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Di Enza Galluccio*

In via d'Amelio, Salvatore Borsellino è il primo a parlare.

Anche se la voce è stanca, il fratello del magistrato ucciso il 19 luglio di 25 anni fa non si arrende. Parla di pezzi deviati dello Stato e mafia, è questa la chiave di lettura per sfiorare una verità che ancora non è completa. Troppi i pezzi emersi che ancora non vengono collocati, troppi i depistaggi, a partire dal “balordo della Guadagna” Vincenzo Scarantino, costretto con la forza a mentire accusando se stesso e altri come lui, con lo scopo di far credere che tutto fosse risolto. Una strage così sofisticata e piena di lati oscuri non poteva essere messa in atto da questi personaggi.

Il Borsellino quater si è concluso con una sentenza che non può soddisfare completamente.

La corte d'assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, ha condannato all'ergastolo  gli imputati Salvo Madonia e Vittorio Tutino; inoltre sono stati condannati a 10 anni per calunnia i “falsi pentiti” Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Per Vincenzo Scarantino è scattata la prescrizione e l'attenuante perché la calunnia è stata indotta con la forza dagli apparati di Polizia.

Per gli avvocati che hanno sostenuto Salvatore Borsellino nei vari processi, Fabio Repici e Calogero Montante, tuttavia, sono ancora troppi gli elementi di scarsa chiarezza. L'incompetenza di Scarantino saltava agli occhi fin da subito e ci si chiedeva come potesse un uomo solo aver orchestrato tutto quanto, compreso l'impianto accusatorio risultato poi falso e mirato a bloccare ogni altra indagine. Non poteva che esserci qualcun altro a manovrare le parole di Scarantino.

Eppure ci sono voluti ben quattro processi per arrivare alla conferma della montatura organizzata da mandanti ancora impuniti. La strage di via d'Amelio, dai fatti emersi e dalle testimonianze, risulta essere una  una strage di Stato.

Repici, fa una cronistoria dei processi,  ne racconta i momenti salienti come le pesanti dichiarazioni rese da Agnese, moglie di Paolo. Fa anche riferimento alla campagna mediatica carica di indignazione e di accusa che era scattata quando, su richiesta del fratello Salvatore, era stata ammessa la testimonianza di Giorgio Napolitano. 

Dai microfoni del palco, gli avvocati denunciano che Il primo atto dello Stato, nel momento in cui si compì la strage, fu la scomparsa dell'agenda rossa del Magistrato di Palermo. Le menzogne furono da parte di molti, afferma Repici, così come ricorda il peso delle contraddittorie dichiarazioni di Giuseppe Ayala su quella scomparsa.

Dichiarano  anche che Vincenzo Scarantino è stata una vittima, sottoposto a costanti torture da parte dello Stato.

Ma non basta, quando fu imbottita di esplosivo l'auto che esplose in via d'Amelio, c'era un uomo che non apparteneva a Cosa nostra, un uomo dei servizi, quindi dello Stato. Per Repici anche solo questo elemento dovrebbe essere sufficiente ad aprire le porte a nuove inchieste.

Tuona la voce dell'avvocato quando, dopo aver messo in evidenza tutte le incongruenze e ricordato le testimonianze che più volte indicavano la pista Scarantino come falsa, afferma di credere che la Corte d'Assise abbia accolto la tesi di depistaggio, indicata da lui e da Salvatore fin dall'inizio.

Alle ore 16.58 “nessun minuto di silenzio!” grida Salvatore Borsellino, che da sempre preferisce le parole al tacere.

Un ragazzo suona il “Silenzio” con la tromba, poi tutti gridano insieme a Salvatore i nomi delle vittime, a partire da quello del Giudice.

Ci sono applausi e tutti guardano in alto, verso quei balconi con le foto delle vittime della strage, finché la bellissima voce di una ragazza inizia a cantare l'inno di Mameli.

Si conclude così la prima parte di questa giornata di memoria e di rivendicazione.

In via d'Amelio fa sempre molto caldo, come 25 anni fa. La gente partecipa con empatia, ma c'é anche tensione, soprattutto nel retro del palco dove organizzatori, addetti stampa e tecnici cercano di mantenere ordine in una giornata ancora adesso difficile.

C'è anche il busto di Paolo Borsellino, un'opera dell'artista Emanuele Lisciandrello, che era stato preparato un anno fa per la “Casa di Paolo”, il centro culturale che Salvatore Borsellino ha voluto nascesse nella vecchia proprietà di famiglia, nel quartiere della Kalsa, dove il degrado la fa da padrone.

Oggi il busto è in questa via, a testimonianza di una Palermo che resiste e non si fa intimidire, un segnale per coloro che, alcuni giorni fa, hanno fatto “saltare” la testa della statua di Giovanni Falcone.

 

*Autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale

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