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Di Antonio Ribaudo

A Settembre del 2016 i gestori di telefonia mobile Wind e H3G decidono di fondersi in un unico gestore Wind3, è nato il terzo gestore con dei dati di tutto rispetto: 13% di ricavi, margine operativo lordo 6.8%, marketshare 37%, incremento della marginalità 34,8 e investimenti in 6 anni per 7 miliardi

eppure l’azienda ha deciso la cessione del ramo di azienda del call-center 133, 916 lavoratori dislocati nelle sedi di Cagliari, Palermo, Roma e Genova.

L’azienda giustifica tale iniziativa col miglioramento del modello di assistenza alla clientela con un operatore specializzato in queste attività (ComData).

ComData Garantisce il lavoro per solo 7 anni ma cosa accadrà dopo? La nuova azienda dichiara di voler esternalizzare un servizio di call-center in Romani e questo preoccupa i lavoratori.

Negli ultimi mesi un altro colosso dei call-center ha chiuso un sito in Italia licenziando i lavoratori, altre due sedi hanno accettato grossi sacrifici (blocco tfr e congelamento anzianità), i lavoratori del servizio 133 temono che anche loro saranno costretti ad accettare accordi simili.

 

Indifesi da un governo autore del jobs-act che rende il lavoratore precario e ricattabile, indifesi da un sindacato incapace di combattere una crisi che accetta i ricatti delle singole aziende.

Di Mira Carpineta 

Quando qualcuno, soprattutto tra i sindacalisti, mi dice "sei fortunata ad avere un lavoro", io dico che il lavoro non è, e non dovrebbe essere,  una questione di fortuna. E se in Italia ci sono milioni di disoccupati è una vergogna che ricade solo ed esclusivamente sugli amministratori, sui pubblici decisori e soprattutto sui sindacati che lo hanno permesso, svendendo diritti.

Qualche sera fa, a Otto e Mezzo su La7 si parlava proprio di questo.  E puntuale è arrivata la frase che “piuttosto che perdere posti di lavoro bisogna accettare dei compromessi”. Che naturalmente saranno a carico degli operai, mai dei management. “Il compromesso è l’arte della politica - insiste la conduttrice -  Bisogna che ci sia disponibilità da entrambe le parti”. Peccato che la parte che li subisce sia sempre la stessa.

Da questo tipo di conversazione si capisce quanto sia obsoleto, anacronistico e drammatico questo pensiero. 

Da quando si è “compromesso tutto” e il tasso di sindacalizzazione italiano è il più alto d’Europa si capisce dove sta la responsabilità del fallimento.

Questa cultura non è più adatta a gestire il lavoro attuale.

“Se non si fa il compromesso, che è sempre meglio del mancato accordo, l’azienda lo fa da sé”

Ecco l’altra frase cult. Ma come mai queste “aziende fanno da sé”? Non dovrebbe essere compito del sindacato vigilare affinché queste “aziende” non facciano da sé? Non dovrebbe essere compito del sindacato vigilare affinché il management aziendale lavori per l’azienda e non solo per se stesso?

Perché un precario o un lavoratore dipendente dovrebbero  iscriversi ad un sindacato oggi? Per ringraziarli dello splendido lavoro fatto con i co.co.co, co.co.pro, voucher e compagnia bella? Perché un dipendente che dopo 40 anni di lavoro deve indebitarsi per altri vent’anni per andare in pensione, dovrebbe aderire ad un sindacato?

I sindacati hanno tradito in modo grave il loro mandato. Hanno tradito il primo articolo della Costituzione: “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

Bisogna uscire dallo schema “tagliamo i salari così l’azienda riparte”. No. I sindacati dovrebbero chiedere conto ai manager delle responsabilità per cui vengono pagati. I compromessi a ribasso sono una moderna forma di schiavitù a cui si costringe la fascia più debole. Come sempre è avvenuto nella storia quando la ragione si è addormentata.

In Italia non esiste un vero e proprio concetto di lavoro. In Italia esiste “il posto”. Definizione generica che consente di bypassare il criterio del merito. Il “posto” è figlio del bisogno. E se hai “bisogno” devi essere disposto al compromesso. Non conta cosa sai fare, non conta quanto sei intelligente, non conta avere idee. Se vuoi un posto devi accettare un compromesso, sulla retribuzione, sulla contribuzione, sull’orario, ecc. Se entri in un’azienda come operaio muori operaio. Solo se entri come dirigente puoi ambire a fare carriera. Carriera!  altra parola magica e introvabile come il quadrifoglio. Non c’è lavoro pretendi pure la carriera? Così ci ritroviamo una società che è rimasta culturalmente  al medioevo con la dicotomia padrone-sottoposto dove ancora oggi e soprattutto nelle aziende di Stato (dove tra l’altro dovrebbe esserci l’esempio positivo) esiste il “caporalato”, che si esprime in molte forme e non solo sui campi di pomodori.

La rivoluzione culturale dovrebbe partire proprio da qui: dal concetto di diritto del lavoro e al lavoro. Un concetto che non può prescindere dal merito e dalle competenze e dalle capacità. Ma noi schiavi del “posto” e dei sindacati compromessi non possiamo neanche reclamarlo questo diritto perché non siamo in grado di valutare meriti, competenze o capacità. Siamo cresciuti in un humus fatto di reti di conoscenze, appartenenze a gigli , cerchi, quadrati e tavole rotonde magiche, quando mai siamo stati scelti o abbiamo scelto qualcosa in base a valutazioni oggettive? E in questa cultura ormai anacronistica e autodistruttiva chi vuole progredire deve espatriare, dove non ci sono reti, parenti, conoscenti e famiglie che ti trovano il “posto” per il quale sarai schiavo a vita e dovrai pure ringraziare.

Questo è il Paese che i sindacati hanno contribuito a edificare in 30 anni di compromessi. Smantellando la cultura, il progresso, la giustizia, l’etica, la morale.

Il paese dove per fare il Ministro dell’Istruzione basta avere il diploma di terza media e una tessera sindacale, per fare il direttore delle Poste un diploma qualsiasi e una tessera sindacale, per fare il presidente di un qualsiasi ente o il sindaco o il manager, zero tituli e una tessera sindacale, che essendo pratica di compromessi si adatta a tutte le porte.

Il lavoro in un Paese civile è un diritto, per tutti, “secondo le proprie capacità, attitudini o talenti” recita la Costituzione, ma oggi  lo abbiamo istituzionalizzato come un privilegio per pochi o una condanna per molti. Perché quando uno Stato produce leggi che lo trasformano per qualcuno in una forma moderna di schiavitù,  sottopagato e sottotutelato, e per altri in un oggetto da tassare oltre ogni ragionevole limite,  si capisce quale sia il concetto che quello Stato ha del Lavoro.

 

 

di Carmine Parisi

C’è un nesso tra l’utilizzo prolungato del telefono cellulare e lo sviluppo di una malattia tumorale. A sancirlo, per la prima volta in un’aula di giustizia, è il giudice del lavoro di Ivrea, Luca Fadda. Il caso, da cui è scaturita la storica sentenza, era approdato all’attenzione del magistrato quando Roberto Romeo, ex dipendente di una grande azienda italiana, aveva contratto un tumore dopo che per 15 anni aveva utilizzato il telefono cellulare, per ragioni di servizio, anche 3-4 ore al giorno, senza auricolari o altre protezioni. Il neurinoma al cervello gli è stato diagnosticato nel 2010. «Per fortuna si tratta di un tumore benigno, ma comunque invalidante - ha dichiarato l'ormai ex dipendente 57enne - Ho subito l’asportazione del nervo acustico e oggi non sento più dall'orecchio destro». Il consulente tecnico d’ufficio, nominato dal giudice del Lavoro, ha riconosciuto un danno biologico permanente del 23%, condannando l’Inail al pagamento di un’indennità di circa 500 euro al mese per tutta la vita della vittima. La sentenza, emessa lo scorso 30 marzo, segna l’inizio di una nuova e più avanzata fase di tutela giurisdizionale per i lavoratori, così come richiesto anche da molte organizzazioni sindacali come la Cgil.

Di Lina Rinaldi

La schiavitù a cui è sottoposta la popolazione , soprattutto a sud del nostro Paese dovrebbe essere oggetto di un’interrogazione parlamentare seria e di un intervento immediato da parte dello Stato.

Vivere al sud significa essere  sfruttati, sottopagati, umiliati e schiavizzati.

Vivere al sud, significa vivere spesso con soli 500 euro  al mese  e dover affrontare le spese che la vita comporta, significa studiare per poi guardare il tuo diploma o la tua laurea appesi al muro e fare altro, significa non potersi permettere un futuro dignitoso e riempire call center guadagnando due ore l’ora.

Ogni giorno i lavoratori sono alle prese con ricatti di vario genere e vista la poca richiesta di lavoro, sempre più spesso sono costretti a sottostare al volere dei datori di lavoro.

Non so per quale ragione, anche i grandi marchi abituati a lavorare diversamente ( e quando dico diversamente intendo dando i  diritti che spettano ai loro collaboratori) su tutto il territorio nazionale, quando superano i confini del nostro martoriato territorio,utilizzano le regole che da sempre i padroni sono soliti usare qui (badate bene, regole, non diritti)

Hai un contratto part time? Lavori full time e la paga resta quella di un lavoratore part time.

Hai un contratto di 30 ore settimanali? Lavori 60 ore, ma te ne pagano 30 (sarebbe gravissimo anche se te ne pagassero 60)

Hai una mansione ben precisa? Ne svolgi tre contemporaneamente (nel migliore dei casi).

Hai una busta paga di 1400 euro? Ne ricevi 400.

E non devi  lamentarti perché sei fortunato: lavori!

Se ti licenzi, vuol dire che semplicemente non hai voglia di lavorare.

Se non ti sta bene il problema non c’è, perché la gente ha così tanto bisogno di lavorare che se va via un lavoratore, ne trovi altri dieci disposti a lavorare in condizioni assurde, al limite dell’umano e magari il titolare abbassa anche la posta in gioco concedendo ancora meno.

Qui non esistono diritti, esistono concessioni.

Il tuo datore di lavoro ti aiuta, ti dà da mangiare. Ti concede un posto di lavoro e tu devi ringraziare e sgobbare.

Possibile che si possa essere costretti a vivere così?

Possibile che non vi siano controlli e che chi sa giri il viso dall’altra parte?

Possibile che si viva per lavorare e non che si lavori per vivere?

 

Il nostro sud martoriato, un sud di uomini e di donne dei campi, dei call center, dei negozi, dei trasporti, delle scuole paritarie, dei lavori occasionali sempre e solo a nero, ha bisogno di aiuto.

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