Mannino ancora assolto: una sentenza che lascia aperte troppe domande
di Enza Galluccio
A Palermo oggi [22 luglio ndr]si è concluso lo stralcio del processo d’appello sulla trattativa Stato- mafia, a carico dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino, difeso dall’avvocato MarcelloMontalbano e dall’avvocato Grazia Volo.
La sentenza di assoluzione, dopo molte ore di Camera di Consiglio, è stata letta dalla Presidente Adriana Piras, e fa leva sull’inadeguatezza e l’insufficienza delle prove portate al processo.
Inoltre, secondo quanto è stato espresso a sostegno dell’assoluzione, gli elementi portati in aula dall’accusa si presterebbero facilmente a diverse interpretazioni.
L’accusa aveva invece chiesto nove anni di reclusione, ritenendo che Mannino fosse stato l’individuo chiave e che avesse contribuito per primo all’avvio della trattativa tra lo Stato e la mafia
negli anni delle stragi, essendo il “primo della lista” tra i politici che non avevano mantenuto i patti con Cosa nostra e, per questo, condannati a morte da Riina.
In tali circostanze, temendo per la propria vita, l’ex ministro avrebbe preso contatti con il maresciallo Giuliano Guazzelli, con il generale Antonio Subranni, con il generale Mario Mori e con l’agente del Sisde Bruno Contrada, per attivare delle azioni mirate alla sua protezione, in direzione di una presa di accordi con i boss mafiosi secondo la regola del do ut des.
La sentenza di oggi non risolve, anzi, permette che molte questioni rimangano in un limbo oscuro, e il permanere dei conseguenti punti interrogativi sembra non lasciare vie di scampo.
Non è infatti stato per nulla chiarito (o considerato) il fatto che Mannino avrebbe dovutodovuto denu pubblicamente i suoi sospetti, chiedendo una protezione ufficiale.
Perché, invece, preferì la comunicazione privata con i personaggi sopra elencati? Perché scelse proprio Mori, Subranni e Contrada?
L’impressione che se ne ricava a caldo è, purtroppo, quella che siano stare rese le cose più semplicisemp lo Stato e per quei personaggi delle istituzioni che, in primo grado, sono stati ritenuti colpevoli e condannati.
Prendere come punti di partenza l’“inadeguatezza” e l’“insufficienza” probatoria, conduce facilmente a pensare che, in un processo così importante come quello sulla trattativa, lo “stralcio Mannino” sia stato risolto superficialmente e che sia passato come un elemento secondario, da
chiudere velocemente, senza troppa attenzione o clamore.
Eppure, si sta parlando di qualcosa che è stato fatto proprio per avviare quella sequenza di accordiaccordi sce tra lo Stato e la mafia.
Si taglia, quindi, la testa del serpente e non si capisce bene cosa si voglia fare del suo corpo.
Non resta che rimanere in attesa di quelle motivazioni necessarie a comprendere.