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di Alessio Di Florio

La storia della Repubblica Italiana, ogni qualvolta la situazione diventa fragile e a rischio, ogni qualvolta le tensioni sociali sono in aumento, quando a Qualcuno può tornare utile, vede comparire sigle e trame nere. Dalla “strategia della tensione” ad oggi fino alle “stragi di mafia” (la “Falange Armata”) di inizio Anni Novanta, i neofascisti tornano sempre. Più o meno periodicamente il pendolo oscilla continuamente. L’Espresso recentemente ha denunciato in copertina l’avanzata della NazItalia. E nella guerra ai migranti, l’innalzare di muri e barriere alla frontiera, non potevano mancare. Ovviamente nulla di paragonabile a quanto appena ricordato, siamo su piani completamente diversi. Ma il dato di fatto è questo.

“Generazione Identitaria”, un gruppo di estrema destra italiano anti-immigrati, è comparso sulla scena  all’inizio di maggio. Un blitz improvviso ha bloccato  la nave di SOS Mediterranée, una delle organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo. L’organizzazione, insieme a estremisti di destra francesi e tedeschi, anima Defend Europe. Un network identitario europeo con l’obiettivo di acquistare navi per ostacolare deliberatamente le azioni di salvataggio nel Mediterraneo. L’acquisto doveva essere finanziato all’inizio tramite il crowfounding su Paypal. Che ha, però, interrotto la raccolta fondi per rispedire ai donatori le cifre devolute. Scelta simile a quella del Crédit Mutuel. Nonostante questi ostacoli Generazione Identitaria e i suoi omologhi europei sostengono di aver raccolto 76.000 euro.

Come è stato possibile resta sostanzialmente un mistero, sull’origine dei fondi non si hanno notizie ufficiali certe. Ed è solo il primo di vari misteri e zone d’ombra della vicenda. Con la cifra raccolta hanno acquistato  la nave “C-Star” che da Gibuti doveva approdare a Catania. La notizia ha portato alla mobilitazione la Rete Antirazzista Catanese e molte altre associazioni. Una lettera con oltre 30 firmatari è stata inviata al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, al Presidente della Regione Sicilia e a Prefetto, Questore, Presidente dell'Autorità Portuale, Comandante della Capitaneria di Porto e Sindaco di Catania per chiedere di impedire alla C-Star di utilizzare il porto siciliano. Ma a Catania non sono mai arrivati.   Il prof. Fulvio Vassallo Paleologo ha reso noto che la nave era stata bloccata a Porto Suez. Una nave, sottolinea Vassallo Paleologo, che avrebbe già varie volte cambiato nome e bandiera (dovrebbe essere nata sotto bandiera mongola e precedentemente era chiamata Suunta). Secondo il gruppo  antirazzista inglese “Hope no thate” le autorità navali a Suez aveva assunto il controllo della nave per “una questione di sicurezza a causa della mancanza di documentazione”. L’Independent ha dato la notizia che ci sarebbero state irregolarità anche nella registrazione dell’equipaggio a bordo.

Il 25 luglio il sito d’informazione turco-cipriota Bağımsızlık Yolu ha dato notizia dell’ingresso nel porto di Famagusta, nella zona turca di Cipro. Alla dogana sarebbe stato dichiarato che è “una nave dell’UE che mira a salvare i rifugiati dal mare”. Ma, sottolinea l’autore dell’articolo, una nave UE non sarebbe entrata in Europa passando per il porto di Famagusta. Molto probabilmente la nave, concludono, è la C-Star. E, prima della ripartenza verso Tunisi, 20 membri dell’equipaggio sono scesi a terra.  Un’altra testata turco-cipriota, Kibris Postasi Gazetesi, il 26 luglio ha dato la notizia che la nave era stata addirittura evacuata e il capitano arrestato (insieme al suo vice) per sospetta falsificazione dei documenti e “traffico di esseri umani”. Intervistato dal Guardian, Faika Deniz Pasha, l’avvocato della Refugees Rights Association (unica organizzazione che si occupa dei migranti a Cipro Nord), ha reso noto che i 20 membri scesi a terra sarebbero  migranti provenienti dallo Sri Lanka. Alle autorità locali avrebbero dichiarato di aver pagato 10.000 euro per poter giungere in Italia. Praticamente quelli che dovevano solcare il Mediterraneo per contrastare l’immigrazione sono stati accusati di aver fatto da autisti a dei migranti. Ma 24 ore dopo alla nave è stato consentita la ripartenza. Secondo lo scrittore franco-greco Yannis Youlountas  dietro il rilascio della C-Star c’è stato “un intervento politico in alto”, accusando il governo di Cipro Nord di sudditanza verso Turchia e Russia. E, sottolinea, “Putin osserva con attenzione l’agitazione fascista in Europa e la sostiene già in diverso modo”.

In un video pubblicato sulla propria pagina facebook il 30 luglio “Generazione Identitaria” sostiene di aver già imbarcato in alto mare i membri dell’equipaggio che dovevano salire a Catania. Attivisti ciprioti che stanno seguendo l’evolversi della vicenda hanno confermato che, il giorno prima, un’altra imbarcazione per lungo tempo si è affiancata alla C-Star. Potrebbe, quindi, essere vero quanto sostenuto sul popolare social network. Ma, di fatto, certezze non ce ne sono. Resta uno dei tanti punti irrisolti di questa vicenda. Dopo essere ripartita da Suez, secondo i sistemi di tracciamento navali (AIS) la C-Star aveva dichiarato Tunisi come destinazione. Ma è, invece, approdata a Cipro e Tunisi è stata cancellata dall’AIS. E non è l’unico “mistero informatico”. Il giorno prima dell’approdo a Cipro, sul profilo twitter di Defend Europe un post “accusava” la ong Open Arms di trovarsi “ad appena un miglio dalle coste libanesi”. Al post era allegata lo screen shot di Marine Traffic, il sito che monitora le rotte marittime. Ma, in realtà, la nave della Ong spagnola era in navigazione tra la Libia e la Sicilia. Il sospetto della stessa Marine Traffic è che ci sia stata una deliberata azione di hackeraggio del sito.

Sul sito di “Hope non thate” è stato pubblicato un vero e proprio dossier su Defend Europe e la C-Star. L’armatore della nave è lo svedese Sven Tomas Egerstrom, legato a una serie di società attive nel settore della sicurezza e specializzate nella difesa privata con impiego di ex militari mercenari russi e ucraini, condannato in Svezia a due anni e mezzo per frode nel 2002. Il leader del ramo tedesco di Defend Europe, Daniel Fib, ha affermato che la nave avrà a bordo “personale di sicurezza”. La circostanza, unita al legame con il mondo militare e paramilitare dell’armatore, ha portato alla conclusione “Hope no thate” che sulla C-Star ci fossero mercenari armati. Secondo una ricostruzione di Andrea Palladino su Famiglia Cristiana la Suunta apparteneva alla Sovereign Global Solution, una società specializzata in sicurezza marittima privata fondata dal francese Jerome Paolini e da Bruno Pardigon. Wikileaks riporta che Pardigon avrebbe supportato tramite una sua precedente società - la Djibouti Maritime Security Services – la statunitense Blackwater in operazioni antipirateria. La stessa Blackwater, legatissima all’amministrazione Bush, nota per la sua presenza in Iraq dopo l’inizio della guerra lanciata dall’ex presidente USA. Nel 2014 quattro contractors della BlackWater sono stati condannati per il “massacro di piazza Nisour” avvenuto nel 2007. Anno nel quale, di fronte a sempre maggiori accuse contro la società USA, il governo iracheno la espulse dal Paese. Dopo i fatti iracheni la società cambiò nome prima in XE Services e poi in Academi. Nome con il quale, nel 2014, comparve in Ucraina al fianco dei neonazisti durante il colpo di Stato che rovesciò il governo.

Dopo aver ostacolato l’azione delle navi umanitarie, aveva dichiarato Generazione Identitaria, la C-Star  punta a mettersi in contatto con la guardia costiera libica. Scopo di tutto, riconsegnare i migranti per il ritorno nel paese nordafricano. Obiettivo finale sarà quindi quello di scoraggiare l’arrivo in Italia e collaborare con la Guardia Costiera Libica. Ma, in realtà, gli unici di cui è documentata la collusione coi trafficanti è proprio la Guardia Costiera Libica. Un reportage realizzato da L’Espresso e Unicef denunciò mesi fa che ci sono militari della guardia costiera libica che arrestano i migranti in mare per venderli a milizie armate. Sempre su L’Espresso Giovanni Tizian nel maggio scorso denunciò quel che accade nei mezra, i lager libici per migranti. Torture, sevizie, violenze di ogni tipo, stupri sono all’ordine del giorno. Ma, per chi vuole avere buona memoria, sono le stesse denunce che già – nel silenzio dei grandi mass media e di larghissima parte dell’opinione pubblica – associazioni, movimenti, Gabriele Del Grande sul proprio blog e in “Come un uomo sulla terra” ed altri documentarono anni fa. Un’inchiesta di “The Post Internazionale” ha denunciato che “il capo della guardia costiera a Zawiya, Abdurahman Milad, è una delle figure chiave del traffico di esseri umani nella regione. Milad è accusato di avere legami con le milizie di Tripoli che portano i migranti dal Sahara alla costa, prima che siano imbarcati verso l’Italia”. 

Il sindaco di Catania Bianco ha dichiarato all’Independent che chiederà di bloccare l’approdo della nave, definendo i militanti di Defend Europe persone che vorrebbero essere “uomini di legge senza averne l’autorità”. Stessa decisione del sindaco cretese di Ieraptera Theodosios Kalantzakis, che ha dichiarato Defend Europe ospite non gradito perché il suo comune è “una cittadina antifascista e i rifugiati sono stati sempre i benvenuti”. La C Star aveva stazionato a 12 miglia dalla riva di Creta per quasi 24 ore, in attesa di un lasciapassare all’attracco che è stato rifiutato dalla locale capitaneria di porto. Dopo alcune azioni di disturbo, impossibilitati ad entrare a Tunisi dopo un’ampia mobilitazione sociale, alcune fonti hanno dato per giorni la C-Star in profonda difficoltà quasi alla deriva nel Mediterraneo (persino con carburante in esaurimento). Tra il 10 e l’11 agosto il rifornimento del carburante viene dato come effettuato con la nave che è tornata in viaggio. Passano alcune ore e la nave viene segnalata dalle agenzie stampa nuovamente in panne, addirittura forse alla deriva. Gli identitari lanciano un SOS raccolto dalla Capitaneria di Porto di Roma (dove ha sede il Coordinamento delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo), che chiede alla nave della Ong Sea Eye di soccorrere la C-Star. Ma gli identitari rifiutano il soccorso, affermano di aver risolto quella che definiscono una banale avaria e di essere ripartiti.

Il 15 Agosto per due ore la Guardia Costiera Libica ha sequestrato la nave Golfo Azzurro della Ong spagnola ProActiva, in acque internazionali ma rientrati nella zona SAR proclamata dal governo di Tripoli. Nelle ore precedenti i militanti di Defend Europe su facebook  avevano sostenuto di aver seguito la nave e averla segnalata alla Guardia libica. Che però, ha reso noto su “Famiglia Cristiana” Andrea Palladino avrebbe ordinato anche agli identitari di allontanarsi. E proprio Andrea Palladino è tra i due giornalisti che, denunciano varie fonti, è stato oggetto di minacce per gli articoli sulla genesi e il viaggio della C-Star. Su un blog viene anche definito, tra un insulto e l’altro, “sedicente free lance, nei fatti un povero Cristo” e – insieme a Famiglia Cristiana – “immondizia. Di quella particolarmente puzzolente”. Durissima la reazione di Beppe Giulietti e Lorusso (FNSI)che, insieme al Comitato di redazione della Periodici San Paolo,  che attaccano il “gruppuscolo di razzisti neofascisti” e il loro “video offensivo e intimidatorio nei confronti del collega Andrea Palladino”. L’indagine di Palladino, sottolineano, “ha colpito nel segno” e il giornalista non soltanto non è solo (come loro sostengono) ma ha piena solidarietà e “la sua inchiesta proseguirà rinforzata da altri colleghi, e altri giornalisti ne riprenderanno e continueranno il lavoro di approfondimento”. Minacce vengono denunciate anche dal giornalista (collabora con Contropiano) e militante USB di Catania Orazio Vasta. “Come militante dell’USB e come giornalista, insieme ad altri colleghi e compagni – scrive Vasta - mi sono occupato della nota nave nera” ricordando le iniziative antirazziste attivate alla notizia che la C-Star potesse arrivare a Catania (cosa non avvenuta, come abbiamo già riportato. “Dal 20 luglio – denuncia Vasta - sono iniziate le telefonate anonime con le minacce fasciste” in una delle quali una voce anonima dice “Orazio Vasta, sei convinto che non riusciremo a raggiungerti? Sono io quello che ti spaccherà il fegato”.

Il 17 Agosto Generazione Identitaria scrive sulla propria pagina facebook che, essendo rimasta solo una Ong in azione nel Mediterraneo, la missione di Defend Europe è conclusa. Ma, proclamano, non si fermeranno le loro attività. Il 13 Agosto, sempre su facebook, avevano pubblicato la locandina di un “campo identitario italo-sloveno” che si dovrebbe tenere dal 25 al 27 Agosto.

 

Di Angelo Fontanella

I tre militari sospesi, con stipendio dimezzato, sono i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro e il vicebrigadiere Francesco Tedesco: la sospensione è stata disposta a titolo precauzionale da parte del Comando generale dell'Arma per i primi due, mentre per il terzo è stata decisa dal Ministero della Difesa, sempre su richiesta del Comando generale, dopo la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale.

I tre sono i militari che il 15 ottobre 2009 arrestarono Stefano Cucchi in flagranza di reato per detenzione di droga. Secondo la procura di Roma, essi sono i responsabili del pestaggio subito dal giovane, che ne determinò la morte, una settimana dopo nell'ospedale 'Sandro Pertini' di Roma. Per altri due carabinieri, Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi, è stato chiesto il rinvio a giudizio per calunnia (il primo anche per falso): in questo caso il Comando generale dell'Arma non ha ancora adottato alcun provvedimento.

Il pm responsabile dell'indagine, il sostituto Giovanni Musarò, ha ritenuto infondata l'ipotesi di morte per epilessia emersa dalla perizia d'ufficio disposta dal giudice in sede di incidente probatorio. "Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato, con schiaffi, pugni e calci". Questo è quanto scritto dal procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone e dal sostituto Giovanni Musarò nell'avviso di chiusura indagine. "Le botte provocarono una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale, che unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Stefano Cucchi presso la struttura protetta dell'ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte".

I cinque medici del 'Pertini' sono invece stati assolti nel processo d'appello bis, dall'accusa di avere avuto responsabilità nella morte del geometra romano, perché il fatto non sussiste secondo la terza corte d'assise d'appello di Roma. Per la Corte, gli imputati "hanno colposamente omesso di diagnosticare la sindrome da inanizione da cui il paziente era affetto, di inquadrare il caso nelle sue linee generali e, conseguentemente di attuare i presidi terapeutici necessari, ma il decesso di Cucchi non è dipeso dal loro operato. Il ragazzo è morto a seguito di una grave alterazione dei processi metabolici, causata da un'insufficiente alimentazione e idratazione già iniziata prima dell'arresto, alla quale devono aggiungersi le numerose patologie da cui era affetto (epilessia, tossicodipendenza e riferito morbo celiaco), lo stress dovuto ai dolori causati dalle lesioni lombo-sacrali, che ne avevano determinato il ricovero presso la struttura protetta dell'Ospedale Sandro Pertini, lo stato detentivo e un 'quasi' digiuno di protesta, elementi questi ultimi che hanno contribuito ad aggravare lo stato di deperimento organico in cui il paziente già si trovava a causa della grave denutrizione".

Secondo la corte quindi, nonostante il comportamento dei medici non sia stato irreprensibile,appare comunque poco probabile che il ragazzo si sarebbe potuto salvare a causa in primis delle percosse subite. E come darle torto, visto il barbaro pestaggio subito da quel povero ragazzo, di cui ancora non si capisce il perché, rintracciabile forse solo in un'inspiegabile abuso di potere, nel quale le forze dell'ordine spesso cadono, consci dell'immunità di cui godono. E' giunta l'ora che questi terribili abusi vengano puniti come meritano, in modo che la pena funga da deterrente contro questa barbarie purtroppo sempre più frequente.

Soddisfatta Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che ha scritto nel suo profilo facebook: " Apprendo la notizia che le tre persone coinvolte direttamente nel 'violentissimo pestaggio' (come definito dalla Procura di Roma) di Stefano sono state sospese dall'Arma dei Carabinieri. Credo che questo sia giusto e sacrosanto proprio a difesa e a tutela del prestigio dell'Istituzione. Non potranno più nascondersi dietro una divisa che non meritano di indossare''.

 

Di Francesco Bertelli

Esiste la massoneria in Italia? Certo che esiste. Il problema è che se ne parla poco e quelle poche volte che si affronta il tema, pare che una coltre di mistero quasi illusorio e mistificatore attanagli il tutto. Quasi che si ridicolizzasse l’argomento.                                                                                    

La massoneria esiste e vive insieme a noi. La domanda che non dobbiamo mai dimenticare di porci è la seguente: che peso ha la massoneria nel nostro Paese?

Inutile girarci intorno: al di là di quello che viene raccontato dai capi dei grandi ordini (GOI in primis) non è tutto oro quello che cola.

E' passata quasi inosservata la notizia della settimana scorsa che ha visto lo Scico della Guardia di Finanza di Roma, su ordine dell'Antimafia, entrare nelle sedi delle principali obbedienze italiane per acquistare gli elenchi degli iscritti di Sicilia e Calabria dal 1990 ad oggi.

Sono stati perquisiti: Grande Oriente d'Italia, Gran Loggia Regolare d'Italia, Serenissima Gran Loggia d'Italia, Gran Loggia d'Italia degli Antichi Liberi Accertati Muratori.

L'azione dell'Antimafia ha ad oggetto i nomi dei massoni siciliani e calabresi sospettati di infiltrazioni mafiose. L'imbarazzo e le resistenze iniziali dei vertici di tali ordini è evidente.

Già a metà 2016 la Sicilia e nella fattispecie Trapani è tornata protagonista nelle notizie sulla massoneria: 19 logge solo nella città di Trapani con 460 nomi di massoni. Sei di queste logge situate a Castelvetrano, il paese di Matteo Messina Denaro.

Tra i 460 iscritti figurano mafiosi, esponenti delle forze dell'ordine, funzionari della prefettura, dirigenti di banca, professionisti, imprenditori, politici ed amministratori locali.

Da qui è partito l'interesse di Rosy Bindi e di tutta l'Antimafia per fare chiarezza. In mezzo a tutto questo, hanno fatto anche scalpore le parole di Amerigo Minnicelli a capo della Loggia Luigi Minnicelli di Rossano (Cosenza) del Grande Oriente d'Italia: "Fino al 1995 gli iscritti al GOI in Calabria erano 600-700 ora sono 2.600 e non si giustifica una crescita in questi termini in alcun modo."

Non bastano le rassicurazioni o moniti dei capi di tali obbedienza (vedi Stefano Bisi a capo del GOI) in linea con il vecchio stile massonico dei tempi di Garibaldi. Non si può continuare ad evidenziare quei principi ottocenteschi nel contesto attuale e dopo tutto quello che è emerso dal mondo massonico e para-massonico. Occorre fare chiarezza. Troppo spesso infatti attorno alla massoneria (e se vogliamo addirittura all'interno di essa) si celano misteri oscuri.

L'esempio di Castelvetrano, roccaforte di Matteo Messina Denaro, rilanciato dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato è allarmante. In questi dossier  la questura ha scritto che "le clamorose vicende politico giudiziarie di risonanza nazionale (P2) e locale (Iside 2) non sembrano avere ancora incentrato il diffuso convincimento che in seno a logge massoniche, soprattutto se occulte o deviate, possa annidarsi un vero e proprio potere parallelo in grado di inquinare l'attività amministrativa e la gestione della cosa pubblica costituendo una temibili turbativa per le istituzioni e la collettività".

Pare evidente l'interesse dell'Antimafia per gli iscritti di Sicilia e Calabria e tali obbedienze. Alcuni hanno però fatto notare che l'intervento delle Fiamme Gialle potrebbe essere giunto troppo tardi, dato che esiste la seria possibilità che alcuni nomi di rilievo possano essere stati eliminati dagli addetti ai lavori.

E' notizia inoltre di poche ore fa che attorno ai magistrati di Palermo che indagano sulla vicenda trattativa tra Stato e mafia esistono nuove e serie minacce di attentati per volontà di Matteo Messina Denaro ed ambienti "circoscritti alla mafia ma riconducibili a entità di carattere superiore". A dirlo è il procuratore generale Roberto Scarpinato nellaparte di audizione pubblica alla Commissione parlamentare Antimafia.

Tornano alla mente le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, tra l'altro anche l'ultimo pentito sentito da Paolo Borsellino poco prima di saltare in aria. Tornano alla mente le "5 entità" che decidono le sorti di questo Paese: Cosa Nostra, Massoneria deviata, Vaticano deviato, Servizi Segreti deviati e 'ndrangheta. Entità , come spiegò Calcara, autonome tra loro ma riunite in una Supercommissione. Cinque entità con una forza maggiore rispetto all'Italia degli anni 80-90 con legami profondi anche nel mondo politico.

Diceva Andreotti, esempio più calzante di altri, che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Ecco perché fa bene l'Antimafia a muoversi in modo così deciso.

Post scriptum: ci ricordiamo dei fratelli Occhionero? Perché non parla più nessuno di loro? Due fratelli legati al mondo massonico che avevano tentato più volte di accedere nel cuore dei sistemi informatici dei ministeri e quindi dei vertici dello Stato Italiano. Al di là di tutte le possibili responsabilità penali che la magistratura accerterà, è emerso un dato passato inosservato. L'indirizzo in cui operavano i due fratelli esperti di cyberspionaggio era in via Brighindi 44 a Frosinone. Lo stesso indirizzo in cui per sei anni ha abitato il maestro-venerabile Licio Gelli.

Solo una coincidenza?

 

Francesco Bertelli

Di Angelo Fontanella

Don Contin, 48 anni, un prete di un piccolo paese alle porte di Padova, è indagato per violenza privata e sfruttamento della prostituzione. Il 21 dicembre scorso, il pubblico ministero Roberto Piccione ha ordinato la perquisizione all'ultimo piano della canonica. I carabinieri hanno trovato in una stanza chiusa a chiave molti oggetti erotici e filmati amatoriali. Questa macabra vicenda è potuta venire alla luce solo grazie alla denuncia fatta da una parrocchiana di 49 anni, che dopo essere stata irretita, si è innamorata di lui, soggiogata al punto da accettare violenze e perversioni, ma non il tradimento. Quando si è resa conto che l'esistenza di quel parroco era costellata di storie a base di sesso con molte altre parrocchiane, ha deciso di rompere il muro d'omertà e denunciarlo ai carabinieri. Dal drammatico verbale della donna sono venute fuori sei pagine di accuse.
"Prima di Natale 2010 ricevetti una telefonata di don Andrea che aveva chiesto il mio numero a un parrocchiano". Inizia così la deposizione della donna. "Un giorno, invitandomi in canonica, dopo una breve conversazione, mi abbracciò e mi baciò sulla bocca. Rimasi impietrita, me ne andai sconvolta. Nel febbraio- marzo 2011 ci fu il primo rapporto sessuale marcatamente aggressivo in canonica, nonostante ciò mi sentivo sempre più innamorata e felice per le sue attenzioni. Lui iniziò a essere molto esigente. Voleva rapporti sempre più spinti. Iniziò a chiedermi di andare dietro la canonica per attirare i ragazzi che giocavano nel campo di calcio e una volta adescati, mi costringeva ad avere rapporti con loro vicino al garage. Lui mi filmava di nascosto. Quando gli dissi che non ero più disposta a prestarmi a quei giochetti, mi portò più volte in zona Limena per vederlo durante un rapporto con un transessuale". E continua: "Un giorno don Andrea mi fece vedere che aveva postato le mie foto nuda su siti per scambisti. Mi chiamava schiava, mi comprò una ciotola per animali e un guinzaglio marrone". La donna descrive rapporti di gruppo. Sesso estremo, serate in alberghi lussuosi accompagnati da tanta violenza. Gli episodi sono ripetuti. "Il 23 dicembre 2012 mi invitò a cena in canonica, mi fece accomodare su un divanetto rosso e, dopo aver chiuso la porta, iniziò a picchiarmi con ferocia inaudita. Riuscii a mandare un messaggio alla mia amica chiedendole aiuto". Alla fine, stanca di quel calvario, e scoperte le relazioni con altre parrocchiane,

la donna decise di denunciarlo. Ma don Contin non è il solo prete coinvolto, Ce n'è un altro: don Roberto Cavazzana. Don Contin costrinse la donna ad avere un rapporto sessuale anche con lui. Il sacerdote, 41 anni, amico e padre spirituale di Belen Rodriguez, è stato sospeso dal servizio sacerdotale.

Il parroco nei verbali ha ammesso le relazioni. Secondo i carabinieri sarebbero una trentina le amanti del sacerdote e di don Roberto Cavazzana, mentre un altro prete, ascoltato come persona informata dei fatti, non è indagato.

Don Contin, ha avuto la chiamata in età matura. Alle spalle ha una breve esperienza come studente di giurisprudenza e nella politica locale con la candidatura alle comunali in un paesino della zona. Appena è scoppiato lo scandalo, si è autosospeso dopo un colloquio con il vescovo ed è inizialmente riparato in Croazia.
Oltre a tutto ciò, c'è un buco di circa 3 milioni di euro nel bilancio di un ente per l’assistenza agli anziani, il centro diurno Casetta Michelino, di cui don Contin è stato fondatore, diventandone presidente. La struttura beneficiaria di finanziamenti regionali e comunali,è sotto la lente d'ingrandimento dei carabinieri di Padova che aiutati dalla Guardia di Finanza, stanno spulciando i conti e i bilanci della struttura. Non è escluso che venga fatta l’analisi dei fidi bancari di cui Casetta Michelino fruiva. Ecco spiegate le spesse pazze effettuate dal sacerdote in auto lussuose, frequentazione di locali costosi e viaggi .Nel frattempo trapelavano i contenuti dell’interrogatorio che don Contin ha rilasciato ai carabinieri pochi giorni prima di Natale. Egli avrebbe subito ammesso di aver avuto rapporti sessuali con le donne e che quei rapporti si consumassero solitamente in canonica anche con la partecipazione di altri uomini, in maggioranza di colore. Quest’ultima circostanza si sarebbe verificata sempre e solo con una donna, la quarantanovenne che lo ha denunciato all’inizio di dicembre. Il Don ha ammesso anche le riprese delle prestazioni sessuali e parlato dei viaggi e delle cene insieme ad altre parrocchiane, ma ha negato di aver commesso violenze e di aver percepito denaro in cambio dei rapporti con una delle donne che ha procurato ad altri uomini. Ha quindi allontanato il reato dell’induzione alla prostituzione, che è l’ipotesi su cui si basa l’inchiesta. Sembra chiaro che abbia giocato al ribasso sul numero delle donne coinvolte, visto che i carabinieri ne hanno identificate e interrogate almeno diciotto. Anche don Roberto Cavazzana, sentito per sei ore in Procura come persona informata dei fatti, avrebbe ammesso le relazioni. Stando alle sue rivelazioni, le donne sarebbero una quindicina.       

Questa è una delle tante vicende che hanno visto coinvolti uomini di chiesa. E' forse una delle più gravi, ma non è certo la prima e non sarà neanche l'ultima, purtroppo. C'è da sperare che stavolta a differenza di altre, si faccia chiarezza fino in fondo e si dia ai colpevoli la pena che meritano. Si faccia giustizia insomma.                                      

 

 

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