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Di Roberto Palumbo

Pisadog è un mastino napoletano, di quelli che azzannano la vita e non la mollano nemmeno quando prendono botte tremende. Uno sempre all’attacco, anche giocando in difesa. L’idolo dei tifosi, ovunque sia andato, perché cuore e grinta valgono spesso più di tanti gol. Pisadog è Fabio Pisacane, trentenne difensore del Cagliari nato a Napoli, cresciuto nei Quartieri Spagnoli, con una storia che merita di essere raccontata, tanto più alla vigilia di Cagliari-Napoli. Una bella storia di dedizione, sacrificio, riscatto, sfortuna, paura, forza, coraggio, ostinazione. Una favola con tanto di lieto fine, ancor prima di finire, e con sacrosante lacrime di commozione. 

Vale la pena partire da qui, dalle lacrime. Le lacrime in diretta tv, il 18 settembre scorso (https://www.youtube.com/watch?v=YU2u-Phy3VM). E’ domenica, quarta di campionato, per Pisacane il giorno atteso da sempre, quello dell’esordio in serie A. Contro l’Atalanta, a 30 anni, ha finalmente realizzato il suo sogno di ragazzino. Ce l’ha fatta, e davanti alle telecamere non riesce a trattenere il pianto. Ce l’ha fatta dribblando una malattia rara, che l’ha inchiodato per tre mesi a un letto di ospedale, ce l’ha fatta smarcandosi da un tentativo di combine, ce l’ha fatta dopo anni in giro per l’Italia, a lottare tra Lega Pro e Serie B. In quelle lacrime c’è una vita intera, raccontata ora anche in un libro, La favole di Fabio Pisacane, che sarà regalato nelle scuole calcio della Campania. 

Una vita iniziata nei Quartieri Spagnoli, zona di confine pur essendo nel cuore di Napoli. Pisadog ha la passione per il calcio, lo nota il Genoa, lo porta in Liguria. E’ un ragazzino. Un giorno, però, a 14 anni, comincia a sentirsi stanco senza un perché. “Erano le 7.30 del 9 settembre 2001, come consuetudine mi svegliai per fare colazione e poi vestirmi per andare al campo per l’allenamento mattutino con la squadra del settore giovanile del Genoa. Già dai primi movimenti percepii subito che qualcosa non andava. Mi sentivo le braccia senza forze”. Ci vuole poco per capire che quelli sono i primi sintomi della sindrome di Guillain-Barrè, una rara malattia neurologica, spesso di origine infettiva, che causa paralisi progressiva degli arti e che, nei casi peggiori, può provocare una paralisi totale in poche ore e portare persino alla morte qualora colpisca l’apparato respiratorio o il sistema nervoso. Fabio non si arrende, lotta, resta tre mesi in ospedale, guarisce e torna a giocare. Debutta in prima squadra col Genoa in B nel 2005, poi passa a Ravenna, Cremonese, Lanciano, Lumezzane, Ancona, di nuovo Lumezzane. Ed è qui, nel 2011, che diventa eroe suo malgrado. Il 14 aprile viene avvicinato da Giorgio Buffone, ds del Ravenna, che gli offre 50.000 euro per combinare la partita con il Lumezzane. Lui non solo rifiuta ma denuncia tutto. Lui e Simone Farina rompono quella legge dell’omertà che troppo spesso è regola nel mondo del calcio, scoperchiando l’ennesimo scandalo calcioscommesse italiano, quello in cui risulteranno coinvolti Doni, Signori, il clan degli Zingari e tanti altri ancora. “Se avessi accettato quei soldi, dei quali avevo bisogno come il pane, avrei rinnegato anche la mia famiglia oltre che i miei valori. Non mi vergogno a dire che la mia vita è stata difficile, ma è nelle difficoltà si acquista una dignità che non ha prezzo”.

La Fifa nomina lui e Farina ambasciatori del calcio, Prandelli, all’epoca ct della Nazionale, li invita a Coverciano prima dell’Europeo in Polonia e Ucraina. Nel 2013, quando oramai tutto sembra andare per il meglio, la rottura del crociato con la maglia della Ternana in serie B. Un altro colpo durissimo che non ferma però Pisacane. Anzi, gli dà la spinta per arrivare nel calcio che più conta, passando per Avellino e approdando quindi al Cagliari. Poi l’esordio in serie A, le lacrime, una maglia da titolare quasi fisso. Domenica si troverà contro il Napoli, la squadra della sua città, ma se gli chiedete per chi tifa risponde per il Boca Juniors. Felice di stupire, sempre. Dentro e fuori dal campo. 

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