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Di Luca Benci

La premessa risulta obbligatoria: le vaccinazioni sono un importante strumento di sanità pubblica e di prevenzione e devono essere raggiunte percentuali oltre una certa soglia affinché siano efficaci come strategia collettiva.

Nella legislazione italiana avevamo due tipologie di vaccinazioni: quelle obbligatorie e quelle raccomandate. Queste ultime, spesso, erano raccomandate e non obbligatorie per precisa scelta di politica generale e non di prevenzione sanitaria.

Le strategie di politica vaccinale si erano orientate sul “superamento dell’obbligo vaccinale”. Sin dal 1995 dietro un parere del Consiglio superiore di sanità – che ricordiamo essere l’organismo “consultivo tecnico” del Ministero della salute ed espressione della comunità scientifica e delle rappresentanze istituzionali delle professioni sanitarie – aveva auspicato “lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevole della comunità”.

I successivi piani sanitari vaccini avevano seguito quelle indicazioni. E’ chiaro che il superamento era da considerarsi una strategia di lungo periodo che implicava varie azioni: investimento sul personale addetto ai servizi vaccinali, investimento sui pediatri di libera scelta e sui medici di medicina generale, investimento sui servizi vaccinali, investimento sulle campagne sanitarie.

La consapevolezza e non l’obbligo, quindi, come leva per il raggiungimento delle necessarie alte quote percentuali di vaccinazioni.

Se questa strategia ventennale è stata fallimentare – i dati sarebbero evidentemente a dimostrarlo – è lecito domandarsi se la politica tesa all’adesione consapevole alla pratica vaccinale sia stata attuata oppure no. In altri termini lo straordinario impegno di sensibilizzazione e formazione di centri, personale e popolazione è stato perseguito oppure è addirittura diminuito con le varie spending review variamente denominate? Le istituzioni preposte non possono esimersi dal rendere pubblico quanto è stato attuato dagli altrimenti inutili piani sanitari vaccini. La stessa relazione tecnica di accompagnamento al decreto legge ammette il calo delle coperture vaccinali in modo drastico a partire dal 2013 (la Spending review è del 2012).

In assenza di questi dati ecco che la scelta del legislatore delegato di oggi appare semplicistica e miope: mettere indietro le lancette dell’orologio agli anni novanta dello scorso secolo e attuare il più grande piano di trattamenti sanitari obbligatori addirittura con decreto legge.

E’ lecito domandarsi se la prova muscolare del Governo possa essere efficace nel raggiungimento degli auspicati obiettivi di maggiore copertura vaccinale e a quale costo sociale. Inoltre è lecito domandarsi se tale politica possa financo arrivare ad aumentare la sfiducia nelle istituzioni e nell’adesione alle pratiche consapevoli.

Il Governo ha approvato un decreto legge - DL 7 giugno 2017, n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” – e il Parlamento lo ha convertito, con modificazioni, in legge.

All’approvazione del decreto legge avevamo parlato di “prova muscolare” del Governo: il provvedimento si presentava duro, pieno di sanzioni (economiche) e di minacce (perdita della potestà/responsabilità) generale.

Il Parlamento ha mitigato l’impianto normativo del Governo, anche in modo rilevante, ma ha lasciato i vizi di fondo: l’imposizione di trattamenti sanitari senza un previo ampio dibattito. Non si tratta di dettagli: si sono ridotti gli spazi democratici in tema di salute cercando di rifugiarsi nel tecnicismo.

La sottrazione al dibattito pubblico preventivo è stata elevata e giustificata alla massima potenza. Di “scienza devono parlare gli scienziati” e la “scienza non è democratica” lo abbiamo sentito spesso – e autorevolmente – ripetere. Sono affermazioni che ci fanno tornare indietro in tema di diritti.

Già anni fa Stefano Rodotà – la cui voce adesso già ci manca moltissimo! - ebbe modo di osservare:

Non è sostenibile che vi siano questioni di vita che, con l’argomento della loro complessità tecnica siano precluse al giudizio dei cittadini e debbano essere riservate a specialisti e politici. Per esse al contrario, è ormai sempre più necessario un coinvolgimento, in varie forme, dell’opinione pubblica, prima dell’intervento parlamentare” (La vita e le regole, Feltrinelli, 2009, p. 144).

Le questioni di vita e di salute non possono essere appannaggio di pochi – oggi addirittura rivendicate – e sottratte al controllo dei cittadini. Le politiche sanitarie devono essere dibattute, accettate e interiorizzate dalla popolazione e dalla pubblica opinione che è stata esautorata dalla decisione governativa e messa solo nelle condizioni di accettare o protestare nelle piazze.

I momenti partecipativi si sono drasticamente azzerati confermati addirittura dall’assenza di audizioni alla Camera in sede di conversione del decreto.

La partecipazione alle questioni di salute non è secondaria visto che abbiamo sottoscritto anche obblighi internazionali come la Convenzione di Oviedo sulla biomedicina in cui, all’articolo 28 ci impegnavamo, a sviluppare un “dibattito pubblico” sulle questioni delle biologia e della medicina con particolare riferimento alle “implicazioni di ordine medico, sociale, economico, etico e giuridico” e i relativi “appropriati confronti” (legge 145/2001, articolo 28).

Anche le istituzioni non hanno dato grande prova di sé reagendo con fastidio alle richieste di dibattito e confronto e abbiamo assistito al ripetuto intervento di “esperti” che non si sono messi al servizio del dibattito pubblico preferendo ritagliarsi il più ridotto ruolo di “consiglieri del principe” (sempre Stefano Rodotà in tempi non sospetti) e riducendo a scienza ciò che è scelta politica.

Con il decreto vaccinazioni (e la successiva conversione in legge) il Governo ha avuto il demerito di creare la più grande sfiducia nelle vaccinazioni di sempre.

La manovra è stata tutta politica e partitica: a fronte di evidenti “errori di comunicazione”, o più esattamente alcune sciocchezze propagandate da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle (poi ripensate,  in realtà), il Partito Democratico ha imposto un’accelerazione imponendo un decreto legge sul presupposto di farci un vessillo da spendere nella campagna elettorale per le elezioni anticipate che, si diceva, dovevano tenersi a settembre.

A parte la data delle elezioni i “consiglieri del principe” hanno fallito il loro scopo: la scarsa qualità del decreto, il mancato finanziamento e l’opposizione nelle piazze hanno cambiato le carte in tavola.

A settembre, alla riapertura delle scuole, i nodi verranno tutti al pettine.

Si sono nascoste le difficoltà crescenti del definanziamento al Servizio sanitario nazionale.

Il provvedimento vaccini è stato un provvedimento in pieno stile renziano: divisivo e  improvvisato. La popolazione italiana divisa tra pro e no vax come se non fosse un provvedimento sulla salute collettiva.

Stupisce la carenza di coerenza e di coraggio delle “opposizioni” di sinistra: Mdp-articolo 1 ha votato a favore e Sinistra italiana si è astenuta. Le dichiarazioni di voto alla Camera sono state il massimo dell’incomprensione per il cittadino medio: il decreto è pessimo e quindi lo votiamo (o ci asteniamo)!

 

Ancora una brutta pagina del legislatore italiano.

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