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«Il governo sta smantellando l’edificio di leggi e regole che avrebbero dovuto trasformare in fatti i valori racchiusi nei primi articoli della Costituzione». Ad esserne convinto è il Segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, che spiega come il sindacato dei metalmeccanici si stia preparando ad una nuova stagione di vertenze per la riconquista dei diritti sottratti ai lavoratori dai governi «che hanno assecondato o persino favorito i disegni delle imprese e della finanza».
Dai tempi della Resistenza e delle grandi stagioni sindacali degli anni ‘60, approdate nella Costituzione e nello Statuto dei lavoratori, la prospettiva di chi lavora non è mai stata così negativa. Cosa può fare il sindacato per arrestare questa deriva?
«Nell’ultimo decennio il mondo del lavoro è cambiato in modo radicale. Personalmente non ho esperienza di cosa significhi fare sindacato senza lo Statuto dei lavoratori. Non lo so, perché siamo tutti cresciuti e abbiamo fatto sindacato in un’epoca di garanzie e tutele. In Italia quest’epoca è stata chiusa definitivamente dal varo del Jobs Act. Se lo sarà per sempre o no dipende soprattutto da noi e da ciò che faremo, visto che dall’attuale mondo politico non credo ci si possa aspettare molto.
Certo, per un sindacato la prima cosa è capire come affrontare questa nuova realtà nella contrattazione, ovvero riconquistare contrattualmente le tutele cancellate dalle leggi e, da subito, trovare il modo di dare tutele ai nuovi assunti e a chi passa da un posto di lavoro ad un altro perdendo le precedenti garanzie. Poiché saranno proprio costoro a vivere in prima persona le conseguenze del Jobs Act, a loro si deve rivolgere chi può ancora usufruire dei diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori.
Quindi, di fronte alle disuguaglianze salariali e di diritti in cui è stato scomposto il nostro mondo, dovremo ricostruire un contratto unificante con rivendicazioni di stampo universale».
 
A cosa dovranno rinunciare i lavoratori se il prossimo 4 dicembre la riforma della Costituzione dovesse essere malauguratamente approvata? 
«A molto. Nel prossimo referendum non è in gioco il destino di un leader politico o di un governo. È in gioco qualcosa di più profondo e decisivo: la nostra Costituzione, i suoi principi, i suoi valori, la possibilità che venga finalmente attuata e praticata per garantire a tutti i cittadini uguali diritti e doveri. Basterebbe questo per dire “no” al tentativo di cambiare la Carta. Perché la riforma proposta non rende più trasparente, meno costosa e più efficiente la macchina dello Stato, ma restringe la partecipazione decisionale dei cittadini concentrando il potere nelle mani di pochissimi.
E tuttavia, per noi che dobbiamo proporci di aumentare il potere dei lavoratori e la loro partecipazione alla vita pubblica, ci sono tanti buoni motivi in più per bocciare la riforma della Costituzione. A partire dall’articolo 1, il più conosciuto, mille volte ripetuto e milioni di volte disatteso. Perché quell’articolo dovrebbe vivere e tradursi in tutti gli atti della vita pubblica e mai essere ridotto a trascrizione lapidaria. 
Invece, la riscrittura della Costituzione lascia apparentemente intatti i principi dei primi 11 articoli della Carta per poi smantellare l’edificio di leggi e regole che avrebbe dovuto trasformare in fatti quei valori. Questo accade con un Senato non elettivo, con una Camera che - secondo la legge elettorale che accompagna la riforma - sarà formata in gran parte da “nominati” dei vertici di partito, provocando una concentrazione di poteri nelle mani del governo come mai prima d’ora». 
 
Il Governo dice che per risollevare le sorti dell’economia occorre una democrazia più agile e veloce. 
«Lo abbiamo visto in questi ultimi anni in che direzione lavorano i governi: sono stati gli esecutori di ricette liberiste che hanno peggiorato le condizioni di chi lavora, allontanato l’età della pensione e tagliato le prestazioni previdenziali, colpito il welfare, attaccato la contrattazione collettiva e le libertà sindacali. Questo è il modo in cui hanno agito la maggior parte dei governi europei e tutti quelli italiani degli ultimi vent’anni, assecondando o persino favorendo i disegni delle imprese e della finanza. Da noi, però, questo disegno ha trovato un argine importante: la Costituzione e i suoi organismi di garanzia, in primo luogo la Corte costituzionale. 
Si pensi alla vicenda Fiat, con la riduzione dei diritti e i lavoratori costretti a subire il ricatto di proprietà e manager che impongono nuove e peggiori condizioni di lavoro “altrimenti chiudiamo la fabbrica”, con le discriminazioni sindacali e la Fiom esclusa dalle trattative e persino cacciata dagli stabilimenti diventati più “proprietà privata” che luogo di lavoro: è stata proprio una sentenza della Corte costituzionale che, applicando la Carta fondamentale della Repubblica, ci ha permesso di rientrare nelle fabbriche Fiat. 
Si pensi ai licenziamenti senza giusta causa permessi dal Jobs Act che abbiamo combattuto con la Costituzione in mano: facendoci forti dei suoi dettati, abbiamo potuto contrastare quelle ingiuste cause nei luoghi di lavoro e nei tribunali. 
E si pensi a ogni momento della nostra vita lavorativa e sindacale, agli strumenti e alle ispirazioni - anche etiche e morali - che la Costituzione ci dà per poter far valere diritti e combattere abusi nelle vertenze piccole o grandi che scandiscono i rapporti tra i lavoratori e le imprese.
Tutto questo, solo per parlare delle iniziative “di contrasto”, delle “resistenze”. Mentre ci sarebbe tutto un mondo da conquistare nell’applicazione in positivo della Costituzione». 
 
Infatti, con l’approvazione del Jobs Act e l’introduzione del cosiddetto contratto a tutele crescenti, l’attuale Governo ha dimostrato la sua poca sensibilità nei confronti del divario che continua ad allargarsi tra il mondo del lavoro e quello delle imprese. Lo scorso 29 settembre il sindacato ha depositato in Parlamento 1.150.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per un nuovo Statuto dei lavoratori. Qual è l’obiettivo che vi siete prefissati?
«Votando “No” al referendum del prossimo 4 dicembre vogliamo dire una cosa semplice e chiara: “attuate la Costituzione”. Allo stesso tempo, poniamo le premesse per un altro referendum che – in piena continuità con il dettato costituzionale – in primavera proporrà di abolire la scandalosa precarietà dei voucher, mettere sotto controllo la vergogna degli appalti, ripristinare ed estendere i diritti dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In quel caso sarà un “Sì”: alla libertà e alla dignità del lavoro».
 
Un altro elemento che sta creando discussione è quello contenuto nella legge di bilancio: come definire l’Ape, il famoso Anticipo Pensionistico che fa ricadere i costi della flessibilità in uscita unicamente sulle spalle di chi lavora, operai compresi?
«A me sembra una pura follia. Vi pare che uno lavora tutta la vita, paga le tasse e i contributi anche per chi evade e, quando arriva il momento, deve pagare per andare in pensione? 
Noi siamo contrari anche all’idea di un sistema puramente contributivo, che esiste solo da noi. Però, se il sistema è questo, vuol dire che, una volta raggiunti i requisiti in termini di contributi, io devo poter andare in pensione. Un sistema o è puramente contributivo o non lo è».
 
Quale sarà il ruolo del sindacato nel prossimo decennio?
 
«Quello di coniugare la battaglia per i diritti e l’azione contrattuale con un’iniziativa politica generale; perché il cambiamento determinato dall’azione congiunta di crisi economica, politica d’austerity dettata da Bruxelles e leggi del nostro governo ci impone d’affrontare la situazione a tutto campo».
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