La drammatica esplosione della pandemia causata dal covid19 ha scoperchiato il vaso di Pandora delle scellerate politiche italiane e mondiali dell’ultimo quarantennio.
Giusy Clarke Vanadia
La fine degli anni ‘70, inizio ‘80, vide l’abbandono dell’impostazione Keynesiana della politica economica che aveva dominato i decenni successivi alla crisi del 1929. Visione caratterizzata da una forte presenza dello Stato a sostegno delle politiche sociali
In quegli anni, fu rispolverata una teoria, fino allora pressoché sconosciuta, elaborata dai cosiddetti Chicago boys e da Milton Friedman,
il neoliberismo, che esaltava l’efficienza del privato, in opposizione alle fallimentari gestioni dello Stato e che ebbe i maggiori sostenitori politici, a partire dal 1979 in Margaret Thatcher e Ronald Reagan dal 1981. Adottata, poi, in Europa e nel mondo. Ciò diede adito a sfrenate politiche estrattive con saccheggio di patrimonio pubblico svenduto a prezzi da saldo. Quello che, nel 2003, Naomi Klein definirà “il capitalismo dei disastri”. Un modello di economia che portò al progressivo, quanto esponenziale, arricchimento delle classi più abbienti e all’impoverimento di quelle più fragili, attivando meccanismi di esclusione sociale sempre più radicali.
Oggi, l’arrivo di uno sconosciuto virus che si è diffuso, in tempi rapidissimi, seminando morte e disperazione, ha messo a nudo tutte le falle della politica del profitto, del clientelismo quasi sempre accompagnate a pratiche corruttive e di evasione fiscale, che hanno portato, in Italia, al progressivo smantellamento della sanità pubblica, di quel SSN voluto da Tina Anselmi, nato nel 1978, che, accompagnato a nuova legislazione, diede impulso allo sviluppo sociale e civile del Paese.
Assistiamo, impreparati, alle macerie provocate dal capitalismo dei disastri che, dimentichi dell’art. 32 della Costituzione, ha trasformato le USL in ASL con la L. 23 ott ‘92, introducendo il profitto nella gestione della salute, ha trasformato gli ospedali in aziende ed il “paziente” in “cliente”. Ignorando che la “salute”, come ci ricorda il Comitato Rodotà, è un bene comune e che il SSN, istituito con D.Lgs 833/78 nasceva “per un’offerta di salute universale”.
Lo smantellamento della SSN fu denominato razionalizzazione, la privatizzazione è avanzata progressivamente con l’uscita del pubblico dalla spesa sanitaria. Tutto a vantaggio delle assicurazioni e degli ospedali privati, che, tra l’altro, sono sprovvisti di pronto soccorso. “La sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, potrebbe non essere garantita” furono le scellerate parole di Mario Monti, il 27 novembre del 2012. Ciò determinò un immediato forte calo del numero di posti letto, chiusure di reparti e drenaggio di fondi alla sanità privata. (Attac 23/4/2015).
Da un solo SSN, si è passati alla sua parcellizzazione aprendo la strada a sistemi regionali in competizione tra loro che ha determinato migrazioni sanitarie di cittadini/e alla ricerca dei centri di eccellenza. La Lombardia per i tumori, l’Emilia Romagna per l’ortopedia, la Sicilia, per la cardiologia.
Travolti dalla pandemia del covid19, i medici denunciano tagli alla sanità per 37 miliardi e una nuova categoria di cittadini, 14 milioni di persone che rinunciano a curarsi. Pandemia che ha messo in evidenza alcuni errori fatali nella gestione della salute pubblica.
L’introduzione del numero chiuso alla facoltà di medicina. Il ministro dell’Università Gaetano Manfredi, di fronte all’urgenza di reperire nuovi camici bianchi, ha ampliato a 13.500 posti il numero per le matricole che chiedono l’iscrizione a Medicina e chirurgia. (Sole 24 ore 26/3/20). Altro punto dolente sono i test d’ingresso. Un vero terno al lotto. Chi ci prova deve studiare per un anno intero frequentando corsi che arrivano a costare fino a 2.000 €. Un business che ha coinvolto anche alcuni Atenei pubblici. (Linkiesta 28/8/19).
Si è trascurata la produzione di presidi medici, respiratori delegando tutto a Paesi stranieri. Ciò ha costretto all’immediata riconversione di aziende che stanno aiutando il Paese ad affrontare la crisi.
Avere avviato il processo di regionalizzazione di settori chiave per lo sviluppo di un Paese democratico chiamato “Autonomie Differenziate”, nonostante l’allarme lanciato dai più autorevoli accademici sul tema. Da una parte il prof. Gianfranco Viesti, Università di Bari che l’ha denominata “La secessione dei ricchi” e dall’altra l’illustre costituzionalista Massimo Villone della Federico II di Napoli che ha prodotto quantità di articoli ed il volumetto “Italia, divisa e diseguale, regionalismo differenziato o secessione occulta?”. Fu il governo Gentiloni, il 28 febbraio 2018 a firmare l’accordo, allora definito “storico”, con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che sanciva la frantumazione di settori dirimenti per la crescita di una moderna democrazia quali sono Sanità e Scuola, i settori più coinvolti. Stravolgimento reso possibile dalla riforma del Titolo V della Costituzione che riorganizza i rapporti tra Stato centrale e periferia. L.n.3 18/10/2001, sotto il governo Berlusconi.
La pluralità di interventi e disposizioni delle regioni che non si allineano alle decisione centrali, le difformità di interpretazione, le prese di posizione di governatori quali quelli della Sicilia e della Lombardia, disorientano i cittadini creando caos ed insicurezza. Esponendoli a subire procedure amministrative e pecuniarie.
Frattanto, si consolida l’approccio tipico italiano. “L’attività emergenziale…dell’autorità pubblica centrale, si diffonde pericolosamente ed irritualmente su base locale e regionale attraverso forme decisorie a livello locale (regionale e comunale), caotiche, confliggenti e comunque estranee sia al rispetto della esclusività della competenza della legislazione dello Stato (art.117 c.2 lett.q) che al riconoscimento dell’esercizio unitario delle funzioni amministrative …” si legge nella mozione del Comitato Rodotà approvata in assemblea digitale del 4 aprile scorso. Situazione che mette a serio rischio l’effettivo esercizio dell’art. 32 della Costituzione.
L’Italia è il Paese dell’emergenza. Disastri annunciati quali crollo di ponti e viadotti, criticità idrogeologiche, sicurezza degli edifici pubblici, terremoti. Tutti disastri che servono alla maggioranza di turno per fare promesse agli elettori. Poi, il nulla più assoluto. Un esempio su tutti, “Il terremoto del Belìce, 50 anni dopo: la ricostruzione è (in)finita?”, da un articolo di Franco Piro di due anni fa. (Timesicilia.it)
Ascoltiamo continue affermazioni da parte delle forze politiche che hanno creato il disastro, di destra e di sinistra, come pure il prof. Walter Ricciardi, scienziato dell’OMS, consulente scientifico del governo, che la gestione della salute NON può che essere affidata allo Stato. Possiamo fidarci? Molti pensano di no.
Ma se, davvero, dopo la tragedia apocalittica del covid19, tutto rimanesse come prima, vorrebbe dire che l’Homo Sapiens” sta firmando la fine dell’antropocene, cioè di se stesso. Altro che sapiens!