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Di Francesco Bertelli

E' possibile rendere più semplice la vita dei petrolieri e degli imprenditori-costruttore delle attività estrattive? Certo che si. Come al solito la politica ci mette del suo.

E' infatti all'esame una bozza di decreto finalizzata a dare un adeguamento dell'iter per la valutazione d'impatto ambientale. In un Paese come il nostro, si tratta di un aspetto di cruciale importanza, vista la specificità delle nostre coste e la loro vulnerabilità. Ma l'Italia non essendo un Paese normale, si può permettere pure di snaturare e svuotare un principio importante come la “VIA”, la valutazione di impatto ambientale.

Di che si tratta? Molto semplice: tutte quelle attività di impatto ambientale (quindi di effetti sull'ambiente stesso) devono essere sottoposti al vaglio della VIA. E' una procedura di carattere amministrativo che ha la finalità di individuare preventivamente gli effetti delle opere sull'ambiente e sulla salute, nonché di identificare le misure per prevenire, eliminare o rendere minimo l'impatto. Questo che cosa comporta a monte? Una serie di studi precisi, progettazioni, pareri, previsioni di tutela ambientale e dibattiti con la popolazione coinvolte. Possiamo definirla una sorta di autorizzazione a svolgere determinate azioni: perforare il sottosuolo alla ricerca di petrolio, creare pozzi, centrali idroelettriche. Tutto passa per la VIA.

Sono espressamente indicati gli ambiti di applicazione della VIA nel D.Lgs. 152/2006 all'Allegato II:

1)  sviluppo ed il collaudo di nuovi metodi o prodotti e non sono utilizzati per più di due anni;

2) modifiche o estensioni dei progetti elencati nell'Allegato II che possano produrre impatti significativi e negativi sull'ambiente.

Che succede però con questa nuova bozza di decreto? Si tolgono molti vincoli che prima erano obbligatori. Se infatti fino ad ora la VIA era richiesta preventivamente con tutta a serie di studi obbligatori a monte, con questo decreto basterebbe soltanto richiedere la "verifica dI assoggettabilità alla VIA". Con questa espressione si intende la semplice valutazione se il tal progetto meriti o meno la VIA. Se ci fosse un parere negativo, il progetto partirebbe lo stesso. Significa che per evitare tutta la trafila (giusta e doverosa) che precede la valutazione della VIA, il progetto può partire con la sola assoggettabilità. Alla faccia del rispetto dell'ambiente, della popolazione circostante, dei pareri e della richiesta della documentazione apposita.

E' il vecchio carattere obbligatorio della VIA che andrebbe ripristinato all'interno di questo nuovo decreto: riguardava infatti l'obbligatorietà di eseguire progetti preliminari , studi preliminari e la fase di 45 giorni per le osservazioni del pubblico. Tutti elementi al termine dei quali partiva la VIA. Ma l'obbligatorietà se sparisce (come confermato al momento dalla bozza-decreto) che ne sarà dell'impatto ambientale?

E se un progetto è partito senza la VIA? No problem, c'è la sanatoria. Le eventuali società scoperte senza l'autorizzazione della VIA, hanno tutto il tempo di mettersi in regola. Inoltre ci sarà una commissione che supervisionerà il tutto formata da 40 membri nominati dal ministero dell'Ambiente.

Infine c'è il capitolo trivelle. Esistono trivelle in fase di produzione e trivelle in esaurimento produzione. Quest'ultime una volta terminata l'attività estrattiva chiudono battenti. Che fine fanno? Si parlava di rimozione di tali strutture, ma nell'art.25 di tale decreto si fa cenno anche ad una misteriosa "destinazione ad altri usi". Nel Paese degli ecomostri abbandonati a se stessi, è facile immaginare le trivelle chiuse abbandonate in mezzo al nostro mare.

 

Insomma ce n'è abbastanza per essere preoccupati.

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