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Di Mira Carpineta 

Quando qualcuno, soprattutto tra i sindacalisti, mi dice "sei fortunata ad avere un lavoro", io dico che il lavoro non è, e non dovrebbe essere,  una questione di fortuna. E se in Italia ci sono milioni di disoccupati è una vergogna che ricade solo ed esclusivamente sugli amministratori, sui pubblici decisori e soprattutto sui sindacati che lo hanno permesso, svendendo diritti.

Qualche sera fa, a Otto e Mezzo su La7 si parlava proprio di questo.  E puntuale è arrivata la frase che “piuttosto che perdere posti di lavoro bisogna accettare dei compromessi”. Che naturalmente saranno a carico degli operai, mai dei management. “Il compromesso è l’arte della politica - insiste la conduttrice -  Bisogna che ci sia disponibilità da entrambe le parti”. Peccato che la parte che li subisce sia sempre la stessa.

Da questo tipo di conversazione si capisce quanto sia obsoleto, anacronistico e drammatico questo pensiero. 

Da quando si è “compromesso tutto” e il tasso di sindacalizzazione italiano è il più alto d’Europa si capisce dove sta la responsabilità del fallimento.

Questa cultura non è più adatta a gestire il lavoro attuale.

“Se non si fa il compromesso, che è sempre meglio del mancato accordo, l’azienda lo fa da sé”

Ecco l’altra frase cult. Ma come mai queste “aziende fanno da sé”? Non dovrebbe essere compito del sindacato vigilare affinché queste “aziende” non facciano da sé? Non dovrebbe essere compito del sindacato vigilare affinché il management aziendale lavori per l’azienda e non solo per se stesso?

Perché un precario o un lavoratore dipendente dovrebbero  iscriversi ad un sindacato oggi? Per ringraziarli dello splendido lavoro fatto con i co.co.co, co.co.pro, voucher e compagnia bella? Perché un dipendente che dopo 40 anni di lavoro deve indebitarsi per altri vent’anni per andare in pensione, dovrebbe aderire ad un sindacato?

I sindacati hanno tradito in modo grave il loro mandato. Hanno tradito il primo articolo della Costituzione: “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

Bisogna uscire dallo schema “tagliamo i salari così l’azienda riparte”. No. I sindacati dovrebbero chiedere conto ai manager delle responsabilità per cui vengono pagati. I compromessi a ribasso sono una moderna forma di schiavitù a cui si costringe la fascia più debole. Come sempre è avvenuto nella storia quando la ragione si è addormentata.

In Italia non esiste un vero e proprio concetto di lavoro. In Italia esiste “il posto”. Definizione generica che consente di bypassare il criterio del merito. Il “posto” è figlio del bisogno. E se hai “bisogno” devi essere disposto al compromesso. Non conta cosa sai fare, non conta quanto sei intelligente, non conta avere idee. Se vuoi un posto devi accettare un compromesso, sulla retribuzione, sulla contribuzione, sull’orario, ecc. Se entri in un’azienda come operaio muori operaio. Solo se entri come dirigente puoi ambire a fare carriera. Carriera!  altra parola magica e introvabile come il quadrifoglio. Non c’è lavoro pretendi pure la carriera? Così ci ritroviamo una società che è rimasta culturalmente  al medioevo con la dicotomia padrone-sottoposto dove ancora oggi e soprattutto nelle aziende di Stato (dove tra l’altro dovrebbe esserci l’esempio positivo) esiste il “caporalato”, che si esprime in molte forme e non solo sui campi di pomodori.

La rivoluzione culturale dovrebbe partire proprio da qui: dal concetto di diritto del lavoro e al lavoro. Un concetto che non può prescindere dal merito e dalle competenze e dalle capacità. Ma noi schiavi del “posto” e dei sindacati compromessi non possiamo neanche reclamarlo questo diritto perché non siamo in grado di valutare meriti, competenze o capacità. Siamo cresciuti in un humus fatto di reti di conoscenze, appartenenze a gigli , cerchi, quadrati e tavole rotonde magiche, quando mai siamo stati scelti o abbiamo scelto qualcosa in base a valutazioni oggettive? E in questa cultura ormai anacronistica e autodistruttiva chi vuole progredire deve espatriare, dove non ci sono reti, parenti, conoscenti e famiglie che ti trovano il “posto” per il quale sarai schiavo a vita e dovrai pure ringraziare.

Questo è il Paese che i sindacati hanno contribuito a edificare in 30 anni di compromessi. Smantellando la cultura, il progresso, la giustizia, l’etica, la morale.

Il paese dove per fare il Ministro dell’Istruzione basta avere il diploma di terza media e una tessera sindacale, per fare il direttore delle Poste un diploma qualsiasi e una tessera sindacale, per fare il presidente di un qualsiasi ente o il sindaco o il manager, zero tituli e una tessera sindacale, che essendo pratica di compromessi si adatta a tutte le porte.

Il lavoro in un Paese civile è un diritto, per tutti, “secondo le proprie capacità, attitudini o talenti” recita la Costituzione, ma oggi  lo abbiamo istituzionalizzato come un privilegio per pochi o una condanna per molti. Perché quando uno Stato produce leggi che lo trasformano per qualcuno in una forma moderna di schiavitù,  sottopagato e sottotutelato, e per altri in un oggetto da tassare oltre ogni ragionevole limite,  si capisce quale sia il concetto che quello Stato ha del Lavoro.

 

 

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