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Di Antonio Ingroia

Fa paura l’avanzata di Salvini? Certo che sì. Così come fa paura il ritorno dell’ottuagenario Berlusconi. Ma la vittoria delle destre nei ballottaggi è figlia di una cultura politica di destra del Pd che ormai, anche nei territori, ha quasi ovunque perso la sua anima ed è in prima fila negli affarucci di sottobottega, anche a livello comunale. Sono decine i sindaci e gli assessori piddini indagati e rinviati a giudizio negli ultimi anni. E così, mentre il governo a maggioranza dem era impegnato proprio il giorno del voto a salvare un po’ di banche nelle urne si consumava la vendetta degli elettori traditi. Traditi da un progetto nazionale e da tanti piccoli progetti locali falliti miseramente. Perché è vero che laddove le amministrazioni hanno lavorato bene sono state quasi sempre riconfermate.

Così, nel silenzio assordante del leader del partito, il Pd ha perso per la prima volta Genova, la principale città al voto, che non era mai stata consegnata alla destra dalla nascita della repubblica e che dal ’93, da quando cioè è stata istituita l’elezione diretta del primo cittadino, era sempre stata amministrata dal centrosinistra.

E proprio Renzi, sparito in campagna elettorale, è tornato a parlare dopo il voto minimizzando la catastrofe. Continui così, la catastrofe vera è in arrivo nel prossimo inverno. Del resto tra la destra originale e la destra fotocopia perché il cittadino dovrebbe scegliere la fotocopia?

E così nei comuni vince Salvini, vince Berlusconi, vince la destra nel suo insieme conquistando, oltre Genova, Piacenza, Rieti, La Spezia (per la prima volta nella storia), Como, Lodi, Monza, Alessandria, Asti, Oristano, Pistoia e e L’Aquila, dove il Pd paga i problemi irrisolti del dopoterremoto. Inoltre la destra  conserva Verona, Catanzaro, Gorizia e l’ex roccaforte rossa Frosinone. Va ricordato inoltre il clamoroso dato di Sesto San Giovanni, da oggi ex Stalingrado d’Italia. Di contro il centrosinistra conquista Cuneo, Lecce e Padova e mantiene a fatica Lucca e Taranto oltre Palermo dove il successo è chiaramente tutto nel carisma di Leoluca Orlando che ha messo insieme una maggioranza che va da Alfano a Rifondazione.

Un dato pericoloso perché la destra sfonda sulla base delle politiche xenofobe del leader della Lega. Del resto Salvini gode di una sovraesposizione mediatica che gli consente di sciorinare dati il più delle volte falsi sull’immigrazione, mai confutati dalle redazioni dei talk show nei quali intrattiene il suo pubblico. Una complicità paradossale perché in queste televisioni, quasi sempre controllate dal Pd, la percezione dell’immigrato pericoloso cresce e in proporzione i voti crescono per la Lega e diminuiscono per il Pd.

Non pervenuti i Cinque Stelle. Assenti in tutti i ballottaggi nei capoluoghi di provincia tranne Asti dove escono sconfitti, perdono Parma dove trionfa Pizzarotti, il primo sindaco di grande città eletto dal Movimento, e poi espulso. Così il M5s deve accontentarsi di nove comuni non capoluogo. Tra questi il più importante è Carrara che faceva mezza provincia con Massa. Anche qui una sincera autocritica andrebbe fatta, ma anche in questo caso, come nel caso di Renzi, non è pervenuta nessuna assunzione di responsabilità.

Merita poi un discorso a parte Trapani dove uno dei candidati, arrestato in piena campagna elettorale, vince il primo turno e subito dopo annuncia che si ritira dal ballottaggio facendo scattare così un meccanismo della legge elettorale che prevede il quorum degli aventi diritto perché l’altro candidato possa essere eletto. A votare, invece, c’è andato solo il 25% dei votanti e così la città sarà giustamente commissariata. Il voto è una cosa seria e se il candidato arrivato primo al primo turno viene arrestato e al terzo arrivato era stato notificato l’obbligo di dimora per reati gravi, la città resta giustamente senza sindaco. Mi dispiace per i cittadini onesti (che, ne sono convinto, restano la maggioranza) ai quali non potrà essere garantita una gestione ordinaria della cosa pubblica. A Trapani, che ho frequentato negli anni scorsi e nella cui provincia ci sono le mie radici, resta un problema culturale grande quanto una casa.

 

Ma se andiamo a scorrere i dati dell’astensionismo scopriamo che è il non voto il vero vincitore dei ballottaggi. Al già bassissimo 58% di cittadini che aveva votato al primo turno si è passati al 46%, più della metà dei quattro milioni di cittadini chiamati al voto ha deciso di non esercitare il proprio diritto. La vera sconfitta della democrazia è questa. Ma sembra non interessare a nessuno. Da qui, da queste macerie, da questo enorme spazio del partito degli astensionisti , bisogna ripartire. Ma questo dato merita un approfondimento specifico.

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