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Di Enza Galluccio

A sorpresa Giovanni Anania, avvocato di Totò Riina, a udienza chiusa dichiara che il suo assistito intenderebbe rispondere alle domande dei Pm.

È il processo sulla trattativa tra Cosa nostra e parti dello Stato, l’accusa è di violenza o minaccia ad un Corpo politico amministrativo o giudiziario dello Stato, cioè la violazione dell’Articolo 338 del Codice Penale.

Siamo a Palermo, ma i reati contestati riguardano l’intera Nazione,  e non solo.

Erano gli anni delle stragi che hanno tolto la vita a magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che stavano indagando proprio su certe relazioni tra la criminalità organizzata e alcune parti dello Stato.

Da poco era finito il maxiprocesso, il primo che vedeva alla sbarra un numero così  elevato di imputati mafiosi, boss compresi. Cosa nostra, abituata da sempre a relazionarsi e a prendere accordi con uomini politici e delle istituzioni aveva subito un duro colpo; una condanna inaccettabile per dei mafiosi perpetuamente impuniti. La mafia si sentiva tradita da coloro che si erano mostrati disponibili a prendere accordi, a collaborare secondo la logica del “do ut des” [do affinché tu dia – n.d.r.]. Per questo era pronta a battere i pugni sul tavolo, per far sentire ancora la propria voce e ricordare ai “soliti amici”, che certi accordi non si possono interrompere unilateralmente, nemmeno per un breve periodo.

Era il 1992 e con i due magistrati perdevano la vita anche gli appartenenti alla scorta e Francesca Morvillo, moglie di Falcone, anche lei magistrato.  Ma lo stragismo non finiva lì, la trattativa andava avanti con figure e mediazioni in continuo rinnovamento e, per questo, erano state “necessarie” altre stragi  in continente; era il 1993, Riina veniva arrestato mentre Provenzano teneva in mano la situazione, godendo di ottime protezioni durante tutta la sua latitanza.

Riina si è sempre rifiutato di  parlare, oggi ci sorprende ancora. Cosa intende perseguire? Non è certo un uomo che compie una simile scelta casualmente. Dove vuole arrivare? Alcuni sostengono che le sue parole non possano cambiare di molto la scena processuale. Io non sono tra loro. Credo che Riina sia il testimone più importante da parte di Cosa nostra, e il suo rispondere assume un significato notevole per tutto il mondo mafioso. Ormai Provenzano non c’è più, i due pugili sul ring non possono avere alcun confronto (se mai fosse stato possibile realizzarlo). Matteo Messina Denaro, invece, è ancora libero e latitante … Il Capo dei capi potrà raccontarci un “nulla” oppure dare un segnale diverso, che inevitabilmente dovrà essere compreso, interpretato, perché le parole di mafia … contano eccome!

 

Enza Galluccio – autrice di libri e testi sulle relazioni tra poteri forti e criminalità organizzata

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