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Di Tiziano Grottolo

La crisi venezuelana non accenna ad attenuarsi, anzi, rischia di degenerare in guerra civile. Contro ogni previsione l’elezione dell’assemblea costituente si è tenuta ma l’opposizione denuncia irregolarità nel voto. All’orizzonte si profila uno scenario simile a quello del tentato golpe che nel 2002 destituì Chávez per una manciata di giorni.

Quando si parla di ciò che sta accadendo in Venezuela si devono evitare le narrazioni "monocolore" che vogliono tutte le ragioni da una parte piuttosto che da un' altra. Dietro ai disordini non si nasconde un grande complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti, i problemi strutturali del Venezuela esistono e il malcontento di una parte della popolazione è reale. Ciò non significa però che gli Stati Uniti non abbiano un ruolo in tutto questo e che non decidano di approfittare delle crepe che si sono aperte nel paese sudamericano. Tanto per cominciare sono ben documentati i legami tra gli esponenti dell’opposizione e governo americano, inoltre il governo di Caracas ha denunciato come Washington avrebbe messo in atto un piano per colpire esponenti del partito di governo e altri obbiettivi, tra cui civili e poliziotti. In un articolo comparso sul Guardian si afferma che il governo nordamericano avrebbe stanziato 5 milioni di dollari per finanziare attività dell’opposizione a Maduro. Infine, come lascerebbero supporre le parole del direttore della CIA Michael Pompero, nell’imminente futuro non è da escludersi un intervento diretto del governo USA.

Al netto di questi condizionamenti esterni il  governo di Caracas deve fare i conti con problemi che vengono da lontano (ne parlavamo più nel dettaglio qui) e che affondano le loro radici nella discutibile gestione economica e nella drastica riduzione del prezzo del petrolio. Attraverso le sue esportazioni di petrolio, principale fonte di entrate per l’economia venezuelana, il governo poteva sostenere corposi investimenti nei campi dell’istruzione, della sanità e dell’edilizia pubblica. Venute meno le entrate derivanti dalla vendita del petrolio l’apparato governativo ha iniziato a scricchiolare ed una serie di scelte sbagliate in campo economico hanno fatto il resto. La crisi ha colpito in particolare le classi medie e medio-alte che hanno visto il loro potere d’acquisto ridursi drasticamente. Non è un caso che siano proprio queste classi sociali ad ingrossare le fila dell’opposizione. Quindi il malcontento di una parte della popolazione venezuelana è reale. Questo disagio fa da sfondo alla battaglia istituzionale che si sta combattendo tra il parlamento, controllato dalle opposizioni, e il governo presieduto da Nicolás Maduro. Ultimo atto di questa battaglia è stata l’elezione e il successivo insediamento dell’assemblea costituente che dovrà riscrivere la costituzione. Secondo i dati del governo si sono recati alle urne più di 8 milioni di venezuelani, che sarebbero circa il 40% degli aventi diritto. I numeri forniti dal governo sono stati parzialmente ridimensionati dalla SmartMatic, la società che ha gestito le operazioni di voto, che ha affermato che i votanti sono stati poco più di 7 milioni. Dal canto loro le opposizioni, che hanno boicottato le elezioni denunciandone i brogli, rivendicano i risultati del loro “controreferendum” con il quale intendevano bloccare l’elezione della nuova assemblea costituente. A questo referendum avrebbero partecipato, ma i dati sono forniti esclusivamente dalle opposizioni che non si sono avvalse di una società terza per la gestione del voto, circa 7 milioni di persone. Anche qui i dubbi sull’effettiva regolarità delle operazioni di voto sono molti, in alcuni filmati diffusi in rete viene dimostrato come fosse possibile per una persona votare più di una volta. Le opposizioni venezuelane però non sono state le uniche a non riconoscere il voto, infatti si sono espresse contro l’assemblea costituente anche Unione Europea e Stati Uniti a cui si sono aggiunti, Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costarica, Guatemala, Honduras, Giamaica, Messico, Panama, Paraguay e Perù. A queste prese di posizione hanno fatto eco quelle a sostegno di Maduro arrivate da Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, El Salvador, Suriname e altri piccoli stati dei Caraibi oltre che da Russia, Iran e Siria. Anche alcuni intellettuali hanno espresso solidarietà nei confronti di Maduro tra questi spiccano il premio nobel per la pace Adolfo Pèrez Esquivel e il teologo e attivista politico Frei Betto. Recentemente anche Diego Armando Maradona, tramite un post su facebook, ha dichiarato il suo sostegno al governo venezuelano.

Come c’era da aspettarsi queste elezioni non hanno cambiato la situazione e il paese resta ancora spaccato a metà, diviso lungo una faglia di classe, da un lato i ceti popolari che temono di perdere gli importanti progressi economici e sociali fatti sotto il governo di Chávez, dall’altro le classi agiate che hanno visto la loro ricchezza scemare. In particolare, con l’avvento del chavismo, sono stati intaccati gli interessi  delle multinazionali petrolifere e dei grandi proprietari terrieri che ora vorrebbero sfruttare l’occasione per rivalersi sul regime.

Nei giorni scorsi il livello dello scontro, che ha causato fino ad ora 124 vittime tra manifestanti e forze dell’ordine, si è ulteriormente alzato, una base militare che si trova nella città di Valencia è stata presa d’assalto. Non è chiaro se gli assalitori fossero dei militari ribelli o un commando paramilitare venuto da fuori, persino l’esito dello scontro è incerto. Da un lato il governo di Caracas afferma di aver catturato, o ucciso, gran parte degli assalitori, mentre l’ex sergente Giomar Flores, disertore rifugiatosi in Colombia, afferma che l’attacco è andato a buon fine e che i ribelli sono riusciti ad impadronirsi di un gran numero di armi. Se ciò fosse vero significherebbe che l’opposizione si sta preparando ad alzare il livello dello scontro per organizzare una vera e propria insurrezione armata sullo stile del tentato colpo di stato del 2002.

Lo spettro della guerra civile aleggia prepotentemente sul Venezuela che potrebbe trasformarsi nella Siria del Sudamerica. La pace però è ancora possibile, per arrivarci sarà necessario che governo e opposizioni facciano un passo indietro e trovino un terreno comune dove confrontarsi. In questo momento l’iniziativa è in mano alle opposizioni che dovranno decidere se partecipare alle prossime elezioni regionali, oppure, cercare lo scontro diretto portando la violenza nelle strade. È difficile fare una previsione sul futuro tant’è che al momento anche le opposizione sono divise sulla linea da seguire. Se a prevalere saranno i sostenitori dello scontro armato le potenze del mondo occidentale, Stati Uniti in primis, non sarebbero esenti da responsabilità. Per l’ennesima volta interessi economici e geopolitici sarebbero anteposti alla costruzione di un processo pace, cambiando in peggio la vita di milioni di venezuelani.

 

 

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