L’assoluzione di Pino Maniaci e il silenzio omertoso delle papere a comando

di Alessio Di Florio

Pino Maniaci, volto e voce di TeleJato, è stato assolto dall’accusa di estorsione. Nonostante durante il dibattimento processuale il castello accusatorio era crollato completamente, la pubblica
accusa aveva chiesto oltre 11 anni, in primo grado (per avere un metro di paragone) nel processo sulla trattativa Stato-mafia Mario Mori e Marcello Dell’Utri sono stati condannati a dodici anni.
Alla fine la linea difensiva degli avvocati Bartolomeo Parrino e Antonio Ingroia ha permesso il trionfo della verità e della giustizia. La sentenza riporta la realtà al suo giusto posto. Ma la storia non è finita e, anzi, forse è solo all’inizio. Perché quel che è accaduto il giorno in cui iniziò la persecuzione di Pino Maniaci e in questi anni, le motivazioni e le dinamiche scatenatesi, non possono essere dimenticate. Devono, invece, portare ad ampie e profonde riflessioni.
Dopo sei anni di linciaggio mediatico Pino – come ha dichiarato Antonio Ingroia – “ha diritto non solo a che gli venga risarcito il danno subito, ma ha soprattutto diritto che gli vengano restituiti i sei anni di vita distrutta, il suo onore e la sua reputazione professionale indegnamente sfregiata”, questi sei anni di gogna mediatica “lasciano il segno e sono troppi; e soprattutto costituiscono un atto di accusa contro chi lo ha accusato, alcuni con leggerezza, altri con strumentalità, altri ancora
in malafede. Ne è una dimostrazione il fatto che il Tribunale, assolvendo oggi Pino Maniaci, ha anche ordinato la trasmissione alla Procura di un verbale di dichiarazioni di uno dei suoi accusatori”. La persecuzione contro Pino Maniaci è iniziata, prosegue la riflessione di Ingroia, “dal momento in cui ha cominciato ad indagare sulle distorsioni del Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione di Palermo, quando questo era presieduto dalla Dott.ssa Silvana Saguto. Ad oggi la situazione è questa. Silvana Saguto condannata in primo grado dal Tribunale di Caltanissetta per reati gravissimi. Pino Maniaci assolto dai reati gravissimi per i quali era stato ingiustamente accusato e mediaticamente lapidato”. “Un bel tacer mai scritto fu” esclamò Ericlea, la nutrice di Ulisse, nel quinto atto dell’opera lirica “Il ritorno di Ulisse” nel 1641. Son passati 380 anni esatti ma son parole di oggi. Tacere è una delle più subdole, ipocrite e vigliacche complicità all’arroganza, alla violenza, alla prepotenza, del Potere. Tacere appare comodo, facile, basta girarsi dall’altra parte. C’è chi il torcicollo dell’omertà, dell’accucciarsi, dei silenzi complici e conniventi non l’ha mai conosciuto. C’è stata una stagione, distante solo pochi anni ma che appare lontana ere geologiche, in cui questa frase era scolpita nei cuori e nelle menti di molti. Gli anni della denuncia di quanto accaduto a L’Aquila prima, durante e dopo il terremoto del 6 aprile 2009, in cui ci si avvicinava al processo sulla trattativa Stato-mafia 1992/1993, in cui la ribellione al biocidio delle terre dei fuochi divenne patrimonio di tantissimi, l’elenco potrebbe essere infinito. Uno dei fulcri era in una piccola stanza, povera di mezzi ma che donava forza e indicava il cammino: la redazione di TeleJato. La prima, vera colpa di tutta TeleJato e dei tantissimi che hanno animato quella stagione è stata questa. Una colpa che non dava fastidio solo a mafiosi, colletti bianchi, corrotti, complici e conniventi. Ma soprattutto, per dirla con Faber, ai materassi di piume, a chi sopravvive a se stesso ogni giorno senza slancio e senza mai scoprire un solo secondo l’ebbrezza di non avere una cifosi da fare schifo.
In quei giorni ormai lontani negli anni un sinedrio aveva deciso – i garantisti contro ogni evidenza quando si trattava dell’amico, dell’amico dell’amico e dell’amico dell’amico che Pino Maniaci e TeleJato dovevano essere condannati, isolati, delegittimati, spazzati via. Non serviva attendere di capire i fatti, cercare la verità vera e il quadro della realtà. Schiaffi su schiaffi, titoloni sui giornali, servizi continui delle grandi televisioni, post su post su facebook, pretese vigliacche. Se qualcuno volesse capire come si muove un branco, una gang, deve solo riavvolgere il nastro a quei giorni.
E da bravi (nel senso manzoniano del termine) vigliacchi ora tutti muti, papere a comando che improvvisamente hanno perso il becco. Nessuno chiede scusa, nessuna ha il coraggio di metterci la faccia e in ginocchio chiedere scusa capace di dispensare carezze di fronte alle peggiori carogne di questo mondo, aveva già emesso la condanna. I Ponzio Pilato e i reggicoda dei potenti e dei pre-potenti ora tacciono tutti, dei titoloni e delle urla a reti unificate non c’è più nessuna traccia. L’ingiusta “crocifissione mediatica sulle prime pagine di tutti i giornali e i titoli di tutti i TG in prima serata”, come l’ha sintetizzata l’avvocato Ingroia, “chiede, urla, pretende
GIUSTIZIA”. Ma finora nulla di tutto questo è avvenuto e dell’attenzione di sei anni fa, ora che Pino Maniaci è stato assolto, non è rimasto pressoché nulla. Sono passate ormai diverse settimane ma tutto è rimasto muto. Questo silenzio, questa cappa di omertà è inaccettabile e va spazzata via.
Lo devono fare i giornalisti coraggiosi, i cittadini con la schiena dritta, tutte e tutti coloro per i quali
le verità indicibili sono le prime che devono essere urlate, gridate, assolutamente fatte conoscere.

L’APPELLO DI ANTONIO INGROIA
In questa direzione va l’appello ai giornalisti coraggiosi e ai cittadini liberi di Antonio Ingroia,
avvocato di Pino con Bartolomeo Parrino, cittadino partigiano della costituzione, presidente di Azione Civile e direttore di Giustizia, di cui – anche come sintesi della vicenda e della situazione attuale – si riproduce in quest’articolo un ampio stralcio “Il processo a Pino Maniaci è stato un messaggio intimidatorio a tutti i giornalisti perché rinunciassero a fare certe inchieste scomode sui veri “poteri forti” del Paese. Per Pino Maniaci, per anni premiato ed osannato come oracolo dell’antimafia, il vento è cambiato quando ha osato indagare dove era VIETATO farlo, quando ha iniziato a sollevare il velo dell’ipocrisia
dell’antimafia ufficiale, smascherando le magagne che si nascondevano dietro il sipario della Sezione Misure di Prevenzione Antimafia del Tribunale di Palermo, allora presieduta dall’ex-magistrato Silvana Saguto.
Da quel momento, per Pino Maniaci prima è cambiato il vento, poi sono iniziati i guai giudiziari, con una misura cautelare poi dissoltasi, e con un processo penale durato sei anni, che si è chiuso ora con un’assoluzione, di cui sono felice di avere dato il mio contributo, ma preceduto da sei anni di gogna mediatica.
Alla fine, Pino Maniaci ha vinto la sua battaglia, a dimostrazione che un certo giornalismo si PUO’ e si DEVE fare. E allora bisogna dire GRAZIE a Pino Maniaci per il suo coraggio e qualcuno dovrà chiedere SCUSA a Pino Maniaci. Ma ciò che più conta è che l’assoluzione di Pino Maniaci è una liberazione della Giustizia contro il Potere, un trionfo della libertà di stampa e del diritto di cronaca contro ogni forma di prevaricazione, perché premia un giornalista coraggioso che, col suo
stile a volte fracassone, ha saputo sempre combattere senza paura contro i poteri forti e che si è trovato improvvisamente accusato e subito condannato mediaticamente pur essendo innocente, come si è dimostrato, solo perché aveva osato indagare sulle apparenze di una certa antimafia omologata e carrierista. Pino Maniaci ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti, solo per Amore di Verità e Giustizia, la sua Verità che oggi risulta confermata da due sentenze speculari: la sua assoluzione con formula piena a Palermo, dove la Procura aveva osato chiederne la condanna perfino a più di 11 anni di reclusione senza averne le prove, e la condanna da parte del Tribunale di Caltanissetta dell’ex-
magistrato Saguto per reati gravissimi alla pena di 8 anni e 6 mesi.
Ecco perché il mio appello ai giornalisti tutti: raccontate la storia di Pino Maniaci e imparate da
lui che non bisogna avere paura, che non bisogna farsi intimidire neppure dalla magistratura. La
libertà di stampa e il diritto di cronaca vanno difesi a tutti i costi. In nome della Costituzione, in
nome del diritto dei cittadini ad essere liberi e informati”.