto quella sera, un modo probabilmente per tutelarli. Cercherà di parlare solo con Ciancarella per ovvi motivi: lui era un ufficiale, oltre che il leader del Movimento democratico delle forze armate, elemento che avrà convinto Dettòri a fidarsi di lui”. “Tornò a casa stravolto. Sul radar aveva visto tutto. Alberto aveva visto tutto e aveva dato l’allarme. Qualcuno lo picchiò e gli disse fatti i cazzi tuoi”. Mio fratello non poteva essersi suicidato – è la convinzione espressa in un’intervista nel 2013  anche dalla sorella Antonietta (deceduta due mesi dopo l’intervista) – era un uomo solare e aveva un solido equilibrio interiore che gli derivava dall’amore per la sua famiglia, per il suo lavoro e per l’Aeronautica. Quando ci avvertirono della sua morte e andai a Grosseto, capii subito che i miei dubbi avevano un fondamento. Da parte dei militari sentii infatti nei nostri confronti una grande freddezza, quasi ostilità. E poi quelle pressioni sulla moglie perché non chiedesse un’inchiesta sulla morte di Alberto. Per non parlare dell’autopsia non fatta. Ma come, mio fratello era stato trovato impiccato a un albero, a un ramo obiettivamente troppo in alto, e non si è voluto verificare se sulla mani avesse le tracce dell’arrampicata?”. Alberto Dettori, secondo la sorella, negli ultimi anni era “improvvisamente cambiato. Era preoccupato, impaurito. Il suo stato di tensione emotiva era peggiorato da quando era tornato dalla Francia, dove aveva seguito un corso di aggiornamento. Poi parlai con mia cognata e la sorella di mia cognata. E loro mi raccontarono di come Alberto fosse tornato a casa molto turbato il giorno dopo la tragedia di Ustica”.

L’Associazione Antimafie Rita Atria nel marzo scorso ha elencato alcune delle “opacità da rimuovere”. L’Associazione sottolinea che Mattarella “non considera che nella strage di Ustica le Vittime sono più di 81” e“un numero così alto di morti tra chi ha avuto a che fare anche indirettamente alla sera del 27 giugno 1980 non può semplicemente definirsi frutto di un disegno del destino cinico e baro. Per non parlare poi che neanche la sfortuna più totale avrebbe consegnato alla storia la perdita dei tracciati radar a Boccadifalco di Grosseto e il rogo del registro del controllore del traffico aereo dei voli su Grosseto compreso il 27 giugno 1980. (tracciati di quel radar dietro al quale si trovava il Maresciallo Mario Alberto Dettori… “suicidato”)”. “La documentazione non è stata resa interamente pubblica – aggiungono ancora gli esponenti dell’Associazione -  visto che sulla strage di Ustica molti documenti non è possibile consultarli perché coperti dal segreto militare. Un bel gioco delle tre carte …  Giusto per fare un esempio:

- C’è ancora il segreto di Militare sulla documentazione inerente all’esercitazione militare che si svolse con l’Awacs, i caccia militari di Grosseto e Cameri, il Pd 808 , ll C47 , il Mig inoffensivo. (Dietro il radar a Poggio Ballone c’era Mario Alberto Dettori).
-Non esistono o non sono consultabili o sono secretati i verbali di distruzione dei volumi con le strip dei piano di volo e progresso volo dei voli di Cameri , Grosseto, Pisa, Pratica di Mare, Licola e Marsala.
 - Non sono consultabili i registri della R.i.v di Roma, la maggior parte dei registri e della documentazione radaristica nelle basi aeree militari italiane di Cameri, Grosseto, Pisa, Pratica di Mare, Licola e Marsala, i libretti di volo di chi partecipò all’esercitazione militare: l’Awacs Usa, i caccia di Grosseto e Cameri, il Pd 808 , il C47 e la documentazione del pilota del Mig
”.

E, quasi chiudendo un cerchio, l’accusa al Governo di non permettere la visione di documenti con importanti verità è anche tra le motivazioni della protesta dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna, presieduta dal deputato PD Paolo Bolognesi.

Di Enza Galluccio*

Una “Cosa sola”, un unico sistema criminale formato da più organizzazioni.

Si spazia dal mondo mafioso,  ‘Ndrangheta e Cosa nostra in testa (ma non sono da meno Sacra Corona Unita e Camorra), fino a massoneria, politici, servizi segreti e Gladio.

Un unico obiettivo: destabilizzare l’Italia per poter essere parte della “partita” dopo il crollo del muro di Berlino. Ognuna delle forze citate ha cercato di ricavare un proprio spazio di egemonia e l’obiettivo comune era ostacolare l’avvento del comunismo.

Qualche giorno fa è stato arrestato Francesco Filippone, uomo chiave della ‘ndrangheta che unisce Cosa nostra e i Capi calabresi in un unico progetto criminale messo in piedi da specialisti del crimine e parti istituzionali e massoniche, durante alcuni summit tra Milano  e la Calabria.

È l’inchiesta ‘ndrangheta stragista messa in piedi dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e il sostituto della Dna Francesco Curcio ad aprire nuovi scenari e a confermare pienamente quanto sostenuto nel processo sulla trattativa Stato-mafia di Palermo.

La Procura calabrese chiarisce molte cose e aggiunge nuovi elementi in relazione a inchieste determinanti, come quella sulla morte del giudice Scopelliti. Si parla anche dei mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994, le cui famiglie sono sostenute da Antonio Ingroia (ex pm dell’inchiesta sulla trattativa), in qualità di avvocato di parte civile.

Non mancano altre sconvolgenti rivelazioni, come la volontà di eliminare il superpoliziotto Nicola Calipari, quando prestava servizio a Cosenza, poi rinviato per decisione di Giuseppe Graviano, ed eseguito da soldati americani in Iraq nel 2005. Sembrano ritornare, quindi, riferimenti a collaborazioni e scambi con i servizi statunitensi.

Ma non è tutto, c’è un’ombra che permane. È qualcosa che sembra avere a che fare con timori radicati persino in boss mafiosi e pentiti di ogni organizzazione criminale, i quali si bloccano sempre di fronte a nomi che rimangono misteriosi. Timori che neanche il “carcere duro” a vita riesce a dissolvere. Le collaborazioni si fermano di fronte a quel qualcosa che sembra essere di altra natura innominabile, e che si colloca nell’unione d’intenti mafiosi, ‘ndranghetisti e mondo delle istituzioni.

Riecheggia anche il nome di “faccia di mostro”,Giovanni Aiello. L’ex poliziotto dei servizi, accusato di aver partecipato a molti omicidi, fa ancora molta paura.

Così come riemerge la sigla “falange armata”, indicata da quei servizi segreti paralleli, utilizzata per coprire stragi e omicidi eseguiti da mafiosi e personaggi collocabili nell’estrema destra. 

Tutto sembra partire dal ritrovamento di quelle parti mancanti del memoriale di Aldo Moro, rinvenute nel 1990 all’interno del covo delle Br in via Montenevoso. In quei fogli si parla di Gladio. Una scoperta che obbliga molti politici, Andreotti in testa, ad ammettere l’esistenza della struttura Stay Behind.

Siamo sempre alla fine di un’epoca che dal crollo del muro in poi vede mondo criminale e poteri forti alle prese con nuovi assetti da gestire, in cui lo scopo sembra essere quello di conservare il proprio status di potere e le proprie libertà di agire anche nel crimine.

Alla fine, le stragi e gli omicidi sembrano fermarsi con l’avvento di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che diventa, secondo quanto emerge anche dall’inchiesta reggina, il nuovo referente politico e istituzionale per mafie, servizi deviati e mondo massonico

Quello descritto è, dunque, un sistema che dura da sempre e che non ha esitato a macchiare di sangue innocente le nostre vie e le nostre piazze, in una logica stragista mirata a mantenere alta la tensione.

Oggi quel “sistema” sembra aver subito un duro colpo. Si garantisca, ora, la protezione di quei procuratori palermitani e reggini che, con il loro lavoro, ci stanno permettendo di sfiorare certe terribili verità storiche, negate  e coperte da troppi anni.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale

Di Vincenzo Musacchio*

Una delle poche speranze che ci restano nella lotta alle mafie è l’impegno dei nostri giovani nella ricerca della verità e nella costruzione di una società più giusta, libera dai condizionamenti mafiosi, dove le persone oneste e il bene comune siano garantiti dallo Stato. Per ora è solo un’aspettativa, fondamentalmente giusta ma poco efficace poiché, proprio mentre scrivo quest’articolo le mafie corrompono, riciclano, investono legalmente le loro immense risorse economiche. Aprono centri commerciali, pizzerie, bar, alberghi, gioiellerie, complessi turistici e ogni genere di attività economico-imprenditoriale redditizia. Usano prestanomi integerrimi e i loro investimenti producono ricchezza e lavoro, dunque, il nuovo meccanismo criminale funziona molto bene. Guadagnano e creano consenso sociale poiché le bocche da sfamare in tempi di crisi sono tante. Mafia, camorra e ndrangheta, con le complicità politiche si trasformano in vere e proprie imprese commerciali con tutte le carte in regola.

Lo Stato nel frattempo dov’è? I veri servitori dello Stato che si sono sacrificati per combatterla, sono tutti morti perché lo Stato, o meglio i suoi governanti, non hanno voluto la lotta alle mafie ma hanno preferito la connivenza. Per un’azione incisiva ed efficace serve un ingrediente che in Italia non si trova: la volontà politica. Una “ricetta miracolosa” per estirpare il cancro delle mafie ovviamente non esiste. Esistono però leggi, forse troppe, che devono essere applicate e altrettante che dovrebbero essere create. Riguardano l’economia, l’evasione fiscale, la corruzione, il settore bancario, quello del lavoro, tutti contesti in cui la criminalità organizzata regna sovrana. Finora le mafie hanno ucciso tutte quelle persone che lo Stato ha abbandonato.

La “trattativa” ha funzionato e sembra funzionare ancora, anche se ogni tanto richiede qualche azione dimostrativa. Questo è quello che le mafie vogliono ed è quello che gli stiamo servendo su un piatto d’argento. Il carcere duro per pochi boss ormai privi di potere è un prezzo che pagano volentieri sperando in qualche concessione che alla fine arriva. Non è più tollerabile ascoltare promesse e appelli all’antimafia da chi non sta facendo nulla o, addirittura è complice o colluso.

La vera lotta alla mafia dovrà essere una nuova “lotta di liberazione” civile per sconfiggere un nemico, penetrato ovunque, che non solo danneggia la nostra economia, ma ci espropria delle nostre libertà. I cittadini, i politici onesti e le imprese sane, dovranno impegnarsi a fare ciascuno la propria parte, per tentare, almeno, di dare un migliore futuro alle nuove generazioni. È un processo di “decontaminazione” che purtroppo la gente vede come un’illusione e che potrà trovare compimento solo se sarà avviato da una classe politica non compromessa e con le mani pulite. Sfortunatamente nessuno ha interesse e coraggio a proporre una simile operazione che richiede una “mobilitazione” nazionale di tutti i settori dello Stato e dell’intera società civile. Diceva bene Giovanni Falcone: “…quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.

 

*Giurista e direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

Di Antonio Ingroia*

Se Mafia Capitale doveva rappresentare un punto di svolta nella lotta alla corruzione, l’esito del processo di primo grado è stato senza dubbio deludente, per non dire fallimentare. Non tanto per le pene comminate, in taluni casi anche più severe di quelle chieste dalla Procura di Roma, quanto per il clamoroso crollo della principale accusa su cui più puntavano i PM per stigmatizzare la gravità della condotta degli imputati: l'associazione mafiosa.

Un esito che ha lasciato interdetti e spiazzati molti cittadini, i quali hanno percepito come ingiusta la sentenza, mentre il Tribunale sembra avere semplicemente applicato in modo rigoroso la legge, pretendendo la prova puntuale di tutti i requisiti chiesti dall’art. 416-bis per una condanna per associazione mafiosa, senza nulla concedere a interpretazioni evolutive ed estensive della norma che rischiano di renderne evanescenti i confini di applicabilità, confini necessariamente netti per non pregiudicare principi basilari come la tassatività della fattispecie incriminatrice e la certezza del diritto. E quindi i giudici, per nulla sottovalutando la gravità dei fatti, ma rimanendo ancorati saldamente al principio di legalità che non consente alcuna forzatura del dettato normativo, hanno fatto ciò che potevano: hanno riconosciuto colpevoli tutti gli imputati e li hanno condannati a pene severissime, ma hanno fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. Il che non vuol dire che la mafia a Roma non esiste, ma che in questo processo la Procura non è riuscita a provarla al di là di ogni ragionevole dubbio. 

Parallelamente, un’altra grande occasione mancata in tema di anticorruzione si è registrata sul piano legislativo. In Senato, infatti, la proposta di estendere ai corrotti l’applicabilità della legge Rognoni-La Torre, così prevedendo per essi sequestro e confisca di prevenzione al pari dei mafiosi, è stata fortemente limitata dall’approvazione dell’emendamento che ha ristretto l’ambito applicativo ai soli casi in cui all’indiziato di reati di corruzione viene contestata anche l’associazione per delinquere. Cosa che oggi avviene così raramente da condannare inesorabilmente alla disapplicazione la nuova norma. 

Ma perché i magistrati applicano così poco l’associazione per delinquere ai corrotti? Per la stessa ragione per la quale la Procura di Roma ha pensato di applicare l’associazione mafiosa agli imputati di Mafia Capitale. Perché si ritiene, non a torto, che l’associazione per delinquere comune sia punita troppo blandamente rispetto alle pene previste per i reati contro la Pubblica amministrazione e per l’associazione mafiosa. E quindi il “vecchio” art.416 del codice penale non è utile né a finalità punitive né in funzione di stigmatizzazione sociale. Di qui anche la diffusa insofferenza verso la sentenza dei giudici di “Mafia Capitale”.

Ebbene, allora serve l’uovo di Colombo. Introdurre una nuova figura di reato associativo, come un “articolo 416-quater”, che colmi la lacuna legislativa nello spazio scoperto tra l’associazione per delinquere semplice e l’associazione di tipo mafioso: l’associazione di tipo corruttivo, un’organizzazione criminale che usa la corruzione come metodo tipico per la commissione sistematica di reati contro la Pubblica amministrazione e in violazione della legislazione in materia di appalti e di erogazione di fondi pubblici. Con la previsione di una pena superiore a quella dell’associazione per delinquere comune e vicina a quella prevista per l’associazione mafiosa. Con la conseguente creazione di una categoria di soggetti, gli indiziati di “associazione corruttiva”, i cui patrimoni, in caso di sproporzione ingiustificata rispetto al reddito dichiarato, verrebbero sequestrati e poi confiscati in assenza di controprova, al pari di quelli dei mafiosi.

Le misure patrimoniali di prevenzione si applicherebbero così solo alle condotte più gravi contro la Pubblica amministrazione, realizzate in modo sistematico ed organizzato, e non invece agli illeciti episodici, in sintonia con i suggerimenti di alcuni autorevoli magistrati.

 

Inoltre, riducendo la discrezionalità interpretativa dei giudici, questa nuova figura di reato assicurerebbe anche la certezza di una pena adeguata. Solo così le procure sarebbero incoraggiate, nei casi più gravi come quelli di Mazzetta Capitale, a contestare non solo i fatti di corruzione ma anche il corrispondente reato associativo, senza ricorrere a rischiose estensioni applicative del 416-bis che aprirebbero ad anni di oscillazioni interpretative e incertezze applicative. In più si incentiverebbe l’uso di sequestro e confisca di prevenzione. Un ottimo cavallo di battaglia per la prossima campagna elettorale per chi volesse davvero fare una guerra senza quartiere a mafia e corruzione. 

*Dal Fatto Quotidiano in edicola oggi

Di Antonio Ingroia*

Un chiarimento è necessario per contestare le semplificazioni che, all'indomani della sentenza che ha smentito l'impalcatura del processo Mafia Capitale, gridano allo scandalo. Il Tribunale di Roma non ha dichiarato che la mafia non esiste nella capitale, ma solo in Mafia Capitale. Sembra un gioco di parole, ma è la verità. La mafia a Roma esiste. Lo dicono le sentenze che hanno accertato gli interessi mafiosi ad Ostia, lo dicono gli arresti e le condanne, i sequestri e le confische di ristoranti ed esercizi commerciali frutto del riciclaggio di denaro sporco.

Sostenere il contrario significherebbe negare una realtà scritta da indagini e sentenze, e dalla verità accertata della nuova mafia che ha abbandonato da anni la localizzazione nelle aree di insediamento tradizionale. Non esiste invece “Mafia Capitale”, così hanno stabilito i giudici che non hanno ritenuto ci fossero le prove per condannare per mafia.

Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli di gravi reati, e per ciò condannati a pene severissime, ma non mafiosi. E’ venuta meno insomma la novità centrale dell'inchiesta, la qualifica mafiosa dell'organizzazione criminale. Una decisione che ha fatto piovere sui giudici critiche e accuse di mancanza di coraggio, a mio avviso ingiuste. Occorrerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere meglio, ma è opportuno chiarire che seppure mafia e corruzione siano facce della stessa medaglia non sono la stessa cosa. Sicuramente la mafia si serve della corruzione, ma ciò non significa che dove c’è corruzione c’è anche mafia. Così devono aver ragionato i giudici, che si sono attenuti al rigore della cultura della prova, senza farsi condizionare da suggestioni sociologico-criminali e dalla kermesse mediatica allestita attorno al processo. E’ indubbio che la mafia non è più coppola e lupara ma resta che il 416 bis pretende la prova di un'organizzazione dotata di una forza di intimidazione diffusa sul territorio tale da determinare un alone di assoggettamento e di omertà che ne costituisce lo strumento tipico e la differenzia dagli altri sodalizi criminali. Prova che evidentemente i giudici non hanno ravvisato, così scongiurando pericolosi fraintendimenti che rischiano di vanificare l'efficacia dell'incriminazione, se inflazionata. Se tutto è mafia, nulla è mafia. Cosicché, da una parte, se vedi la mafia dove non c'è, rischi di non sanzionare adeguatamente condotte di corruzione non meno gravi, e perciò i giudici hanno sanzionato più severamente i politici per i quali la Procura avevo chiesto pene più blande. Dall'altra parte, si corre il rischio che se vedi la mafia dove non c'è, non vedi più la mafia dove invece c'è. E la mente non può non correre all'imminente archiviazione che la stessa Procura di Roma sembra stia avanzando nel clamoroso caso dell'omicidio di alta mafia del medico Attilio Manca, vittima del circuito di protezione mafioso-istituzionale che ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano, garante in vita della trattativa Stato-mafia.

Ancor più grave è il doppiopesismo della grande informazione, pronta a difendere l'inchiesta della Procura di Roma e ad accusare di scarso coraggio i giudici che l'hanno smentita, silente e omologata sull’assurda sentenza Contrada, strumentalmente usata per incensare il condannato ed attaccare i PM di Palermo. Evidentemente per costoro ci sono PM e PM, e questa non è una novità. Ma il sospetto peggiore è che non dipenda dai diversi uffici, ma dagli imputati. Quando sono colletti bianchi "insospettabili" ci si indigna contro la Procura, mentre se rientrano nel cliché del colpevole (come Carminati e Buzzi, infatti condannati a pene severissime) si rampognano i giudici che intaccano l'impianto accusatorio e condannano più severamente i (pochi) politici imputati. Doppiopesismo sospetto.

 

*Dal Fatto Quotidiano in edicola oggi

Di: Enza Galluccio*

Giuseppe Lombardo è procuratore aggiunto a Reggio Calabria, impegnato da tempo nella lotta alla mafia. Lo incontriamo a Palermo in occasione di un convegno per commemorare la figura di Paolo Borsellino a 25 anni dalla strage di via D’Amelio.

Dottor Lombardo, due anni fa lei era qui a Palermo e mi aveva parlato, per la prima volta, dei sistemi criminali integrati. Oggi ci dice che le cose stanno andando avanti, a che punto siete arrivati?

Intanto abbiamo raggiunto dei risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono dei processi che stanno celebrando proprio quell’evoluzione delle mafie che noi avevamo intuito ma non eravamo ancora riusciti a dimostrare. Questo significa che il percorso intrapreso è assolutamente virtuoso, e sono sicuro che si arriverà poi a dimostrare, in sede giudiziaria, che cos’è un “sistema criminale” di tipo mafioso “allargato, integrato, circolare” che, ovviamente, ruota attorno a figure che finora sono state considerate esterne rispetto alle mafie, che invece “esterne” non sono.

C’è un filo che unisce il lavoro della magistratura siciliana con quella calabrese. Secondo lei è necessaria una maggiore collaborazione?

La collaborazione c’è ed è efficace. È complicato, ovviamente, tornare a ritroso di molti anni per ricostruire vicende… complesse, che possono avere spiegazioni alternative, ma che nel nostro lavoro devono essere ricondotte ad un filo conduttore che poi ci consenta di arrivare a sentenze inattaccabili.

Lei ci ha detto che per quel che riguarda la ‘ndrangheta siete dovuti partire da zero, cioè è un sistema criminale che si differenzia da quello tipico siciliano. Si nascondeva bene la ‘ndrangheta?

Si è nascosta sempre molto bene. Se non siamo stati in grado di raccogliere subito quelli che erano i segnali che, invece, la rendevano un’organizzazione diversa rispetto a quella che era stata ricostruita anche in sede giudiziaria, siamo riusciti col lavoro degli ultimi anni a colmare una serie di lacune. Oggi siamo assolutamente fiduciosi di poter arrivare oltre, quindi andare a colpire il cervello dell’organizzazione e, soprattutto, il suo ruolo in quel sistema più ampio di cui parlavamo prima.

La ‘ndrangheta è più al sud o al nord?

La ‘ndrangheta è un’organizzazione ramificata a livello mondiale. In questo momento è la mafia più grande, più estesa, più ricca. Soprattutto è quella più inserita in certi circuiti finanziari che danno la misura vera del potere reale. È una mafia potente, è una mafia che in questo momento riesce a disporre di capitali ingenti e, quindi, riesce ad entrare nei centri nevralgici del sistema mondiale. È un operatore di mercato. Non è facile, ovviamente, contrastarla per la sua estensione, ma ormai siamo arrivati ad un punto tale di conoscenza che nessun risultato è davvero precluso.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale

Di Enza Galluccio*

“Paolo Borsellino è stato in grado di unire la saggezza all’umiltà” con queste parole prese da Antonino Caponnetto, l’ex magistrato e Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha aperto il suo acceso intervento alla commemorazione per il 25esimo anniversario della strage di via D'Amelio, che ha lasciato impietrito il pubblico, soprattutto chi conosce meglio i fatti e continua a ricercare le risposte ancora mancanti.

Imposimato conobbe Falcone e Borsellino fin dal 1980, perché come loro si era interessato a Michele Sindona, il banchiere che si occupava di trasferire soldi illeciti in porti sicuri, anche per conto della Chiesa, tanto da essere definito “il banchiere di Dio”.

In quegli anni, a Roma, Imposimato indagava su Sindona perché aveva organizzato un falso sequestro per apparire vittima delle Brigate Rosse, mentre Falcone e Borsellino, a Palermo, lo indagavano per altri delitti di stampo mafioso. Dall’intrecciarsi di queste indagini era nata l’idea di costituire un “super pool”, che aveva permesso a molti magistrati che si occupavano di mafia di incontrarsi ogni mese in diverse città d’Italia, per coordinare e rendere più efficace l’azione della magistratura contro la criminalità organizzata. La capacità d’indagine, quindi, si era moltiplicata grazie allo scambio d’informazioni e d’idee. Per Imposimato, tutto ciò aveva creato una grande preoccupazione da parte dei politici.

 Tuttavia, Scalfaro “che prendeva cento milioni al mese dai servizi segreti” e “aveva promesso di fare la legge sui pentiti, che poi non ha fatto” si era dovuto comunque confrontare con l’esplosione del pentitismo che ormai dilagava. Tommaso Buscetta aveva cominciato a parlare, denunciando accordi tra mafiosi, imprenditori e politici; anche questo era fonte di grande preoccupazione, soprattutto per quella politica coinvolta nel malaffare.

E così … sono cominciati i primi delitti, a partire da Boris Giuliano, ucciso per le sue indagini su Sindona, il primo di una lunga serie.

A questo punto dell’intervento è scattata l’inevitabile domanda “Chi ha voluto la morte di Falcone e Borsellino?” Per il Presidente onorario la risposta c’è già ed è nei documenti.

I due magistrati avevano indirizzato le proprie indagini su un’organizzazione sovversiva mondiale pericolosissima. “Io non sono pazzo!” ha esclamato Imposimato, specificando che quell’organizzazione si chiamava Gladio, Stay-behind.

Queste informazioni sarebbero state anche dentro i diari di Falcone. In quelle pagine, fin dal 1990, si legge che Falcone aveva capito che Gladio era implicata negli omicidi di Piersanti Mattarella e di Pio La Torre.

Secondo quanto appreso da Caponnetto, il Giudice ne aveva parlato con il procuratore Giammanco per convincerlo a seguire questa pista, sulla base della richiesta degli avvocati di parte civile, ma non aveva ottenuto risultati. Anche Caponnetto aveva ricevuto quelle richieste da Falcone e Borsellino, ma non era voluto intervenire perché Gladio era una struttura “potentissima” e, secondo Imposimato, ha le responsabilità di quasi tutti gli omicidi politico-mafiosi italiani.

Nell’intervento del 25 giugno in memoria di Falcone, Paolo Borsellino aveva detto di aver saputo, dall’amico e magistrato appena ucciso, delle cose che avrebbe riferito soltanto nelle sedi opportune. A quel tempo, il procuratore di Caltanissetta, con l’incarico di indagare sulla strage di Capaci, era Salvatore Celesti.

In quell’occasione, Borsellino aveva anche detto un’altra cosa importante, che il contenuto del diario di Falcone, da poco reso pubblico, corrispondeva alla verità .

Con quelle parole il Giudice non si riferiva alle indagini sugli appalti come, secondo Imposimato, si vorrebbe far credere, ma piuttosto a quelle sull’organizzazione eversiva Gladio, dichiarata illegittima anche dalla Commissione Stragi.

Tale organizzazione era guidata dalla Cia, che controllava anche i Servizi italiani e si era servita di questi, oltre che della mafia e dei terroristi, per compiere tutte le stragi italiane da Portella della Ginestra in poi. Per Imposimato, come ha riportato anche in un suo libro, queste stragi fanno parte di una “strategia della tensione” a livello mondiale.

Vi erano e vi sono, dunque, collegamenti tra la Cia, la massoneria e una parte del Vaticano per “condizionare lo sviluppo della democrazia in Italia”.

Il presidente Imposimato ha specificato di aver potuto ricostruite la storia della loggia massonica grazie ad un documento del 1967, che fa parte della requisitoria del pm Alessandrini.

Quando Borsellino disse che il contenuto del diario di Falcone, pubblicato allora da Liliana Milella su “Il Sole 24 ore”, era vero, creò le cause per la sua “immediata” uccisione, ne accelerò i tempi.

“Questo non significa che la mafia non c’entra”, ha continuato Imposimato, precisando che tutti i nomi indicati da Spatuzza sono realmente coinvolti nella strage di via D’Amelio, così come lo sono i servizi segreti al servizio della Cia “definita in questo documento (come) un mostro incontrollabile”. Essa disponeva di 500 milioni di dollari all’anno e con questi “corrompeva chiunque; corrompeva uomini politici, e corrompeva i sindacati, e corrompeva la maggioranza e l’opposizione”.

Secondo quest’analisi, la Cia ha controllato il nostro Paese attraverso una penetrazione capillare, disponendo di  una propria base nella Gladio, situata in Sardegna.

Vito Ciancimino era un gladiatore e in quest’organizzazione era coinvolto anche Totò Riina.

Secondo uno studio fatto da una tesista, di cui Imposimato era relatore, Riina sarebbe stato un uomo della Cia. Quest’aspetto era stato confermato anche dalle parole di Badalamenti.

Poi, il Presidente onorario ha dichiarato, alzando il tono della voce, “Moro è stato vittima di un complotto politico infame della Gladio” e ha proseguito “purtroppo erano implicati anche qui i servizi che sapevano dov’era la prigione e non hanno liberato Aldo Moro, è una vergogna!”.

“Finché ci sono uomini come Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, noi abbiamo la possibilità di andare avanti seguendo la strada giusta”, ha detto ancora Imposimato, aggiungendo un’ulteriore drammatica informazione: in via Sicilia a Roma c’erano gli uffici della Gladio, della Cia, della OSS e, addirittura della P2, uno accanto all’altro. Enti che si sarebbero dovuti combattere tra loro mentre, invece, erano complementari e avevano l’unico scopo di condizionare il nostro Paese eliminando gli emblemi della legalità come Borsellino e Falcone.

 Tinebra, Celesti e tutti gli altri “erano dei mascalzoni”, per Imposimato è necessario avere il coraggio di denunciare il Csm quando sbaglia e affida le nomine a magistrati subalterni al potere politico; negli uffici devono esserci dei “magistrati che hanno fatto i magistrati, non persone che sono state al ministero”.

Questo lungo e sconvolgente intervento del presidente Imposimato si chiude con parole di speranza, sostegno ed esempio per i giovani.

 Via D’Amelio applaude, ma molti volti sono segnati, e non solo dalla stanchezza.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale.

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