Processo ‘Ndrangheta stragista. Il collaboratore Arturi conferma i rapporti tra ‘Ndrangheta e Cosa nostra

di Enza Galluccio, autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e mondi criminali.

Almeno cinquanta mafiosi, nel ’92, si sarebbero riuniti in un villaggio turistico della Calabria per discutere della richiesta d’appoggio fatta dai boss siciliani agli uomini della ‘ndrangheta, è quanto è emerso dalla deposizione del collaboratore di giustizia Arturi Umile al processo ‘Ndrangheta stragista di Reggio Calabria durante l’udienza dello scorso 6 luglio.

“I siciliani volevano l’appoggio per uccidere alcuni magistrati in Calabria e per far sì che si creasse qui lo stesso macello che si era creato in Sicilia, volevano l’appoggio nella loro lotta per destabilizzare lo Stato […] non ricordo se dicevano anche altri obiettivi […] credo che i siciliani erano propensi in tante cose, fare più caos anche con altri attentati” e ancora “i calabresi non vedevano giusto spostare il caos che c’era in Sicilia in Calabria, noi cercavamo di stare sempre sott’acqua come la ‘Ndrangheta ha sempre fatto” anche se “Ogni calabrese ha i suoi referenti in Sicilia”.

Si definisce e arricchisce sempre di più, quindi, una situazione di accordi e collaborazioni tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta che vede, ad esempio, la famiglia calabrese dei Pino in stretta relazione con i Santapaola in Sicilia.

A questo proposito, val la pena di ricordare ciò che era già emerso dalla deposizione (avvenuta a dicembre dello scorso anno) del pentito Consolato Villani, il diciassettenne che il 18 gennaio del ‘94 sparò e uccise, insieme ad un altro ‘ndranghetista, i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo sulla Salerno-Reggio Calabria (l’ordine d’agire in tal senso era giunto da Giuseppe Graviano e dal calabrese Rocco Filippone), in merito all’intesa e alla comunione d’intenti tra mafia siciliana e calabrese.

Secondo il racconto di Villani, Riina si era speso per portare la pace tra i due mondi criminali e la ‘Ndrangheta gli aveva restituito il favore uccidendo il giudice Antonino Scopelliti che sosteneva l’accusa nel maxiprocesso siciliano in Cassazione. Lo scopo principale di Riina pareva essere, soprattutto, ottenere la collaborazione dei calabresi nelle stragi.

Inoltre, durante quell’udienza, il pentito aveva parlato di una riunione comune avvenuta nella Piana di Gioia Tauro in cui si erano presi accordi sull’agguato ai due carabinieri da lui portato a termine.

Poi aveva aggiunto che “la ’ndrangheta partecipò ad alcune azioni eclatanti contro lo Stato ma non mi specificarono mai che l’attentato ai carabinieri era inquadrato in questa strategia[…] tramite il grado della Santa, la ’ndrangheta ha contatti con le istituzioni, discute alla pari con servizi deviati, massoni e politici” esisterebbero quindi “forze dell’ordine e istituzioni che ragionano contro lo Stato”.