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Di Francesco Bertelli

Ogni anno è la stessa storia. Ormai ci siamo abituati. Ci dicono che le intercettazioni sono uno strumento di primaria importanza ai fini delle indagini. Poi allo stesso tempo sostengono che andrebbero limitate. Altri in passato denunciarono ai quattro venti che tutti eravamo intercettati (si, proprio tutti).

Da qualche anno esistono due tipi di partiti su questo tema: il partito che vorrebbe limitare fortemente l'uso delle intercettazioni fregandosene alla grande del fatto che e intercettazioni vanno a finire nel diritto di cronaca e nel diritto di libertà di stampa; e poi il partito che vorrebbe limitare la pubblicazione delle intercettazioni concedendola solo alle conversazioni penalmente rilevanti (quelle irrilevanti penalmente, ma importanti per la conoscenza dei cittadini, si cestinano).

Facciamo un po' di ordine.

Sappiamo tutti (politici compresi) che le intercettazioni vengono disposte dal magistrato nel corso di un'indagine. Una volta che tale indagine viene depositata (con i relativi rinvii a giudizio) quelle intercettazioni di conversazioni diventano pubbliche. E se quelle conversazioni riguardano personaggi pubblici on significa che quei magistrati che hanno disposto le intercettazioni siano dei fissati spioni: semplicemente svolgono il loro dovere. Sono i politici, in quanto personalità pubbliche, che dovrebbero sapere che non possono sottrarsi al controllo dei cittadini: devono rispondere dei loro comportamenti, laddove ci fossero dei reati o indizi di reato. Non c'è da confondere il diritto alla privacy come si tenta di fare da parecchio.

Perciò il pubblico, quindi i cittadini e quindi i lettori di un giornale hanno il sacrosanto diritto di conoscere ciò che fanno i loro politici, anche se quelle telefonate fossero irrilevanti ai fini di un processo.

Ora salta fuori lo schema del decreto legislativo in tema di intercettazioni promosso dal Ministro della Giustizia Orlando. Sette pagine per sottolineare in maniera cruda e pura lo stop ai magistrati della possibilità di inserire virgolettati di telefonate e ambientali. "Solo il richiamo al contenuto".

E su questo richiamo al contenuto potremmo starci giornate intere a discuterne. Tutto si ripercuote anche sull'attività dei giornalisti di cronaca giudiziaria e al diritto di libertà di stampa. Vanno bene i riassunti? Nella bozza di decreto si dice di si. Poi siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nel 2015 è stata partorita la riforma delle misure cautelari. Quindi, data per buona l'ipotesi del riassuntino del riassunto, il gip delle indagini preliminari che con la nuova riforma delle misure cautelari non può più piegarsi sulle posizioni del pubblico ministero, come potrà fare? Stesso discorso per il Riesame.

Quei pochi giornali che si battono contro questo scempio ci hanno fatto l'elenco delle varie intercettazioni che se questo decreto fosse stato approvato in passato, oggi non avremo letto: i furbi del quartierino, le risate subito dopo il terremoto dell'Aquila , fino ad arrivare all'attuale inchiesta Consip.

Forse troppo attuale. Infatti sempre in queste sette pagine di decreto si legge anche un'altra chicca: l'impossibilità di utilizzare il trojan, captatore informatico che permette di entrare dentro ai cellulari. Il suo utilizzo rimane previsto solo per i reati di mafia e terrorismo. Ma siccome per il principio del favor rei esiste la retroattività, ecco che l'impossibilità dell'utilizzo dei trojan produce l'effetto di una valanga all'inchiesta Consip, nella quali i trojan sono stati utilizzati per carpire le telefonate di Alfredo Romero. Sarà un caso?

Proviamo per un attimo a sommare a questa bozza di decreto la modifica del segreto investigativo che è stata apportata in gran silenzio il giorno prima delle dimissioni del governo Renzi, prima che scoppiasse il caso Consip. In tale riforma all'art.329 del codice di procedura penale , si legge che al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti ad evitare duplicazioni e sovrapposizione, anche mediante un efficace e omogeneo coordinamento informativo, il capo della polizia- direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato, trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all'inoltro delle informative di reato all'autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale>>. 

Morale della favola ad essere a rischio è il principio del segreto investigativo. Grazie al meccanismo della scala gerarchica polizia, carabinieri, finanzieri hanno l'obbligo di riferire il contenuto delle indagini appena avviate. Ciò rappresenta un danno di sistema, che non dovrebbe subire alcuna deroga in proposito ma semplicemente rispettare i dettami del codice di procedura penale senza alcun stravolgimento.

Esempio classico: Cosa potrebbe accadere davanti d un'inchiesta per mafia, corruzione o altro che possa mettere in imbarazzo soggetti legati alla politica? Tale inchiesta per via preferenziale, arriverebbe subito sulla scrivania della politica prima che ne venga a conoscenza l'interessato e al pubblico. Senza contare che il provvedimento della magistratura potrebbe giungere mesi dopo.

Aggiungendo a questo, la bozza del decreto sul giro di vite all'uso delle intercettazioni telefoniche, ecco che ci si prospetta un quadro non molto allegro.

Inoltre, caso ormai più frequente che raro, non si è capito bene chi sia il padre di questa bozza. Si dice bozza del decreto Orlando, ma Orlando stesso comunica che tale bozza non è quella che entrerà in vigore. Testuale: "Voglio essere chiaro su questo punto, questo è un testo di cui non riconosco la paternità" . Problemino , non da poco: la bozza del decreto è ormai stata inviata alle Procure italiane e siamo in attesa dei commenti, che già per quanto riguarda i primi risultati, non sembrano (ovviamente) molto entusiasmanti, tutt'altro.

 

Quindi i casi sono due: o c'è un altro soggetto che fa le veci del Ministro della Giustizia Orlando (e quest'ultimo non né a conoscenza; e già questo sarebbe gravissimo) oppure è tutta farina del sacco di Orlando il quale, vista la follia che ha partorito cerca di togliersi la paternità (un po' in stile Cirielli). E, diciamolo, questo sarebbe ancora più grave.

di Antonio Ingroia

Qualche settimana fa, in un’intervista al Fatto Quotidiano, Piercamillo Davigo denunciava lo stato preoccupante in cui versa la magistratura italiana, messa in ginocchio da una classe politica sempre più arrogante. Con la conseguenza di una evidente omologazione di tante toghe, nel segno del carrierismo e del conformismo giudiziario improntato al criterio dell’intransigenza nei confronti di chi non ha santi in paradiso e della prudenza verso i potenti. Insomma: forti coi deboli e deboli con i forti. Per i magistrati che si omologano, facili carriere. Per i disobbedienti solo ostacoli, anche a colpi di procedimenti penali e disciplinari.

Così nella magistratura che ama il quieto vivere ed una carriera garantita si è affermata la triste prassi di evitare soluzioni “pericolose”. Un caso emblematico è quello di Attilio Manca, di cui mi occupo come avvocato di parte civile dei familiari della vittima. Un caso scomodo, perché tocca il nervo scoperto della trattativa Stato-mafia, con la lunga scia di sangue che si è lasciata dietro.

Riassumo brevemente la vicenda: Attilio Manca, un giovane medico siciliano, urologo molto apprezzato in servizio all’ospedale di Viterbo, venne trovato morto in casa sua il 12 febbraio 2004, col volto tumefatto, il setto nasale deviato, e due buchi nel braccio sinistro. Con una fretta immotivata, senza nemmeno considerare evidenze e contraddizioni clamorose, la procura di Viterbo decise trattarsi di morte per overdose e chiese l’archiviazione. Ricostruzione condivisa dalla giudice Silvia Mattei, che ha depositato qualche giorno fa le motivazioni della sentenza con cui ha condannato la presunta spacciatrice, Monica Mileti, a cinque anni e 4 mesi di carcere.

Nessun mistero, dunque: per la magistratura Attilio Manca era un tossicodipendente che una sera ha sbagliato dose. Eppure Attilio era mancino puro, per cui se si fosse iniettato qualcosa in vena i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non su quello sinistro. Inoltre, sulle siringhe e sui tappi salva-ago, curiosamente rimessi a posto, non sono state rinvenute impronte. E poi ci sono le foto, inequivocabili, del corpo senza vita, trovato a letto con i segni evidenti di una violenta aggressione. E le testimonianze dei colleghi dell’ospedale, secondo cui Attilio non era assuntore di droghe, e quelle di alcuni collaboratori di giustizia, che hanno dichiarato di aver saputo di un progetto per uccidere Manca al quale avrebbero compartecipato uomini di Cosa Nostra e dei “servizi deviati”.

Tutti elementi incredibilmente ignorati, tra manomissioni di prove, omissioni investigative, depistaggi, insabbiamenti, palesi incongruenze ed “errori enormi” nell’inchiesta, come li ha definiti la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi. Ma perché non si vuole la verità? Perché è una verità troppo scomoda. Un omicidio di mafia e di Stato legato a doppio filo alla latitanza di Provenzano e in particolare all’intervento chirurgico alla prostata cui il boss si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003. Un omicidio da inquadrare nell’ambito della tragica trattativa Stato-mafia: Manca ucciso perché diventato testimone di un pezzo del mosaico dell’indicibile accordo fra mafia e Stato, responsabili della copertura di Provenzano. Ma certificare questa verità in un’aula giudiziaria non aiuterebbe certo a fare carriera e anzi porterebbe solo rogne. Meglio evitare.

La famiglia Manca però non si arrende. L’appello è ora alla Procura nazionale antimafia perché si occupi del caso, ai magistrati romani perché non archivino l’indagine aperta, alla procura generale di Roma perché appelli la sentenza di Viterbo. C’è bisogno di una magistratura che non pieghi le ginocchia, perché le prove che non fu una tragedia di droga ci sono tutte. E l’appello è soprattutto ai lettori de Il Fatto perché ci aiutino a impedire che si metta una definitiva pietra tombale sulla verità dell’omicidio Manca.

Di Antonio Ingroia*

Se Mafia Capitale doveva rappresentare un punto di svolta nella lotta alla corruzione, l’esito del processo di primo grado è stato senza dubbio deludente, per non dire fallimentare. Non tanto per le pene comminate, in taluni casi anche più severe di quelle chieste dalla Procura di Roma, quanto per il clamoroso crollo della principale accusa su cui più puntavano i PM per stigmatizzare la gravità della condotta degli imputati: l'associazione mafiosa.

Un esito che ha lasciato interdetti e spiazzati molti cittadini, i quali hanno percepito come ingiusta la sentenza, mentre il Tribunale sembra avere semplicemente applicato in modo rigoroso la legge, pretendendo la prova puntuale di tutti i requisiti chiesti dall’art. 416-bis per una condanna per associazione mafiosa, senza nulla concedere a interpretazioni evolutive ed estensive della norma che rischiano di renderne evanescenti i confini di applicabilità, confini necessariamente netti per non pregiudicare principi basilari come la tassatività della fattispecie incriminatrice e la certezza del diritto. E quindi i giudici, per nulla sottovalutando la gravità dei fatti, ma rimanendo ancorati saldamente al principio di legalità che non consente alcuna forzatura del dettato normativo, hanno fatto ciò che potevano: hanno riconosciuto colpevoli tutti gli imputati e li hanno condannati a pene severissime, ma hanno fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. Il che non vuol dire che la mafia a Roma non esiste, ma che in questo processo la Procura non è riuscita a provarla al di là di ogni ragionevole dubbio. 

Parallelamente, un’altra grande occasione mancata in tema di anticorruzione si è registrata sul piano legislativo. In Senato, infatti, la proposta di estendere ai corrotti l’applicabilità della legge Rognoni-La Torre, così prevedendo per essi sequestro e confisca di prevenzione al pari dei mafiosi, è stata fortemente limitata dall’approvazione dell’emendamento che ha ristretto l’ambito applicativo ai soli casi in cui all’indiziato di reati di corruzione viene contestata anche l’associazione per delinquere. Cosa che oggi avviene così raramente da condannare inesorabilmente alla disapplicazione la nuova norma. 

Ma perché i magistrati applicano così poco l’associazione per delinquere ai corrotti? Per la stessa ragione per la quale la Procura di Roma ha pensato di applicare l’associazione mafiosa agli imputati di Mafia Capitale. Perché si ritiene, non a torto, che l’associazione per delinquere comune sia punita troppo blandamente rispetto alle pene previste per i reati contro la Pubblica amministrazione e per l’associazione mafiosa. E quindi il “vecchio” art.416 del codice penale non è utile né a finalità punitive né in funzione di stigmatizzazione sociale. Di qui anche la diffusa insofferenza verso la sentenza dei giudici di “Mafia Capitale”.

Ebbene, allora serve l’uovo di Colombo. Introdurre una nuova figura di reato associativo, come un “articolo 416-quater”, che colmi la lacuna legislativa nello spazio scoperto tra l’associazione per delinquere semplice e l’associazione di tipo mafioso: l’associazione di tipo corruttivo, un’organizzazione criminale che usa la corruzione come metodo tipico per la commissione sistematica di reati contro la Pubblica amministrazione e in violazione della legislazione in materia di appalti e di erogazione di fondi pubblici. Con la previsione di una pena superiore a quella dell’associazione per delinquere comune e vicina a quella prevista per l’associazione mafiosa. Con la conseguente creazione di una categoria di soggetti, gli indiziati di “associazione corruttiva”, i cui patrimoni, in caso di sproporzione ingiustificata rispetto al reddito dichiarato, verrebbero sequestrati e poi confiscati in assenza di controprova, al pari di quelli dei mafiosi.

Le misure patrimoniali di prevenzione si applicherebbero così solo alle condotte più gravi contro la Pubblica amministrazione, realizzate in modo sistematico ed organizzato, e non invece agli illeciti episodici, in sintonia con i suggerimenti di alcuni autorevoli magistrati.

 

Inoltre, riducendo la discrezionalità interpretativa dei giudici, questa nuova figura di reato assicurerebbe anche la certezza di una pena adeguata. Solo così le procure sarebbero incoraggiate, nei casi più gravi come quelli di Mazzetta Capitale, a contestare non solo i fatti di corruzione ma anche il corrispondente reato associativo, senza ricorrere a rischiose estensioni applicative del 416-bis che aprirebbero ad anni di oscillazioni interpretative e incertezze applicative. In più si incentiverebbe l’uso di sequestro e confisca di prevenzione. Un ottimo cavallo di battaglia per la prossima campagna elettorale per chi volesse davvero fare una guerra senza quartiere a mafia e corruzione. 

*Dal Fatto Quotidiano in edicola oggi

Di Alessio Di Florio

Il bisogno di verità tuttavia non può fermarsi dove sono presenti ancora zone d'ombra, e pone traguardi verso i quali tendere” ha dichiarato il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in occasione dell’anniversario della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un bisogno di verità reale, sentito, straziante per i familiari delle vittime. E di tutti gli italiani e le italiane che quotidianamente credono nella giustizia, nella legalità democratica e in tutti i più alti ideali civili e umani. Ma quel bisogno non è ostacolato da entità lontane e misteriose. Trame, depistaggi, insabbiamenti hanno precise centrali di responsabilità. Le sfere responsabili della mancata giustizia – e la protesta dell’associazione familiari delle vittime ne è viva e vibrante denuncia – possono essere ricondotte a precisi indirizzi. E quegli indirizzi sono di Stato, sono parte integrante di apparati, più o meno deviati, di questo Stato. Apparati che hanno fiancheggiato, alimentato, guidato e accompagnato trame eversive neofasciste e criminali.

Dal 1980 un’altra strage (incredibilmente unite da una telefonata riconducibile a esponenti dei servizi segreti italiani) attende giustizia. Finora soffocata da depistaggi, false verità. E omertà di tanti, troppi protagonisti. E’ la strage di Ustica. L’anno scorso, nell’anniversario, Mattarella dichiarò che si devono “rimuovere le opacità persistenti”. Di opacità i 37 anni che ci separano da quel 27 giugno ne hanno tantissime. La compagnia Itavia (proprietaria dell’aereo abbattuto) fu colpita da un processo mediatico che la stritolò: l’accusa di scarsa manutenzione dei propri mezzi e di mancato rispetto delle regole di sicurezza (con la conseguenza di un “cedimento strutturale”) portò alla fine delle attività pochi mesi dopo la strage di Ustica. Il DC-9, fu l’accusa nell’immediato, avrebbe avuto un cedimento strutturale cadendo in mare. 37 anni dopo sappiamo che quello fu solo il primo depistaggio. E, anche su questa vicenda, se c’è un ostacolo a rimuoverlo, se c’è chi non sta contribuendo a renderle ancora persistenti, è qualcuno che vive nelle alte sfere di Stato. Una vicenda su tutte lo certifica e denuncia: l’esperienza di Mario Ciancarella, capitano pilota dell’Aeronautica Militare al momento della strage. Negli anni era diventato punto di riferimento del Movimento Democratico dei Militari. Ricevuto dal Presidente della Repubblica Pertini nel 1979 “insieme a Sandro Marcucci e Lino Totaro, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobiltà che si compivano nel mondo militare”.

Dopo la strage di Ustica, il maresciallo Mario Alberto Dettori confidò a Ciancarella “Capitano siamo stati noi …” “Capitano dopo questa puttanata del mig libico”. Questo suo ruolo, denuncia l’Associazione Antimafie Rita Atria (che dalla sua fondazione 22 anni fa si è schierata al suo fianco e ne sostiene la battaglia), “divenne talmente scomodo da indurre qualcuno molto in alto a falsificare, nell’ottobre 1983, la firma del Presidente Pertini nel Decreto Presidenziale di radiazione”. Un decreto che gli è stato consegnato solo 9 anni più tardi, dopo la morte di Pertini. Il Tribunale Civile di Firenze ha confermato i “dubbi” di Mario Ciancarella e dell’Associazione Antimafie Rita Atria: la firma del Presidente Pertini che compare sul quel decreto è un volgare falso. Tanto e’ stato accertato sulla base di due perizie – una di parte ed una disposta dal Magistrato – che hanno potuto rilevare come il falso sia tanto evidente quanto eseguito con assoluta approssimazione”.  In un servizio della trasmissione televisiva Le Iene, il 2 maggio di quest’anno, Gaetano Pecoraro denuncia che anche la firma dell’allora ministro della Difesa Spadolini è falsa.

Il 10 novembre 2016 i deputati Claudio Fava e Davide Mattiello in una conferenza annunciarono la presentazione di un’interrogazione al Ministro della Difesa Pinotti. Nelle ore successive il Ministero della Difesa in un’email certificata scrisse a Mario Ciancarella che “gli atti pervenuti e afferenti alla pratica del suo assistito sono stati inoltrati per i successivi adempimenti di competenza, alla direzione generale per il personale militare, alla quale potrà rivolgersi per qualsiasi informazione/chiarimento si rendesse necessario”. Logica e speranza avrebbero fatto ipotizzare che gli “adempimenti di competenza” avrebbero portato alla sacrosanta reintegra. Ma invece non è stato così: per il Ministero della Difesa la sentenza di Firenze stabilisce solo il risarcimento delle spese legali.  

La battaglia di Mario Ciancarella per la strage di Ustica ha avuto come primi “alleati” altri due “ufficiali democratici”: Sandro Marcucci e Alberto Dettori. Dettori fu trovato impiccato nel 1987 e Sandro Marcucci morì in un incidente aereo (avvenuto in circostanze a dir poco controverse in un incidente che tanto accidentale non è mai apparso) sulle Alpi Apuane nel 1992. Un incidente “controverso” che da subito fu denunciato come non essere stato “tanto accidentale”. Anche la tesi del “suicidio” di Alberto Dettori suscitò dubbi e perplessità sin dall’inizio, una tesi alla quale la famiglia e l’Associazione Antimafie Rita Atria non diedero mai credito. Il 16 dicembre 2016 Goffredo D’Antona, avvocato dell’Associazione, ha presentato un esposto alla Procura di Grosseto a nome della figlia di Dettori, Barbara. Sulla base di “nuovi elementi” che “fanno presumere non si sia trattato di suicidio”, l’esposto, “è frutto delle testimonianze e dei nuovi elementi raccolti in questi anni, correlate anche all’incidente sospetto del Tenente Colonnello Sandro Marcucci (per il quale è in corso una nuova indagine presso la procura di Massa) e al caso emblematico della firma falsa (accertata dal tribunale di Firenze) del Presidente Pertini sulla radiazione del Capitano Ciancarella. Tre storie indubbiamente legate tra loro”. L’esposto ha portato alla riapertura delle indagini ed è stato riesumato il corpo.

La notte della strage Dettori era radarista a Poggio Ballone. A Mario Ciancarella confidò le due frasi, tralasciate dalle indagini ufficiali sulla strage e riprese nel 1999 solo dal quotidiano Liberazione, “Capitano siamo stati noi…” “Capitano dopo questa puttanata del mig libico”. “Siamo stati noi capitano, siamo stati noi a tiralo giù” rivelò Alberto Dettori al solo Mario Ciancarella. Frasi di cui “non esiste una qualche prova audio” ma – ha dichiarato l’avvocato D’Antona - che rimangono “nella memoria” di Ciancarella. Il capitano “non è il solo ad affermare che quella notte il radarista aveva visto qualcosa di spaventoso. Lo dicono soprattutto i suoi familiari. Era sconvolto e proprio a loro più volte disse che non poteva raccontargli quello che aveva visto quella sera, un modo probabilmente per tutelarli. Cercherà di parlare solo con Ciancarella per ovvi motivi: lui era un ufficiale, oltre che il leader del Movimento democratico delle forze armate, elemento che avrà convinto Dettòri a fidarsi di lui”. “Tornò a casa stravolto. Sul radar aveva visto tutto. Alberto aveva visto tutto e aveva dato l’allarme. Qualcuno lo picchiò e gli disse fatti i cazzi tuoi”. Mio fratello non poteva essersi suicidato – è la convinzione espressa in un’intervista nel 2013  anche dalla sorella Antonietta (deceduta due mesi dopo l’intervista) – era un uomo solare e aveva un solido equilibrio interiore che gli derivava dall’amore per la sua famiglia, per il suo lavoro e per l’Aeronautica. Quando ci avvertirono della sua morte e andai a Grosseto, capii subito che i miei dubbi avevano un fondamento. Da parte dei militari sentii infatti nei nostri confronti una grande freddezza, quasi ostilità. E poi quelle pressioni sulla moglie perché non chiedesse un’inchiesta sulla morte di Alberto. Per non parlare dell’autopsia non fatta. Ma come, mio fratello era stato trovato impiccato a un albero, a un ramo obiettivamente troppo in alto, e non si è voluto verificare se sulla mani avesse le tracce dell’arrampicata?”. Alberto Dettori, secondo la sorella, negli ultimi anni era “improvvisamente cambiato. Era preoccupato, impaurito. Il suo stato di tensione emotiva era peggiorato da quando era tornato dalla Francia, dove aveva seguito un corso di aggiornamento. Poi parlai con mia cognata e la sorella di mia cognata. E loro mi raccontarono di come Alberto fosse tornato a casa molto turbato il giorno dopo la tragedia di Ustica”.

L’Associazione Antimafie Rita Atria nel marzo scorso ha elencato alcune delle “opacità da rimuovere”. L’Associazione sottolinea che Mattarella “non considera che nella strage di Ustica le Vittime sono più di 81” e“un numero così alto di morti tra chi ha avuto a che fare anche indirettamente alla sera del 27 giugno 1980 non può semplicemente definirsi frutto di un disegno del destino cinico e baro. Per non parlare poi che neanche la sfortuna più totale avrebbe consegnato alla storia la perdita dei tracciati radar a Boccadifalco di Grosseto e il rogo del registro del controllore del traffico aereo dei voli su Grosseto compreso il 27 giugno 1980. (tracciati di quel radar dietro al quale si trovava il Maresciallo Mario Alberto Dettori… “suicidato”)”. “La documentazione non è stata resa interamente pubblica – aggiungono ancora gli esponenti dell’Associazione -  visto che sulla strage di Ustica molti documenti non è possibile consultarli perché coperti dal segreto militare. Un bel gioco delle tre carte …  Giusto per fare un esempio:

- C’è ancora il segreto di Militare sulla documentazione inerente all’esercitazione militare che si svolse con l’Awacs, i caccia militari di Grosseto e Cameri, il Pd 808 , ll C47 , il Mig inoffensivo. (Dietro il radar a Poggio Ballone c’era Mario Alberto Dettori).
-Non esistono o non sono consultabili o sono secretati i verbali di distruzione dei volumi con le strip dei piano di volo e progresso volo dei voli di Cameri , Grosseto, Pisa, Pratica di Mare, Licola e Marsala.
 - Non sono consultabili i registri della R.i.v di Roma, la maggior parte dei registri e della documentazione radaristica nelle basi aeree militari italiane di Cameri, Grosseto, Pisa, Pratica di Mare, Licola e Marsala, i libretti di volo di chi partecipò all’esercitazione militare: l’Awacs Usa, i caccia di Grosseto e Cameri, il Pd 808 , il C47 e la documentazione del pilota del Mig
”.

E, quasi chiudendo un cerchio, l’accusa al Governo di non permettere la visione di documenti con importanti verità è anche tra le motivazioni della protesta dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna, presieduta dal deputato PD Paolo Bolognesi.

Di: Enza Galluccio*

Giuseppe Lombardo è procuratore aggiunto a Reggio Calabria, impegnato da tempo nella lotta alla mafia. Lo incontriamo a Palermo in occasione di un convegno per commemorare la figura di Paolo Borsellino a 25 anni dalla strage di via D’Amelio.

Dottor Lombardo, due anni fa lei era qui a Palermo e mi aveva parlato, per la prima volta, dei sistemi criminali integrati. Oggi ci dice che le cose stanno andando avanti, a che punto siete arrivati?

Intanto abbiamo raggiunto dei risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono dei processi che stanno celebrando proprio quell’evoluzione delle mafie che noi avevamo intuito ma non eravamo ancora riusciti a dimostrare. Questo significa che il percorso intrapreso è assolutamente virtuoso, e sono sicuro che si arriverà poi a dimostrare, in sede giudiziaria, che cos’è un “sistema criminale” di tipo mafioso “allargato, integrato, circolare” che, ovviamente, ruota attorno a figure che finora sono state considerate esterne rispetto alle mafie, che invece “esterne” non sono.

C’è un filo che unisce il lavoro della magistratura siciliana con quella calabrese. Secondo lei è necessaria una maggiore collaborazione?

La collaborazione c’è ed è efficace. È complicato, ovviamente, tornare a ritroso di molti anni per ricostruire vicende… complesse, che possono avere spiegazioni alternative, ma che nel nostro lavoro devono essere ricondotte ad un filo conduttore che poi ci consenta di arrivare a sentenze inattaccabili.

Lei ci ha detto che per quel che riguarda la ‘ndrangheta siete dovuti partire da zero, cioè è un sistema criminale che si differenzia da quello tipico siciliano. Si nascondeva bene la ‘ndrangheta?

Si è nascosta sempre molto bene. Se non siamo stati in grado di raccogliere subito quelli che erano i segnali che, invece, la rendevano un’organizzazione diversa rispetto a quella che era stata ricostruita anche in sede giudiziaria, siamo riusciti col lavoro degli ultimi anni a colmare una serie di lacune. Oggi siamo assolutamente fiduciosi di poter arrivare oltre, quindi andare a colpire il cervello dell’organizzazione e, soprattutto, il suo ruolo in quel sistema più ampio di cui parlavamo prima.

La ‘ndrangheta è più al sud o al nord?

La ‘ndrangheta è un’organizzazione ramificata a livello mondiale. In questo momento è la mafia più grande, più estesa, più ricca. Soprattutto è quella più inserita in certi circuiti finanziari che danno la misura vera del potere reale. È una mafia potente, è una mafia che in questo momento riesce a disporre di capitali ingenti e, quindi, riesce ad entrare nei centri nevralgici del sistema mondiale. È un operatore di mercato. Non è facile, ovviamente, contrastarla per la sua estensione, ma ormai siamo arrivati ad un punto tale di conoscenza che nessun risultato è davvero precluso.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale

Di Enza Galluccio*

Una “Cosa sola”, un unico sistema criminale formato da più organizzazioni.

Si spazia dal mondo mafioso,  ‘Ndrangheta e Cosa nostra in testa (ma non sono da meno Sacra Corona Unita e Camorra), fino a massoneria, politici, servizi segreti e Gladio.

Un unico obiettivo: destabilizzare l’Italia per poter essere parte della “partita” dopo il crollo del muro di Berlino. Ognuna delle forze citate ha cercato di ricavare un proprio spazio di egemonia e l’obiettivo comune era ostacolare l’avvento del comunismo.

Qualche giorno fa è stato arrestato Francesco Filippone, uomo chiave della ‘ndrangheta che unisce Cosa nostra e i Capi calabresi in un unico progetto criminale messo in piedi da specialisti del crimine e parti istituzionali e massoniche, durante alcuni summit tra Milano  e la Calabria.

È l’inchiesta ‘ndrangheta stragista messa in piedi dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e il sostituto della Dna Francesco Curcio ad aprire nuovi scenari e a confermare pienamente quanto sostenuto nel processo sulla trattativa Stato-mafia di Palermo.

La Procura calabrese chiarisce molte cose e aggiunge nuovi elementi in relazione a inchieste determinanti, come quella sulla morte del giudice Scopelliti. Si parla anche dei mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994, le cui famiglie sono sostenute da Antonio Ingroia (ex pm dell’inchiesta sulla trattativa), in qualità di avvocato di parte civile.

Non mancano altre sconvolgenti rivelazioni, come la volontà di eliminare il superpoliziotto Nicola Calipari, quando prestava servizio a Cosenza, poi rinviato per decisione di Giuseppe Graviano, ed eseguito da soldati americani in Iraq nel 2005. Sembrano ritornare, quindi, riferimenti a collaborazioni e scambi con i servizi statunitensi.

Ma non è tutto, c’è un’ombra che permane. È qualcosa che sembra avere a che fare con timori radicati persino in boss mafiosi e pentiti di ogni organizzazione criminale, i quali si bloccano sempre di fronte a nomi che rimangono misteriosi. Timori che neanche il “carcere duro” a vita riesce a dissolvere. Le collaborazioni si fermano di fronte a quel qualcosa che sembra essere di altra natura innominabile, e che si colloca nell’unione d’intenti mafiosi, ‘ndranghetisti e mondo delle istituzioni.

Riecheggia anche il nome di “faccia di mostro”,Giovanni Aiello. L’ex poliziotto dei servizi, accusato di aver partecipato a molti omicidi, fa ancora molta paura.

Così come riemerge la sigla “falange armata”, indicata da quei servizi segreti paralleli, utilizzata per coprire stragi e omicidi eseguiti da mafiosi e personaggi collocabili nell’estrema destra. 

Tutto sembra partire dal ritrovamento di quelle parti mancanti del memoriale di Aldo Moro, rinvenute nel 1990 all’interno del covo delle Br in via Montenevoso. In quei fogli si parla di Gladio. Una scoperta che obbliga molti politici, Andreotti in testa, ad ammettere l’esistenza della struttura Stay Behind.

Siamo sempre alla fine di un’epoca che dal crollo del muro in poi vede mondo criminale e poteri forti alle prese con nuovi assetti da gestire, in cui lo scopo sembra essere quello di conservare il proprio status di potere e le proprie libertà di agire anche nel crimine.

Alla fine, le stragi e gli omicidi sembrano fermarsi con l’avvento di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che diventa, secondo quanto emerge anche dall’inchiesta reggina, il nuovo referente politico e istituzionale per mafie, servizi deviati e mondo massonico

Quello descritto è, dunque, un sistema che dura da sempre e che non ha esitato a macchiare di sangue innocente le nostre vie e le nostre piazze, in una logica stragista mirata a mantenere alta la tensione.

Oggi quel “sistema” sembra aver subito un duro colpo. Si garantisca, ora, la protezione di quei procuratori palermitani e reggini che, con il loro lavoro, ci stanno permettendo di sfiorare certe terribili verità storiche, negate  e coperte da troppi anni.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale

Di Vincenzo Musacchio*

Una delle poche speranze che ci restano nella lotta alle mafie è l’impegno dei nostri giovani nella ricerca della verità e nella costruzione di una società più giusta, libera dai condizionamenti mafiosi, dove le persone oneste e il bene comune siano garantiti dallo Stato. Per ora è solo un’aspettativa, fondamentalmente giusta ma poco efficace poiché, proprio mentre scrivo quest’articolo le mafie corrompono, riciclano, investono legalmente le loro immense risorse economiche. Aprono centri commerciali, pizzerie, bar, alberghi, gioiellerie, complessi turistici e ogni genere di attività economico-imprenditoriale redditizia. Usano prestanomi integerrimi e i loro investimenti producono ricchezza e lavoro, dunque, il nuovo meccanismo criminale funziona molto bene. Guadagnano e creano consenso sociale poiché le bocche da sfamare in tempi di crisi sono tante. Mafia, camorra e ndrangheta, con le complicità politiche si trasformano in vere e proprie imprese commerciali con tutte le carte in regola.

Lo Stato nel frattempo dov’è? I veri servitori dello Stato che si sono sacrificati per combatterla, sono tutti morti perché lo Stato, o meglio i suoi governanti, non hanno voluto la lotta alle mafie ma hanno preferito la connivenza. Per un’azione incisiva ed efficace serve un ingrediente che in Italia non si trova: la volontà politica. Una “ricetta miracolosa” per estirpare il cancro delle mafie ovviamente non esiste. Esistono però leggi, forse troppe, che devono essere applicate e altrettante che dovrebbero essere create. Riguardano l’economia, l’evasione fiscale, la corruzione, il settore bancario, quello del lavoro, tutti contesti in cui la criminalità organizzata regna sovrana. Finora le mafie hanno ucciso tutte quelle persone che lo Stato ha abbandonato.

La “trattativa” ha funzionato e sembra funzionare ancora, anche se ogni tanto richiede qualche azione dimostrativa. Questo è quello che le mafie vogliono ed è quello che gli stiamo servendo su un piatto d’argento. Il carcere duro per pochi boss ormai privi di potere è un prezzo che pagano volentieri sperando in qualche concessione che alla fine arriva. Non è più tollerabile ascoltare promesse e appelli all’antimafia da chi non sta facendo nulla o, addirittura è complice o colluso.

La vera lotta alla mafia dovrà essere una nuova “lotta di liberazione” civile per sconfiggere un nemico, penetrato ovunque, che non solo danneggia la nostra economia, ma ci espropria delle nostre libertà. I cittadini, i politici onesti e le imprese sane, dovranno impegnarsi a fare ciascuno la propria parte, per tentare, almeno, di dare un migliore futuro alle nuove generazioni. È un processo di “decontaminazione” che purtroppo la gente vede come un’illusione e che potrà trovare compimento solo se sarà avviato da una classe politica non compromessa e con le mani pulite. Sfortunatamente nessuno ha interesse e coraggio a proporre una simile operazione che richiede una “mobilitazione” nazionale di tutti i settori dello Stato e dell’intera società civile. Diceva bene Giovanni Falcone: “…quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.

 

*Giurista e direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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