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Di Luca Benci

Dopo l’esito del referendum costituzionale si diradano le nebbie sulle mistificazioni che sono state sollevate sul rapporto tra Stato centrale e Regioni in merito alla mancata riforma del titolo V della Costituzione e alla riattribuzione, allo Stato, di una serie di competenze, con particolare riguardo alle competenze sanitarie.

Durante la campagna referendaria abbiamo sentito argomentazioni di ogni tipo: basta con i 21 sistemi sanitari regionali diversi, il diritto alla salute deve essere uniforme in tutto il territorio nazionale, con la centralizzazione i malati di tumore e i diabetici avranno cure migliori ecc.

Per realizzare questi propositi “basta(va) un si” per citare lo strumentale e sfortunato slogan della campagna renziana. Dato l’esito referendario vi è da domandarsi quali saranno le conseguenze della mancata innovazione determinata dal progetto di revisione costituzionale.

La Costituzione del 1948 attribuì allo Stato la competenza generale e alle Regioni, attraverso la legislazione concorrente, la possibilità di, appunto, concorrere in una serie di materie indicate proprio dall’articolo 117. Tra queste era presente la sanità: competeva alle Regioni la competenza concorrente in materia di “assistenza sanitaria e ospedaliera”. Le Regioni, quindi, avevano solo la possibilità di legiferare in modo concorrente e di conseguenza solo dopo che lo Stato aveva fissato i “principi fondamentali” nelle leggi dette “cornice” o “quadro”.

Con la revisione del Titolo V del 2001 – Governo Amato – a stretta maggioranza (come in realtà una revisione costituzionale non dovrebbe essere fatta!) passò una riforma proprio del riparto di competenze tra Stato e Regioni in misura più “federalista”. Le Regioni si videro assegnare più competenze di quelle precedenti e, soprattutto, una suddivisione di ambito tra una legislazione esclusiva dello Stato, una esclusiva delle Regioni e una concorrente.

Nella legislazione concorrente, per quanto riguarda la sanità, venne ricompresa la “tutela della salute” e non la più elementare “assistenza sanitaria e ospedaliera”. La Regione, come ente quindi, codecisore, insieme allo Stato del principio costituzionale della “tutela della salute”.

Fallita la riforma renziana a questo punto ci sono da ribadire una serie di verità:

a) il finanziamento del servizio sanitario nazionale è da sempre statale e non dipende dalle esigue entrate regionali. Viene stabilito con la legge di stabilità approvata a fine anno attraverso il Fondo sanitario nazionale e successivamente ripartito tra le regioni;

b) la determinazione dei “livelli essenziali di assistenza” è da sempre competenza esclusiva dello Stato a cui spetta la decisione di individuare quali prestazioni sono dovute ai cittadini. E’ lo Stato inadempiente che non modifica per anni – sono ormai 15! -  il decreto sui livelli essenziali lasciando scoperte tutte le cure più recenti. Tra l’altro, lo Stato, ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione “può sostituirsi” alle Regioni quando sono minacciati i livelli essenziali di assistenza;

c) gli squilibri e le differenze tra le regioni nell’assistenza sanitaria e nel garantire il diritto alla salute non dipendono dalla Costituzione né sono mai dipesi dalla Costituzione, ma da una serie complessiva di situazioni.

Quello che ha minacciato il Servizio sanitario nazionale sono state le politiche messe in atto negli ultimi anni con particolare riferimento al complessivo definanziamento del Servizio operato dall’inizio della crisi in modo costante da tutti i Governi, la cattiva politica di gestione in molte Regioni, le politiche di privatizzazione – a volte dichiarate, a volte striscianti – di servizi e strutture altrimenti pubbliche, gli interessi convergenti di più soggetti, il blocco del turn over del personale, le politiche di compartecipazione alla spesa (ticket) che hanno reso oneroso l’accesso alle cure e quindi del diritto alla salute dei cittadini.

Potremo continuare, ma ci fermiamo qui.

Si parla spesso di attuare la Costituzione e non di cambiarla. Per lunghi anni la Costituzione è stata applicata nel campo della sanità e del diritto alla salute e il Servizio sanitario nazionale italiano è considerato ai massimi livelli degli standard internazionali.

Difendere il Servizio sanitario nazionale significa attuare la Costituzione e affermare, in modo non retorico, che il diritto alla salute e le strutture che lo garantiscono, non possono che essere riconosciuti, quanto meno in senso atecnico (ma politico!), un bene comune.

 

Luca Benci

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