FacebookTwitterRSS Feed
CPR certification onlineCPR certification onlineCPR certification online

di Francesco Bertelli

Viviamo in un Paese che dal punto di vista ambientale e paesaggistico non ha rivali nel mondo. Lo sappiamo, ma forse ce lo diciamo troppo spesso in modo da sorvolare sui migliaia di problemi che vanno a braccetto con la cura e la sicurezza del nostro territorio.

L'estate è cominciata da poco ma viviamo in un'annata particolarmente scarsa di piogge da far invidia alla torrida stagione del 2003, considerata da tantissimi esperti come l'estate più calda del secolo. Come giugno siamo già al di sopra del giugno di quattordici anni fa. Ma lasciando perdere i dati sulle precipitazioni quello che ci sta a cuore è analizzare il problema partendo da una domanda: perché ci troviamo in questa situazione? Ovvero, per quale motivo fin qui non è stato fatto alcunché in modo tale che centinaia di migliaia di contadini e imprese non si trovassero quasi sul lastrico vista la scarsità dei loro raccolti? L'Italia è un Paese che dovrebbe fare dell'agricoltura il suo fiore all'occhiello. Invece sentiamo ogni giorno notizie di intere coltivazioni spazzate via per la mancanza di acqua.

Ma è proprio vero che la colpa è solo della siccità? Se andiamo a vedere i dati (stavolta occorre farlo) non è proprio così. Il motivo principale per cui. Sono molte le regioni che hanno chiesto lo stato di calamità naturale e se ne aggiungeranno altre. Il motivo è semplice: le piogge appena giunte non risolvono il problema di un autunno e di una primavera prive di piogge (e su questo capitolo ci torneremo a breve).

Manca l'acqua perché il sistema idrico italiano è molto simile ad un colabrodo. Le cifre sono disarmanti: è quasi del 40% la media italiana di acqua che viene persa nei meandri del sistema idrico nostrano. Motivo? Perché è vecchio. A tal proposito è interessante lo studio di Agostino Gramigna su il Corriere della Sera di qualche giorno fa: reti vecchie, il 60% di esse sono state oltre 30 anni fa e il 25% di queste supera i 50 anni di età. Possibile che con tutte le spese, con tutti i progetti che vengono fatti e stanziati dai vari governi che si sono succeduti (compreso quello attuale), un pensierino alla manutenzione dei nostri acquedotti non sia mai stato fatto? O forse è la volontà politica quella che manca?

Il presidente di Utilitalia, Giovanni Vialotti, lo ha detto chiaramente: quel che servirebbe è un investimento di 5 miliardi all'anno (80 euro per abitante l'anno). Questa è considerata la cifra minima per far fronte alla copertura del fabbisogno di infrastrutture. Gli investimenti programmati dal 2014 al 2017 parlano di altre cifre: 32 euro per abitante l'anno. E' legittimo accontentarsi su quel che passa al convento su un tema così cruciale come la siccità?

Stesso discorso va fatto per il dissesto idrogeologico, un altro macro problema. Lo vediamo in questi giorni di primi temporali al Nord. Bombe d'acqua che spazzano via tutto. Ma ormai è storia vecchia. Sarà sempre così. Le alluvioni in Maremma del 2012-2013, Genova 2014, le Cinque Terre, Lunigiana, ecc.

L'Italia è a rischio dissesto idrogeologico in molte delle sue regioni (la maggior parte). Qui non si tratta di una problematica che si verificherà fra tot anni e le cui conseguenze le potremo vedere in futuro. Sta già accadendo e i risultati sono purtroppo davanti ai nostri occhi.

Il nostro è il paese dei disastri naturali. Tutto il territorio italiano è fragile. Ogni anno siamo costretti a contare i morti. In autunno piove, lo sanno tutti. Negli ultimi anni si sono succeduti però dei repentini cambiamenti climatici che stanno pian piano mettendo in ginocchio la nostra povera Italia. Però è giunto anche il momento di distribuire le responsabilità. Ok, piove tantissimo in pochi minuti, le cosiddette bombe d'acqua ormai sono non più sporadiche ma costanti. Ma un altro dato allarmante riguarda le amministrazioni locali: la polizia di fiumi e fossi non è degna di un paese civile. Sono regole elementari che però vengono di consueto disattese (e qui bisogna anche fare una precisazione: oggi i comuni anche se hanno qualche soldo da utilizzare non possono farlo in ragione dello scellerato patto di stabilità su cui necessiterebbe una deroga immediata). Ma non finisce qui. Le responsabilità delle singole amministrazioni, e delle Regioni è evidente, ma esiste anche un'altra colpa. L'assenza e l'ignoranza della politica. Non è possibile affrontare il problema del dissesto idrogeologico utilizzando le stesse politiche degli ultimi decenni. Occorre prendere coscienza del fatto che il clima è cambiato e che bisogna intraprendere nuove politiche ambientali ed agricole finalizzate a prevenire in disastri. Si dirà: ma i soldi non ci sono. Errore. I soldi ci sono ma fino a questo momento sono stati spesi male

La priorità massima per ciascun governo dovrebbe essere come la messa in sicurezza delle scuole o un piano di edilizia popolare, si vari un piano straordinario che, oltre a risolvere annosi problemi, in questa fase potrebbe dare slancio e impulso all'economia e contribuire a invertire la spirale recessiva per farci uscire dalla crisi.

Occorrono soldi, ma non spot. Soldi concreti. Nel 1970 questi erano temi già attuali. Fondamentale fu il contributo dato dagli studi della Commissione De Marchi, la quale individuò una cifra ideale per affrontare il problema del rischio idrogeologico: uno stanziamento di 40 miliardi di vecchie lire per 15 anni. Un progetto che c'è e che per oltre trent'anni è rimasto nel cassetto, sostituito dalle consuete mance annuali alle regioni.

Qualcosa da questo lato pare essersi mosso. A maggio per la prima volta, l'Italia si è dotata di un piano nazionale di opere e interventi e un piano finanziario per la riduzione del dissesto idrogeologico. Un progetto voluto dal Governo Renzi e Governo Gentiloni. Oltre 600 pagine di documento (Italia Sicura è il nome) in cui si fa un elenco di oltre undici mila cantieri di cui oltre mille in corso d'opera per un fabbisogno finanziario di 29 miliardi di euro. Quasi 13 miliardi sono già stati stanziati con fondi europei, nazionali e regionali.

Dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare. E' un buon inizio. Un concreto punto di partenza. La necessità adesso è che queste risorse vengano trovate e stanziate ad ogni costo, prevaricando se serve, altri progetti e stanziamenti perché non c'è nulla di più importante della sicurezza della vita delle persone. A maggior ragione un paese come l'Italia in cui oltre l'80% dei comuni.

Basta con le politiche ad "elemosina". Questi soldi stanziati vanno spesi e (possibilmente) nel modo giusto.

Di Francesco Bertelli

E' possibile rendere più semplice la vita dei petrolieri e degli imprenditori-costruttore delle attività estrattive? Certo che si. Come al solito la politica ci mette del suo.

E' infatti all'esame una bozza di decreto finalizzata a dare un adeguamento dell'iter per la valutazione d'impatto ambientale. In un Paese come il nostro, si tratta di un aspetto di cruciale importanza, vista la specificità delle nostre coste e la loro vulnerabilità. Ma l'Italia non essendo un Paese normale, si può permettere pure di snaturare e svuotare un principio importante come la “VIA”, la valutazione di impatto ambientale.

Di che si tratta? Molto semplice: tutte quelle attività di impatto ambientale (quindi di effetti sull'ambiente stesso) devono essere sottoposti al vaglio della VIA. E' una procedura di carattere amministrativo che ha la finalità di individuare preventivamente gli effetti delle opere sull'ambiente e sulla salute, nonché di identificare le misure per prevenire, eliminare o rendere minimo l'impatto. Questo che cosa comporta a monte? Una serie di studi precisi, progettazioni, pareri, previsioni di tutela ambientale e dibattiti con la popolazione coinvolte. Possiamo definirla una sorta di autorizzazione a svolgere determinate azioni: perforare il sottosuolo alla ricerca di petrolio, creare pozzi, centrali idroelettriche. Tutto passa per la VIA.

Sono espressamente indicati gli ambiti di applicazione della VIA nel D.Lgs. 152/2006 all'Allegato II:

1)  sviluppo ed il collaudo di nuovi metodi o prodotti e non sono utilizzati per più di due anni;

2) modifiche o estensioni dei progetti elencati nell'Allegato II che possano produrre impatti significativi e negativi sull'ambiente.

Che succede però con questa nuova bozza di decreto? Si tolgono molti vincoli che prima erano obbligatori. Se infatti fino ad ora la VIA era richiesta preventivamente con tutta a serie di studi obbligatori a monte, con questo decreto basterebbe soltanto richiedere la "verifica dI assoggettabilità alla VIA". Con questa espressione si intende la semplice valutazione se il tal progetto meriti o meno la VIA. Se ci fosse un parere negativo, il progetto partirebbe lo stesso. Significa che per evitare tutta la trafila (giusta e doverosa) che precede la valutazione della VIA, il progetto può partire con la sola assoggettabilità. Alla faccia del rispetto dell'ambiente, della popolazione circostante, dei pareri e della richiesta della documentazione apposita.

E' il vecchio carattere obbligatorio della VIA che andrebbe ripristinato all'interno di questo nuovo decreto: riguardava infatti l'obbligatorietà di eseguire progetti preliminari , studi preliminari e la fase di 45 giorni per le osservazioni del pubblico. Tutti elementi al termine dei quali partiva la VIA. Ma l'obbligatorietà se sparisce (come confermato al momento dalla bozza-decreto) che ne sarà dell'impatto ambientale?

E se un progetto è partito senza la VIA? No problem, c'è la sanatoria. Le eventuali società scoperte senza l'autorizzazione della VIA, hanno tutto il tempo di mettersi in regola. Inoltre ci sarà una commissione che supervisionerà il tutto formata da 40 membri nominati dal ministero dell'Ambiente.

Infine c'è il capitolo trivelle. Esistono trivelle in fase di produzione e trivelle in esaurimento produzione. Quest'ultime una volta terminata l'attività estrattiva chiudono battenti. Che fine fanno? Si parlava di rimozione di tali strutture, ma nell'art.25 di tale decreto si fa cenno anche ad una misteriosa "destinazione ad altri usi". Nel Paese degli ecomostri abbandonati a se stessi, è facile immaginare le trivelle chiuse abbandonate in mezzo al nostro mare.

 

Insomma ce n'è abbastanza per essere preoccupati.

Di Alfredo Visconti

Partendo dalla segreteria telefonica attraverso il fax e l’agendina elettronica fino ad arrivare al personal computer forse in pochi ci hanno pensato ma nella “spazzatura” arrivano una mole di dati privati e sensibili da far inorridire qualsiasi politica di Privacy.

E’ indubbio che la tecnologia ha arricchito le possibilità di tutti noi di essere sempre in contatto e soprattutto di essere sempre pronti a rispondere a qualsiasi esigenza, lavorativa e non.

Non ci dilungheremo sul ciclo di vita di questi apparecchi elettronici e soprattutto sul quando questi stessi possono essere definiti vecchi ed inservibili, ma vorremmo analizzare a fondo cosa succede quando non li usiamo più.

Il termine oggi in voga per definire questa spazzatura elettronica è “e-waste”, cioè “rifiuti elettronici” o “spazzatura tecnologica”. Stiamo parlando di una vera montagna di rifiuti elettronici, si calcola che, in media, ogni cittadino europeo produce in un anno 20 kg di e-waste. Valore destinato a crescere nei prossimi anni con una stima che vede nel prossimo quinquennio un aumento che varia da un minimo del 16% sino ad un massimo del 28%.

In Italia, ogni anno si producono 6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, cifra che da sola basterebbe a far capire che siamo di fronte ad un problema le cui dimensioni non sono banali

Da questa premessa nascono almeno due tipi di considerazioni:

·         la prima e più importante, è sicuramente l’impatto del e-waste per l’ambiente, ma lasciamo questo aspetto agli esperti di settore potendo solo garantire la nostra attenzione massima in fase di smaltimento di questi rifiuti.

·         La seconda, molto meno importante a livello mondiale, ma di sicuro impatto legislativo/informatico è la gestione dei dati che si bruciano, non sapendo in che mani vanno se qualcuno li recupera e soprattutto come verranno poi usati.

Un Buco della Privacy? No stavolta no, ed anzi il garante ne ha già in passato dato comunicazioni a riguardo, stavolta il vero buco sta tra i costruttori che non inseriscono software sui computer per la cancellazione dei dati, ma ancor peggio fanno i proprietari di tutti questi apparecchi che non si curano di dismettere il pc piuttosto che l’agenda elettronica o il cellulare senza prima provvedere alla cancellazione dei dati.

Sembra assurdo pensare ai dati di tutti questi oggetti elettronici, viene da dire che cosa ci troveranno mai di particolare nella mia spazzatura? Nella mia forse poco ma pensiamo un attimo a cosa succede quando una amministrazione locale o centrale che sia (dal piccolo comune al grande ministero) dismette i propri Personal Computer.

I grandi uffici, come le pubbliche amministrazioni rinnovano il proprio parco macchine ogni tre anni, tenendo presente che nell’oltre 77% dei casi chi acquista non distrugge i vecchi elementi elettronici ma li dona a:

·         associazioni e/o fondazioni,

·         scuole e chiese,

·         o su tutte li restituisce avendoli originariamente presi in leasing.

Sicuramente nei primi due punti dobbiamo lodare l’azione ed il fatto che con ciò si prolunga la vita di questi elementi e-waste, riducendo l’impatto ambientale, ma purtroppo solo il 4% dei computer donati hanno preventivamente subito azioni di pulizia dei dati sul disco.

La cancellazione definitiva e permanente dei propri dati è fondamentale per evitare che informazioni sensibili possano essere recuperate.

Anche la commissione che si occupa della sicurezza dei dati, lo European Data Protection Supervisor si sta interessando all’argomento, tanto da chiedere già in passato che alla direttiva sullo smaltimento dei rifiuti elettronici venissero collegate misure atte e sufficienti a garantire l’effettiva cancellazione dei dati personali dai dispositivi dismessi.

Occorre quindi assicurare maggiore privacy in fase di gestione delle apparecchiature elettroniche a fine vita.

Viene così rivisitata l’attuale direttiva 2002/96/Ce, aggiungendo obblighi volti a gestire la vita dei dati contenuti su dispositivi elettronici dismessi. Procedura fondamentale in particolar modo nei casi di reimpiego e di riciclaggio dei Raee.

Il Garante Privacy italiano aveva già dato indicazioni sulla protezione dei dati ai soggetti coinvolti nella filiera Aee-Raee (provvedimento generale 13 ottobre 2008).

la cancellazione sicura interessa tutti coloro che si servono di p.c., e comunque di apparecchiature elettronica in grado di memorizzare dati, parliamo quindi tanto delle aziende pubbliche e private quanto dei professionisti e dei cittadini comuni che possono cosi correre il rischio di far conoscere i propri dati sensibili.

Il Garante in proposito è già intervenuto (e questo dovrebbe accendere a tutti la famosa lampadina pensando che recuperare dati da dispositivi elettronici da dismettere non è una pratica inconsueta) stabilendo che tutti devono provvedere alla cancellazione dei dati personali contenuti nei pc e altri supporti che li conservano prima di disfarsene.

Ricordiamo a tutti che occorre, per essere certi del risultato, della distruzione fisica per quanto riguarda i CD-ROM e i DVD-R e per quei pochi ancora in uso anche dei floppy disk, mentre occorre affidarsi quanto meno a tecniche software come ad esempio “wiping program” (programmi di pulizia) o “file shredder” (distruttori di scheda), questi software permettono la scrittura ripetuta nelle zone vuote dell’hard disk attraverso sequenze casuali di cifre binarie che hanno lo scopo di impedire il ripristino delle informazioni anche utilizzando software specifici per il recupero dei dati.

Per i meno esperti o comunque per chi non sa gestire software particolari si può sempre utilizzare la pratica della formattazione “a basso livello” che permette la cancellazione rapida delle informazioni.

 

Alfredo Visconti

Di Maurizio Sansone

La Slovenia è il secondo paese europeo dopo la Slovacchia a inserire il diritto all'acqua pubblica nella propria Costituzione. Lo ha deciso all'unanimità il parlamento sloveno, con l'astensione del partito democratico (che lì è la principale forza di destra).

I nuovo articolo 70 della Costituzione nata nel 1991 recita così: "Le risorse di acqua rappresentano un bene pubblico gestito dallo stato. Le risorse di acqua sono utilizzate prioritariamente e in modo sostenibile per fornire ai cittadini acqua potabile, e in questo senso non sono beni di mercato".

Area Riservata

Eventi

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
Testata in attesa di registrazione presso il tribunale Roma Direttore e fondatore Antonio Ingroia Redazione: via Calabria 56, Roma Indirizzo mail: Redazione@lagiustizia.info