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di  Enza Galluccio, autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e criminalità organizzata

L'aria che si respira durante la commemorazione  dell'Associazione Nazionale Magistrati, a ventiquattro anni dalla strage di via D'Amelio sembra quasi scontata.

Sono presenti i membri della Commissione nazionale antimafia con Rosi Bindi al tavolo dei relatori in qualità di presidente.

L'Aula Magna di Palazzo di Giustizia di Palermo è piena di giornalisti, avvocati, magistrati e il bavaglio imposto dal procuratore capo Francesco Lo Voi aleggia ancora in queste stanze.

Per “motivi di sicurezza” si intima il silenzio con la stampa da parte dei magistrati che, prima di pronunciarsi su qualunque tema di loro pertinenza, dovranno consultarsi col Procuratore stesso.

Dunque il diktat più restrittivo che si conosca nella storia della magistratura di questo Paese, dove la motivazione indicata, vale a dire la sicurezza, appare incomprensibile e viene spontaneo considerarla di facciata.

Eppure tutto viene assorbito nel silenzio generale.

Come ha detto l'ex pm Antonio Ingroia, durante la serata del 18 luglio nell'atrio della Facoltà di Giurisprudenza, i magistrati non solo hanno il diritto di esprimersi, ma addirittura  ne hanno il dovere  se in gioco c'è l'informazione della società civile, quella degli uomini e delle donne che la compongono.

Eppure tutto passa senza che alcuna voce di dissenso si levi.

Il primo intervento, durante la commemorazione, mostra un fragile tentativo di rompere qualche schema. È  il consigliere del Csm Pier Giorgio Morosini a parlare e, tra i ricordi, spunta la parola depistaggio come  elemento parte del processo Borsellino ora giunto al “quater”, ma è solo un passaggio veloce e nulla sembra restare.

Conduce Maurizio Mannoni, giornalista della Rai, e la sua prima domanda è tiepida. Ci si chiede cosa penserebbe oggi Paolo Borsellino del contesto attuale. Le risposte sono ovvie e hanno tutte la premessa di non poter far parlare chi non c'è più. C'è chi ipotizza la delusione e chi addirittura sostiene il contrario, riferendosi ai progressi fatti dalla società e dal sistema istituzionale in termini di consapevolezza. La perplessità si mescola agli sbadigli.

Finalmente il procuratore Roberto Scarpinato tenta una svolta e spiega come la mafia di oggi non possa più essere interpretata come quella degli anni delle stragi. Essa è silente, ma più che mai viva e radicata. Scarpinato parla di tre volti, la mafia tradizionale resiste ma è superata da altre due correnti: la masso-mafia e la mafia mercatista. Se la seconda marcia allo stesso livello delle varie logge P2, P3, P4... condividendo con esse percorsi e finalità, la terza è ben più inserita e indistinguibile. È la mafia ormai radicata nell'economia, che addirittura l'Europa pretende di inserire nel calcolo del Pil per il traffico di droga, considerato ormai  una fonte di ricchezza nazionale.

È  dunque l'economia che detta legge alla politica non più il contrario, quindi, anche il malaffare diventa quasi pulito e non si riesce più a discriminare dall'economia degli onesti.

Il Procuratore denuncia anche la mancanza di riferimenti certi nel definire i reati, la difficoltà di trovare le giuste collocazioni, la necessità di rivedere questi aspetti.

Rosi Bindi a queste parole appare scossa da un sussulto di vitalità e, misteriosamente, appoggia e sostiene la tesi dei tre volti  della nuova mafia, condivide attraverso le sue parole l'urgenza di cambiamento indicata da Scarpinato.

Ma come riconoscere le nuove sembianze della criminalità organizzata? Come sensibilizzare la società verso questa nuova intangibilità di una mafia mascherata da impresa ad alto livello …

Certo, quando scorreva il sangue era tutto più semplice, mentre oggi i veri strumenti sarebbero la lotta serrata alla corruzione attraverso nuove regole che però nessuno vuole veramente.

Tutti compatti, in nome di un'economia libera di agire senza vincoli e senza ritegno.

 

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