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“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente“. Peppino Impastato era nato a Cinisi il 5 gennaio 1948 e oggi avrebbe compiuto 69 anni.

Peppino fu uno dei primi a voler affrontare il fenomeno della Mafia, attraverso la lotta pacifica, sfruttando l'informazione e la comunicazione mediatica. Fondò cosi già nei primi anni di attivismo socio-politico, il giornalino "L'idea Socialista "(1965) ma l'esordio vero e proprio fu raggiunto con Radio Aut, il giornale di Controinformazione in radio diffusione (1977). Peppino conosceva da vicino le dinamiche interne all'organizzazione mafiosa, gli interessi, gli obiettivi, e gli inganni con cui ottenevano i risultati. Conosceva la meschinità e la disonestà propria dei soggetti appartenenti all'ambiente criminale organizzato.

Peppino infatti, proveniva da una famiglia di stampo mafioso, il cognato del padre, il capomafia Cesare Manzella, era uno dei principali boss di quel tempo, fautore del traffico di droga in Sicilia, per l'accumulo di capitale illegale. Come è noto, Peppino rinnegò le proprie origini non accettando l'educazione immorale, omertosa e codarda che il padre gli imponeva. Si trovò quindi costretto a creare una nuova realtà conforme agli ideali di onestà e rivoluzione di cui si fece promotore e sostenitore.

Ma non fu affatto semplice, come egli stesso scrisse: "Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d'opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire.

Da un mese all'altro, da una settimana all'altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia... Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all'alcol, sino alla primavera del '72 (assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate). Aderii, con l'entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del "Manifesto": sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno".

La volontà di Peppino era quella di diffondere a livello culturale una coscienza antimafia, grazie ad una forma artistica inconfondibile, la satira politica. Strategia potenzialmente dannosa, non accettata e condannata poiché disonorava l'immagine valorosa dei rapporti e delle attività degli uomini cosiddetti "d'onore" . Per questo si ritrovò a scontrarsi con i vari tentativi di boicottaggio, tra minacce alla sua persona e a chi gli si avvicinava, inducendolo in isolamento.

A far uccidere Peppino, il 9 maggio del ’78, fu il capo indiscusso di Cosa Nostra, Don Tano, protagonista principale della satira radiofonica trasmessa da Radio Aut, in cui venivano denunciati i traffici illeciti e i rapporti con la politica.

"I Cento passi" il film diretto da Marco Tullio Giordana, narra le vicende che rappresentano la storia di Peppino e di quella famosa distanza misurabile in passi che separavano la casa degli Impastato da quella dell'assassino don Tano. Gaetano Badalamenti fu condannato all'ergastolo dopo essere stato riconosciuto come mandante del delitto.

Aveva proprio ragione Peppino, per questo fu ucciso. Lui già prevedeva ciò che sarebbe successo negli anni a venire. Peppino era solo con il suo coraggio, mentre gli altri si abbandonavano alla paura.

Eliminando quelli che una volta erano oppositori isolati la malavita diventava parte del sistema sociale, economico, politico e culturale. Presente in tutti i settori produttivi del Paese. Arrestare questo fenomeno, oggi ancor più dilagante, è una delle priorità. Per questo abbiamo bisogno di ricordare le donne e gli uomini che si opponevano a questo disegno, gli eroi che hanno pagato questa battaglia con la vita non ci sono più e quelli che ancora, tra mille difficoltà,  combattono in nome della propria terra e del proprio popolo, In nome della libertà, della verità e della giustizia.

 

S.S.

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