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di Maurizio Sansone
 
In queste ore si è detto in tutte le salse che questo governo è la fotocopia del precedente, con l’eccezione del presidente del Consiglio che si è ritirato a vita privata per un paio di giorni salvo tornare alla guida del partito e prepararsi a guidarlo al congresso e probabilmente alle elezioni.
 
Quelli che non sono chiari sono i motivi per cui il presidente del consiglio designato da Mattarella, Paolo Gentiloni, abbia mantenuto alcuni ministri in ruoli chiave tanto che, perfino i giornali più vicini al governo precedente, non hanno potuto fare a meno di notare che si tratta di un governo fotocopia. Per qualcuno, come la ministra Boschi, è addirittura arrivata una promozione, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, un ruolo di regia, una moderna Richelieu. Tanto da far sembrare quello di Gentiloni un commissariamento a tuti gli effetti da parte dell’ex premier.
 
Certo, Renzi è andato via. Ma è rimasto alla guida del partito e condurrà la campagna elettorale prossima ventura, probabilmente dopo un congresso che potrebbe confermarlo alla guida del partito e candidato principe per la corsa a Palazzo Chigi. Insomma. Un governo senza Renzi ma con i renziani saldissimi nel controllo dell’esecutivo.
 
La sensazione è che Gentiloni abbia dovuto e voluto in qualche maniera tranquillizzare l’Europa, gli alleati, le banche la finanza, i mercati (che pure non avevano reagito in maniera scomposta all’esito del referendum).
 
Il nuovo presidente del Consiglio ha rimosso solo uno dei ministri davvero chiave del precedente esecutivo, la Giannini all’Istruzione, segno di una sconfessione della riforma della scuola? Probabilmente no. Forse solo il tentativo di eliminare la principale responsabile di una legge che ha allontanato dal voto al Pd la generalità degli insegnanti italiani che, storicamente, erano in maggioranza sulle posizioni dei partiti eredi del Pci che si sono succeduti negli ultimi 20 anni.
Tutti gli altri sono rimasti al loro posto, con l’inspiegabile eccezione del trasferimento di Angelino Alfano dagli Interni agli Esteri, un ruolo in cui l’ex braccio destro di Berlusconi non ha competenze.
 
E’ rimasto al suo posto Padoan, è rimasto Poletti, l’autore del Jobs Act. E’ rimasta la ministra Madia che pure ha visto parti importanti della sua riforma della Pubblica Amministrazione bocciate dalla Corte Costituzionale.
 
Ma ci sarebbe anche un’altra spiegazione per la nascita di un esecutivo così simile al precedente. Che il Pd, Renzi, Gentiloni e lo stesso Mattarella non abbiano capito il vero segnale arrivato dagli italiani il 4 dicembre. Non è stato il fronte del no a personalizzare la campagna elettorale ma Matteo Renzi che ha trasformato la tornata referendaria in un voto sulla sua persona, sulle sue riforme e sul suo governo.
 
Non aver capito questo, e proporre un nuovo esecutivo sostanzialmente uguale al precedente, significa non aver capito la bocciatura sonora che è arrivata dalle urne. Significa non aver interpretato il profondo stato di disagio dei cittadini che non hanno bocciato solo la riforma della Costituzione, hanno bocciato il jobs act, la riforma della scuola, i tagli alla sanità e le tante, troppe riduzioni dei diritti di Renzi e della sua maggioranza. E hanno bocciato anche l’asservimento dell’Italia alle politiche di estremo rigore imposte dall’Unione Europea. Insomma, Gentiloni, anche nel suo discorso alla Camera per chiedere la fiducia al suo governo, sembra aver detto: “Non siamo noi ad esserci spiegati male, siete voi a non aver capito e noi andiamo avanti per la nostra strada”.
 
Cosa sarebbe servito? Probabilmente andare al voto subito. Ma manca la legge elettorale, perché tra i pasticci di Renzi c’è quello di aver portato il Paese in una situazione di emergenza democratica.
 
Perché se ne possa tornare a ragionare bisogna aspettare il verdetto della Consulta che non arriverà prima del 24 gennaio. Immaginare una maggioranza parlamentare in queste condizioni è difficile. E dunque il governo che doveva nascere poteva essere diverso almeno nei nomi. Quindi, oltre Renzi, bisognava tenere fuori Boschi, Poletti, Padoan, Madia, Giannini, Alfano, Lorenzin, Pinotti. Lo stesso Gentiloni. Bisognava poter dire agli italiani che la lezione era stata capita e che tra il governo Renzi e quello attuale almeno i nomi erano nuovi. E’ accaduto l’esatto contrario.
 
Perseverare, come sta facendo il Pd, serve soltanto ad avvicinare lo stesso Pd all’orlo del precipizio. Di quanto lo capiremo solo dalla durata del mandato di Gentiloni. Se dopo la sentenza della Corte si andrà rapidamente alla formulazione di una nuova legge elettorale e al voto forse il Pd potrà evitare il crollo.

Qualcuno ieri alla direzione Pd diceva, “non ho paura del voto, ho paura del risultato del voto”, noi potremmo distinguere, “non speriamo nel voto, speriamo nel risultato del voto”.

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