Radicali… chic

di Francesco Bertelli

20 maggio 2018, Roma. Sede di Torre Argentina. Si svolge l’assemblea del Partito Radicale. Una giornata importante per un partito che in passato ha contribuito a tante conquiste sociali per il nostro Paese.

Titolo dell’Assemblea: LA GIUSTIZIA GIUSTA – IL CASO MORI.

E dagli ospiti si capisce la finalità: Mario Mori in persona, il professor Fiandaca, Maurizio Gasparri (sì, proprio lui), Giuseppe Di Lello.

Andiamo con ordine: si tratta della prima uscita in pubblico del generale Mori, fresco di condanna in primo grado al processo sulla Trattativa a 12 anni per concorso in minaccia ad un corpo politico dello Stato. Poi abbiamo il professore Fiandaca, autore, insieme a Salvatore Lupo, del libro LA MAFIA NON HA VINTO; della serie anche se la mafia dei colletti bianchi è entrata in Parlamento, anche se un patto tra Cosa Nostra e lo Stato ci fu (sentenza tribunale di Firenze del 2011), anche se questo patto ha fatto tante vittime innocenti e ha portato prima a Capaci e poi a Via D’Amelio, fa niente. La mafia non ha vinto. Fiandaca ha detto poco tempo fa, testuale: “La trattativa è una boiata pazzesca”. L’ha buttata lì con delicatezza.

Abbiamo Giuseppe Di Lello, ex membro del pool di Palermo insieme a Falcone e Borsellino, sempre molto incerto e titubante a sposare l’idea di una Trattativa fra Stato e mafia sfociante in un’accelerazione della morte di Borsellino, in quanto Borsellino era a conoscenza di certi patti in corso pochi giorni dopo la morte di Falcone. A Di Lello ciò non è mai andato giù.

In tale “corrente di pensiero” si sostiene in poche parole questo: di trattative ce ne sono sempre state, quindi non ci dobbiamo scandalizzare. Lo Stato dialoga con la criminalità e questa trattativa è servita a evitare altri morti, nuove stragi. Un po’ come disse Mori in persona nel 1996 a Vito Ciancimino, l’ex-sindaco mafioso di Palermo: “Cosa è questo muro contro muro, da una parte lo Stato e dall’altra la mafia?”.  Ci si dimentica del fatto che la lista nera dei nemici che Totò Riina voleva colpire era composta da uomini politici, Dc e socialisti, e che invece dopo l’omicidio Lima si concentrò prima sull’obiettivo storico, Giovanni Falcone, quindi su Paolo Borsellino in rapidissima successione, per poi continuare a seminare stragi nel resto d’Italia (Roma, Firenze e Milano), salvando i politici proprio per effetto della trattativa ma determinando la morte di altri italiani innocenti. Ci si dimentica che Borsellino era venuto a conoscenza delle trattative per il  “patto” pochi giorni dopo la morte del suo amico fraterno Falcone. Martelli lo disse ad Annozero nel 2008: “Borsellino sapeva”. Tutto dimenticato.

La sentenza pronunciata lo scorso mese dalla Corte d’Assise di Palermo ha confermato la fondatezza dell’indagine portata avanti del pool di Palermo composto da Di Matteo,Teresi, Del Bene e Tartaglia, dopo l’addio di Ingroia nel 2013, che fortemente volle quell’indagine e della resta comunque il padre. Un processo lungo cinque anni, costituito da attacchi frontali sia del mondo politico, sia del mondo criminale a degli onesti servitori dello Stato che hanno cercato con le unghie e con i denti di trovare la verità sul biennio terribile 1992-1994. Alla fine un fatto è stato accertato: quel processo, tanto temuto e silenziato, è giunto ad un primo punto fermo nella sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’assise di Palermo: ci fu una trattativa fra lo Stato e la mafia. Mentre in Italia saltavano in aria Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, otto dei loro agenti di scorta e le altre vittime innocenti delle bombe dell’estate del 1993, uomini dello Stato scendevano a patti con Cosa Nostra. Ma non è il fatto di aver trattato ad essere imputato a questi soggetti: bensì la minaccia e violenza a corpo politico dello Stato, l’art.338 del codice penale e la loro responsabilità nell’avere aiutato la mafia a portare a compimento la minaccia contro lo Stato, agevolando la trattativa. Piegare quindi l’andamento democratico dello Stato per soddisfare le esigenze di Cosa Nostra. Questo è avvenuto.

Dell’articolo 338 si diceva che era “di difficile riconoscimento in un’aula di tribunale”. E va riconosciuto dunque doppio merito ai pm per esserci riusciti. Quindi perchè i Radicali scelgono un titolo del genere? Perché LA GIUSTIZIA GIUSTA? Perché circondarsi solo del mondo “contrario” al processo sulla Trattativa? E’ da un po’ che il partito fondato da Pannella ruota intorno a quest’ambiente per il quale è un po’ “chic” andare contro la magistratura palermitana. Con l’intento di tutelare la vita e la dignità dei detenuti (principio sacrosanto) si sposa la linea dell’abolizione in toto del 41 bis e dell’ergastolo dicendo: “Si possono battere i clan mafiosi anche senza 41-bis” (Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista – gennaio 2018). Senza prendere in considerazione il combinato disposto con la legge sui collaboratori di giustizia, ispirata dalle intuizioni di Giovanni Falcone e purtroppo annacquata in questi decenni dalle politiche sia di destra che di sinistra. Che ripercussione si avrebbe togliendo il 41 bis nella lotta alla mafia, con un legislatore del genere e con una lotta alla mafia ferma al palo?

E non è finita: sposare un’assemblea di questo tipo significa anche negare l’evidenza della nostra storia degli ultimi 26 anni. Si nega la ragione di una serie di bombe che hanno distrutto non solo le vite di onesti servitori dello Stato (Falcone, Francesca Morvillo, Borsellino e i loro poliziotti di scorta) ma anche di cittadini inermi. Si nega anche la seconda fase della Trattativa, sempre con la questione centrale del 41 bis, che i boss volevano far cancellare e che lo Stato nel 1993 provvide a ridimensionare, prima sostituendo Martelli al ministero della Giustizia (autore del decreto Scotti-Martelli) con il prof. Conso, il quale durante tali trattative nascoste ed ancora poco chiare, provvide a revocare ia oltre 300 mafiosi il regime del carcere duro, con la regia del defunto Presidente Scalfaro. E poi le bombe del ‘93: dieci morti e altrettanti feriti. L’attacco al patrimonio artistico e culturale italiano, suggerito da soggetti esterni. Non fu solo mafia. Importante è la sentenza del 2011 del Tribunale di Firenze in cui si riconosce già il patto tra pezzi di Cosa Nostra e pezzi dello Stato.

Ecco, tutto questo si nega. I Radicali adesso, con questo evento si sono inseriti in questo clima della tesi molto “in voga” di una mafia che è stata vinta (come se esistesse sempre e solo il mafioso con la lupara); che Falcone e Borsellino erano gli unici magistrati all’altezza e che il loro sacrificio è servito a sconfiggere la mafia (dimenticandoci che esiste quella dei colletti bianchi, forse molto più responsabile di quella militare nel progettare gli attentati di Capaci e Via D’Amelio); che lo Stato è fatto solo dai buoni e che Cosa Nostra sono i cattivi.

Un clima da fiction. “Chic”, appunto.