Trattativa Stato-mafia: il sostegno di Cosa Nostra a Forza Italia e le relazioni di Dell’Utri con i servizi deviati
di Enza Galluccio
Nel corso dell’udienza del processo d’appello sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, che si è tenuta il 19 settembre 2019, è stato ascoltato il collaboratore di giustizia Francesco Squillaci, figlio del mafioso catanese Giuseppe Squillaci.
Il teste ha affermato che prima delle stragi i rapporti tra i catanesi e i corleonesi erano buoni, ma “con la strage di Capaci cambia tutto” e nel particolare “viene proposto ai corleonesi di uccidere qualcuno delle istituzioni, qualche magistrato”. L’invito sarebbe stato rivolto a Benedetto Santapaola per “metterlo alla prova”, il quale aveva risposto con l’omicidio dell’ispettore della mobile di Catania Giovanni Lizzio.
Squillaci ha parlato anche della figura del capomafia Eugenio Galea, suo padrino, dal quale aveva ricevuto diverse confidenze, anche in relazione alla riunione della Commissione che decise le stragi del ’92.
Galea aveva sostituito Santapaola perché, quest’ultimo, disapprovava le intenzioni stragiste di Riina. Era, infatti, convinto che la morte di Giovanni Falcone avrebbe avuto esiti nefasti per Cosa nostra. Squillaci ha affermato che proprio per la posizione assunta, Santapaola rischiava la vita. Per questi motivi non si era presentato personalmente a quella riunione. Dal canto suo, Riina era convinto che l’azione stragista avrebbe messo in ginocchio lo Stato e che “sarebbe sceso a patti con Cosa nostra, perché avevano una parte della politica che era collusa”.
Sempre secondo le rivelazioni di Squillaci, ci sarebbero stati anche dei politici, non più in vita, che allora auspicavano la morte del magistrato Giovanni Falcone.
A proposito delle confidenze ricevute dal padre, Squillaci ha parlato del periodo di permanenza in carcere dello stesso con Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Silvio Berlusconi.
Mangano avrebbe scritto numerosi telegrammi a Berlusconi per chiedergli aiuto e per essere spostato dal carcere di Pianosa dove il regime del 41 bis era molto duro. Egli riteneva che Berlusconi fosse l’unico in grado di aiutare i mafiosi. Questi telegrammi, però, venivano sempre bloccati dall’autorità penitenziaria.
Giuseppe Squillaci, avrebbe anche raccontato al figlio di essere stato aiutato, in un momento difficile, dai fratelli Graviano conosciuti in carcere. Questi gli avevano confidato di aver individuato il luogo dove si trovava Totuccio Contorno, allora già collaboratore di giustizia, e che “non erano riusciti ad ucciderlo per poco”.
I Graviano, inoltre, avevano detto di essere molto amici di Marcello Dell’Utri, il quale aveva reso loro l’informazione sul luogo segreto dove si trovava il Contorno, informazioni che otteneva tramite i servizi segreti deviati.
Squillaci ha poi parlato dell’appoggio dato da Cosa nostra a Forza Italia nelle elezioni del 1994, per sostenere Silvio Berlusconi, il quale “era per noi quello che avrebbe potuto aggiustare la giustizia in Italia, facevamo il tifo per lui […] nell’estate del ’94 fu emanato un decreto legge svuota-carceri, però prontamente bloccato dal Ministro dell’interno” (Roberto Maroni, ndr).
Il teste, infine, ha aggiunto che negli ambienti mafiosi c’era molto consenso verso l’ex imprenditore e “tutt’oggi c’è ancora gente letteralmente innamorata di lui”.