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Di Roberto Palumbo

Novant’anni di Pio La Torre. L’Italia ricorda uno dei padri indiscussi dell’antimafia, nato a Palermo il 24 dicembre 1927 e ucciso da Cosa nostra, insieme all’autista Rosario Di Salvo, proprio nella sua Palermo, il 30 aprile 1982. E’ il dovere della memoria, di tramandare la straordinaria eredità morale, giuridica e politica lasciataci da un uomo di princìpi e di coraggio, un grande innovatore che non esitò a sfidare il potere mafioso, a Roma come in Sicilia, in anni in cui l’esistenza stessa della mafia veniva negata. “Un uomo di pensiero e di azione, una specie di esploratore e di cartografo dell’illegalità”, per usare le parole di Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte Costituzionale e ministro della Giustizia nel primo governo Prodi. “E’ stato il primo ad avere il coraggio di esplorare i rapporti tra Mafiacity (la città della criminalità organizzata e della violenza), Tangentopoli (la città della corruzione) e Nerolandia (la città del parassitismo e della criminalità economica) avvalendosi della Costituzione come bussola, come mappa”, ha spiegato Flick a una platea di studenti liceali romani arrivati a Palazzo San Macuto per il convegno “La democrazia e le istituzioni. Nel pensiero e nell’azione di Pio La Torre”, uno dei tanti incontri dedicati quest’anno al 90esimo anniversario della nascita del segretario regionale siciliano del Pci.

Difficile sintetizzare la storia di Pio La Torre, riassumere la portata enorme delle sue battaglie - pagate poi con la vita - contro l’intreccio tra potere e criminalità organizzata, ma anche per i diritti dei lavoratori, per la pace, per la legalità, per la giustizia, per le libertà. Se oggi in Italia esiste una legislazione antimafia lo dobbiamo a lui, al suo impegno, tradottosi, purtroppo solo dopo il suo assassinio, nella legge 646 del 13 settembre 1982, nota come legge Rognoni-La Torre, che introdusse per la prima volta nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis) e la previsione di misure patrimoniali per il sequestro e la confisca dei beni dei boss, con il loro conseguente riutilizzo sociale. “Una legge - ha ricordato Piergiorgio Morosini, magistrato consigliere del Csm – frutto del grande lavoro contenuto nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia del 1976. Una relazione con due punti qualificanti: primo, l’esigenza di approvare la fattispecie di associazione per delinquere di stampo mafioso come norma di un sistema di repressione penale nei confronti di certi gruppi criminali; secondo, l’esigenza di varare delle misure di aggressione nei confronti delle imprese mafiose, in difesa della libertà di iniziativa economica, dei diritti dei lavoratori e della trasparenza nelle pubbliche amministrazione. L’intuizione importante è che una vera azione di contrasto ai gruppi mafiosi non può concentrarsi solo sul profilo della repressione penale ma deve investire moltissimo anche nella prevenzione: bisogna impedire che la mafia imprenditrice vada a contaminare i mercati legali. La Torre si era reso conto che i gruppi mafiosi erano capaci di condizionare i mercati con la forza dell’intimidazione, contaminando così tutte le logiche dei mercati legali”. “Ma la legge – ha aggiunto Morosini - ha rappresentato anche una fondamentale norma di orientamento culturale per i magistrati dell’epoca, perché il concetto della mafia come associazione per delinquere, che oggi ci appare scontato, all’epoca non era affatto scontato. All’epoca c’era infatti la negazione della dimensione associativa dei gruppi mafiosi, si vedeva la mafia come una sorta di stato d’animo, come lo specchio della società tradizionale”.

Sul senso di La Torre per la Costituzione ha invece insistito Flick, ricordando come “il diniego dell’esistenza della mafia, l’incapacità di capire la dimensione e la pericolosità della mafia, dipendeva dal fatto che si viveva in una nuvola di legalità formale e non di legalità costituzionale”. “La Torre – ha quindi aggiunto - è stato uno dei primi ad esplorare il territorio tra Mafiacity, Tangentopoli e Nerolandia avvalendosi della bussola della Costituzione. Nella sua teorizzazione e nella applicazione del suo discorso politico alle vicende della mafia, riecheggiano infatti tutti gli articoli fondamentali della Costituzione: l’art. 5: non solo Stato ma anche autonomie locali; l’art. 2: l’importanza delle formazioni sociali intermedie e della garanzia delle libertà che devono avere, la libertà di opinione, il diritto di associazione in partiti, il voto uguale, personale, libero e segreto, la democrazia diretta, i doveri d solidarietà, i principi sindacali; l’art. 4: il diritto dovere del lavoro, che è il fondamento di quella dignità che l’art. 3 della Costituzione propone quando afferma che è compito della Repubblica promuovere condizioni di pari dignità sociale”. Quindi l’auspicio e l’invito alla politica, ma non solo, ad attualizzare la lezione di La Torre: “La sua intuizione, contenuta nella relazione di minoranza e poi nella legge 646, va ripresa, va riletta e va applicata con riferimento alle nuove forme di collusione tra potere politico e corruzione, che è esattamente la controfigura della collusione tra potere mafioso e potere politico che c’è stato in passato. E’ il tempo di combattere la corruzione usando gli insegnamenti di Pio La Torre”.

Roberto Palumbo

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