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di Francesco Bertelli

Mi è capitato di riflettere sul dibattito in atto in tema della riforma costituzionale , le cui sorti le andremo a decretare al referendum del 4 dicembre prossimo. Non nascondo che mi viene da sorridere per il semplice fatto che tutto questo caos mediatico, a cui stiamo assistendo da mesi, mi riporta alla memoria le avventure vissute da studente universitario in sede di esame di Giurisprudenza.

Renzi vs Zagrebelsky. Renzi Vs De Mita. Oppure altri rappresentanti del Si contro i rappresentanti del No. Avendo seguito buona parte di questi dibattiti non ho potuto fare a meno, di vedere un sacco di analogie con il mondo universitario.

Esistono due tipi di studenti universitari, indipendentemente dalla facoltà: quelli che imparano a memoria sui testi (“a pappagallo”) e quelli che cercano di entrare nei meandri del dettame scritto per creare una propria argomentazione (tecnica, secondo me, utilissima nel Diritto).

Si parla della Costituzione, l’architrave della nostra vita (non tutti, ahime, se ne rendono conto). Esiste un principio fondamentale che ti insegnano alle prime lezioni di Diritto Costituzionale: esiste una Costituzione materiale e una formale; forma e sostanza. Ed ecco il classico esempio accademico: la Costituzione è come un abito; se tale abito viene messo su un corpo storpio, esso prende le forme di quel corpo.

Da qui parte una delle critiche principali dei sostenitori del NO: con un Parlamento del genere (dichiarato incostituzionale dopo la bocciatura del Porcellum), una riforma costituzionale fatta male, collassa.

Però entrano in gioco gli esponenti del SI con il solito mantra: “si semplifica”, “basta burocrazia che ci blocca” , “io ho bisogno di norme più semplici”, “se si vota Si avremo una Costituzione più semplice”.

Quindi? Il vuoto. Non c’è contenuto, non c’è forma e nemmeno sostanza. Un po' come quando a diritto penale ti chiedono che tipo di reato è quello indicato nell’articolo x e lo studente (che impara a pappagallo) comincia a ripetere il contenuto dell’articolo in esame, sorvolando (nella maggior parte dei casi perché ignora la risposta) il nocciolo della questione.

Provi a dire che c’è il rischio di oligarchia (non dittatura) per i governi futuri (non quello attuale) visto il combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale (Zagrebelsky  e altri ci hanno provato a farlo capire).

Poi però, ti senti rispondere: “mi dica dov’è l’articolo della riforma in cui c’è scritto di un rischio autoritario”. Quindi o non si capisce il significato di “combinato disposto” oppure si fa finta di non aver capito (tecniche che in sede di esame vengono applicate all’ordine del giorno).

Si parla del Senato, si accenna alla problematica evidente di creare un sorta di “cerchia” di 100 persone fra sindaci e consiglieri regionale che dovranno recarsi a Roma per decidere su tematiche territoriali, con tanto di immunità. Domanda: come faranno queste persone , elette come sindaci e quindi con tutte le incombenze e impegni da svolgere, a ricoprire anche la carica da Senatore? Si accenna al fatto che non esiste in nessun altro posto d’Europa una cosa del genere: né in Francia né in Germania. Si entra qui nel diritto costituzionale comparato e si scopre che in Germania i senatori che rappresentano i lander, non hanno vincolo di mandato nel Bundesrat e possono essere sostituiti da loro delegati: il contrario di ciò che accadrà in Italia, dopo non c’è alcun cenno alla possibilità di essere sostituiti da propri delegati.

Ma niente: si dice che “si ridurranno le poltrone”, che “in tutta Europa è così” (neghi l’evidenza), “perché volete rimanere nella palude?” Si svia il problema e non rispondi alla domanda. Come all’Università.

Non esiste confronto sul merito. Ogni minimo tentativo viene stroncato sul nascere: “Non si può parlare di tecnicismi giuridici”. Invece è proprio sui tecnicismi che questa riforma (se passerà) andrà ad inciampare. Ma siamo abituati a sentire questi studenti da 110 e lode che provano ad imbonirsi il loro interlocutore (palesemente più esperti): “Vedo che è d’accordo con me professore” , “Mi perdoni”, “E’ quello stavo per dire”, “Diciamo le stesse cose”.

Vi è mai capitato di studiare un esame noioso e provarle tutte con il professore per cercare di passare al primo colpo, provando ad anticipare e interrompere l’eventuale correzione o conclusione? Lo ammetto: l’ho visto fare spessissimo, e mi è capitato pure a me quando mi sontrovato in difficoltà in qualche esame rognoso. Dicendo magari: “Eh, infatti lo stavo per dire, professore” . Denota due cose: che sei uno studente sbarbatello e che davanti a te hai una figura infinite volte più esperta di te. Non dici nulla, arrangi il discorso, ti arrampichi sugli specchi e provi a sfangarla.

Questo succede in ambiente accademico. Ma qui non siamo all’università. In gioco c’è il sistema Paese, c’è la Costituzione (non un esame di Diritto Canonico o di Diritto Comune). Se fai un confronto televisivo con uno che la pensa diversamente da te, hai di fronte milioni di cittadini che ti guardano e come fai a mentire spudoratamente?  Non sei davanti ad un docente dove provi a toglierti di torno un esame rognoso, c’è l’Italia nel mezzo.

P.S: Se questa riforma non dovesse passare la suggerisco una io , per sdrammatizzare: mettere il numero chiuso alla facoltà di Giurisprudenza. Ne ho viste tante e se poi questi da 110 e lode ti si presentano nuovamente al potere, son dolori.

 

 

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