‘Ndrangheta stragista: un altro processo ignorato

di Enza Galluccio, autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondo criminale
È a Reggio Calabria che da diversi mesi si celebra un altro processo importante per la storia delle relazioni tra poteri forti e criminalità organizzata, grazie al lavoro del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e di altri magistrati.
Le lunghe indagini di Lombardo spesso si sono incrociate in modo sinergico con quelle di Palermo e, in particolare dei magistrati impegnati nel processo sulla trattativa Stato-mafia concluso da pochi mesi, secondo la tesi che ritiene esistano forti legami d’intento e di azione tra le varie organizzazioni criminali, alcune parti delle istituzioni e della politica, in una logica definita dallo stesso Procuratore come un insieme di “sistemi criminali integrati”.
Il processo di Reggio Calabria vede insieme, al banco degli imputati, il boss palermitano di Cosa nostra Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone (in foto), considerato un importante capo mandamento calabrese, tutto in relazione alle stragi degli anni 90.
Nelle ultime due udienze di giugno emergono diversi elementi. Non solo c’è stata partecipazione condivisa tra le varie realtà criminali, ma il pentito pugliese Salvatore Annacondia afferma che “La ‘Ndrangheta calabrese è la mamma di tutti, abbracciava tutti i gruppi in Italia: Camorra, Cosa nostra e pugliesi ”. Secondo questa deposizione le famiglie calabresi avrebbero raggiunto il massimo potere criminale a livello mondiale e le altre organizzazioni avrebbero fatto parte di una sorta di “consorzio”, le cui fila erano nelle mani degli ‘ndranghetisti legati alla famiglia dei Tegano e, quindi, dei De Stefano a Milano (a loro volta in stretti rapporti con la famiglia siciliana dei Santapaola). Tutti appartenenti alla ‘Ndrangheta di Reggio Calabria che a questo punto si collocherebbe ai vertici del mondo mafioso non solo in senso economico, ma anche in quello della gestione delle azioni.
Inoltre, già in udienze precedenti, era emerso che Riina aveva chiesto la collaborazione della ‘Ndrangheta per mettere in atto il suo attacco stragista per ricattare e, quindi, trattare con parti dello Stato, come poi avvenne nel 1992, anno delle stragi di Palermo. Nel processo si vorrebbe dimostrare che tale compartecipazione si è concretizzata e si è protratta.
Nell’udienza del 15 giugno, infine, ha deposto in video conferenza Armando Palmieri, collaboratore di giustizia ex mafioso di Alcamo, il quale ha dichiarato che i servizi deviati chiesero al boss Vincenzo Milazzo, fin dai tempi del maxiprocesso, di aderire alla stagione delle stragi già avviata dai Corleonesi, a ulteriore prova del fatto che esisteva una volontà condivisa tra mafia e parti delle istituzioni. Milazzo sarebbe poi stato ucciso proprio per aver esitato nel confermare la propria partecipazione.
Tra le varie azioni progettate in quel contesto criminale integrato, ci sarebbe anche stata la possibilità di infettare l’acquedotto di Palermo. Quest’ultimo elemento avrebbe spinto il boss di Alcamo a temporeggiare nel dare una risposta, pur sapendo che tale suo atteggiamento lo avrebbe portato alla morte.
Si definisce, a questo punto, un quadro sempre più ricco di testimonianze che va in direzione della tesi sostenuta da tempo dal procuratore aggiunto della D.d.a. Lombardo, il quale in una mia recente intervista affermava: “La ‘ndrangheta è un’organizzazione ramificata a livello mondiale. In questo momento è la mafia più grande, più estesa, più ricca … Soprattutto è quella più inserita in certi circuiti finanziari che danno la misura vera del potere reale. È una mafia potente, è una mafia che in questo momento riesce a disporre di capitali ingenti e, quindi, riesce ad entrare nei centri nevralgici del sistema mondiale. È un operatore di mercato. Non è facile, ovviamente, contrastarla per la sua estensione, ma ormai siamo arrivati a un punto tale di conoscenza che nessun risultato è davvero precluso”.